Gli allenatori e l’inglese

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«You want to win or perdere?» Gli allenatori e l’inglese (finto)

Da Capello a Ancelotti: tutte le strategie per impararlo

di Michela Proietti

Vialli lo parla benissimo, Tardelli benino. Ancelotti ha una crisi di rigetto, Capello non fa progressi, Trapattoni lascia lo spogliatoio a bocca aperta quando grida don’t play violino (più o meno, non giocate troppo di fino ma pensate a fare goal). Sono gli allenatori italiani in terra anglosassone, con sudori freddi da conferenza stampa, aggrappati alla traduttrice della prima fila, sfiniti da corsi intensivi. Le società di

ricerca del personale lo sanno da tempo: solo il 30-40% dei candidati risponde al livello di conoscenza dell’inglese richiesto ormai dalle aziende. Non fanno eccezione gli sportivi dagli ingaggi milionari, costretti a spericolati slalom tra phrasal verbs e regole sintattiche. L’ultimo alle prese con gli imbarazzi della lingua inglese è il tecnico del Chelsea Carlo Ancelotti. Ospite della puntata di martedì scorso del Chiambretti Night, ha confessato la scarsa padronanza della lingua e i vani tentativi di impararla. Subito dopo aver firmato il contratto con il club di Abramovich, l’allenatore emiliano si è auto-confinato nel convento olandese Sant’Augusto di Eindhoven, specializzato in corsi intensivi di lingue internazionali. Una full immersion con tanto di vitto e alloggio, insieme alla figlia Katia e a due dirigenti del Chelsea, a loro volta tormentati dall’italiano e dalle insidie neolatine. Il risultato dello studio matto e disperatissimo è stato un timido «Morning, eh…» esibito il giorno del suo insediamento ufficiale allo Stamford Bridge Stadium, seguito da frasi incerte come «beautiful sensation» e «great entusiasmo». Non sono andati meglio i tentativi anglofoni di Fabio Capello, allenatore della nazionale inglese fino al 2012. Ce la farà? Non ce la farà? La domanda ha tenuto botta per settimane tra i bookmaker. Il Sun gli ha persino dedicato un phrase-book con testo a fronte anglo-italiano per suggerirgli le frasi più utili, del tipo «take this legs away» (tagliagli le gambe) e altre frasi di «pronto soccorso» in campo e fuori. È finita che il Times ha liquidato il ct come «Lost in Translation» e la London School of English ha bacchettato il suo metodo d’apprendimento troppo veloce – un mese fitto di lezioni – e più adatto a individui poliglotti. «I corsi intensivi sono un buon punto di partenza e comunque vanno bene per concentrarsi su un tema particolare – dice Emanuela Sias del British Council -. Ma in realtà l’apprendimento di una lingua ha bisogno di più continuità: per passare da un livello base a uno intermedio è necessario studiare due volte a settimana per 3 anni». Il commissario tecnico dell’Irlanda Giovanni Trapattoni ha tagliato corto e dal 2008 si è messo nelle mani dell’interprete Manuela Spinelli, che da 30 anni vive a Dublino. Questo non ha evitato ai tifosi frasi incomprensibili («My name is Giovanni, I’m not God») e strani tentativi di comunicazione: alla vigilia della partita Eire-Italia, lo scorso 9 ottobre, ha lasciato la sala stampa ammutolita con la frase «if you have a friend and you play a carte, you want to win or you want to perdere?». Meglio se l’è cavata il suo vice Marco Tardelli, che con un corso intensivo di 15 giorni a Dublino ha risolto sul nascere i problemi con l’idioma. «Mi faccio capire e capisco, basta studiare e il gioco è fatto». Semplice no? Mica tanto. In realtà l’unico che si è davvero convertito all’inglese è l’ex allenatore del Chelsea Gianluca Vialli, moglie madrelingua e eloquio fluente. «Gli italiani sono troppo prolissi quando tentano di parlare inglese, dovrebbero buttarsi di più, l’incoscienza premia sempre – dice Vialli -. Quando sono arrivato in Inghilterra sono andato al cinema a vedere The Rock e ho capito solo la battuta “No grazie, non prendo il caffè”. Ora sogno sia in italiano che in inglese».

(Dal Corriere della Sera, 18/10/2009).

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