Gli emoji sostituiranno l’inglese?

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Gli emoji sostituiranno l’inglese?

C’è chi li odia profondamente e chi li ama alla follia. Chi, con impareggiabile tigna, li esclude con fatica da post e messaggi e chi, invece, si diverte ad abusarne spedendone o pubblicandone slavine incontrollate e dal sapore nonsense. Chi, ancora, gli (o le?) emoji – quelle figurine in miniatura che stanno rivoluzionando la comunicazione fra persone mediata dai gadget tecnologici – tenta di gestirli con intelligenza, integrandoli nella comunicazione testuale per fare in modo che la arricchiscano anziché sostituirla. Coraggiosi.
Peccato che la direzione segnata appaia un’altra. E la svolta è probabilmente avvenuta con la decisione di Instagram di qualche giorno fa: trasformare gli emoji in hashtag. Fare cioè in modo che foto e video siano catalogabili con, poniamo, cuoricino, cagnolino, pila di feci, burger o tigrotto preceduti dal cancelletto e di conseguenza ricercabili col motore di ricerca interno. Anche il più banale (l’albero) ha al momento 3.684 post, il cosciotto di pollo 1.703, il cuore esplode con 295.570. Niente da fare per la famigerata melanzana, censurata perché subito fallicamente utilizzata a corredo di contenuti che spesso violano il regolamento della piattaforma. Così dicono dal social. Ma allora la pannocchia (866 post)?
In ogni caso, ortaggi e stranezze a parte, intorno agli emoji si sta giocando una partita ben più profonda. Se ne è domandato gli sviluppi, almeno in parte, Mike Isaac sul New York Times. Prima di lui ci aveva pensato lo scrittore Adam Sternberg con un lunghissimo ed esilarante pezzo sul New York Magazine definendo l’invenzione del giapponese Shigetaka Kurita una “wordless tongue” e portando diversi elementi a sostegno della sua tesi, come il cambiamento nell’uso del punto esclamativo negli ultimi trent’anni.
Che la cultura visuale stesse vincendo (ha già vinto? Se internet rischia di collassare fra otto anni a causa dei video come dicono gli esperti dalla Royal Society di Londra sì, ha vinto) si sapeva. Con gli emoji, però, la faccenda va oltre: stanno diventando la nuova lingua inglese?
In altre parole, Isaac muove dall’uso che ne viene fatto su Instagram per arrivare alla conclusione che perfino slang, formule abbreviate o acronimi inglesi oggi (ieri?) di larghissimo uso sui social network stanno soccombendo all’avanzata delle faccine: “Questo potrebbe spiegare perché potreste vedere meno occorrenze di ‘lol’ nelle didascalie delle immagini su Instagram – scrive il giornalista – sono sostituite da faccine sorridenti”. Il punto d’arrivo è che quella collezione di centinaia di miniature gestita dall’Unicode Consortium costituisce ormai una lingua fatta e compiuta, certo rozza ma facilissima da comprendere e che sfodera molte delle caratteristiche di un qualsiasi sistema linguistico iconografico: ogni immagine una parola, più immagini una frase, un concetto, una sensazione o qualcosa di più complesso.
Ma di solito, specie nei sistemi passepartout che utilizziamo per capirci con rapidità, quel “qualcosa di più complesso” neanche serve. Almeno all’inizio. Ecco perché la possibilità concreta è che la lingua degli emoji possa pian piano – a partire da certe nicchie neanche troppo limitate, ovviamente, come appunto le dida di Instagram o l’uso sui programmi di messaggistica fino a crescere e mangiare sempre più spazio – rubare all’inglese il ruolo di lingua franca. O magari affiancarsi. Almeno in certe situazioni, per certi usi, in certi pubblici.
Quasi il 40% di tutti i testi pubblicati su Instagram contiene d’altronde almeno un emoji nella didascalia. In alcuni Paesi, come la Finlandia, questa percentuale s’impenna al 63% e in Europa gli emoji fanno capolino nel 50% delle frasette con cui accompagniamo foto e clip e che adesso, appunto, sono individuabili a partire dall’emoji del sorcetto o della torta di compleanno. Il punto, però, è proprio quello accennato sopra: da Instagram hanno fatto sapere come a questa crescita abbia corrisposto una diminuzione nell’uso di slang e formule inglesi. I due fenomeni si tengono e si influenzano. Se la mia immagine (anzi, la mia situazione surrogata) arriva ovunque con un solo hashtag, perché usarne uno inglese scrivendolo magari in altre lingue?
“È un privilegio molto raro osservare la nascita di una nuova lingua – hanno commentato da Instagram – gli emoji stano diventando un valido metodo universale di espressione in ogni idioma”. Un metodo trasversale e dunque un idioma esso stesso, in grado di riempire i buchi (o le voragini) di comprensione reciproca. Tutti i giorni sui social network e WhatsApp, in viaggio mostrando magari un telefono con gli emoji giusti al commerciante di cui non capiamo una parola.
(Da wired.it, 4/5/2015).




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