Girlfriend in a Coma: docufilm sul declino italiano

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“Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!”

Così si apre Girlfriend in a Coma, film documentario di Annalisa Piras e Bill Emmot (ex-direttore dell’Economist) sull’impressionante declino dell’Italia negli ultimi decenni. Nei fotogrammi successivi un’Italia in lacrime, nelle fattezze di una donna, è brutalmente aggredita da un tozzo Pulcinella, che la picchia fino a farla cadere, appunto, in coma. Un inizio incoraggiante.

Poi si parla di lui, Silvio Berlusconi, “The man who screwed an entire country”. Secondo Emmot, è lui una delle manifestazioni principali della decadenza: mentre l’Europa rischiava il suicidio collettivo e l’Italia sprofondava nel baratro, Berlusconi, con le sue doti d’intrattenitore, ha fornito un intermezzo semi-comico.

Nel resto del film, Emmot intervista numerosi politici, giornalisti, industriali, cittadini, e analizza i vizi e le virtù del nostro paese: definisce una “Mala Italia” e una “Buona Italia”.

La Mala Italia preferisce ignorare la verità profonda delle cose, perché dolorosa e difficile da accettare. Si ostina a negare la crisi anche davanti a dati inequivocabili: l’Italia è al 180° posto per la crescita del PIL tra il 2001 e il 2010, appena sotto la Liberia. Con la differenza che loro hanno combattuto ben due guerre civili negli ultimi vent’anni.

La Mala Italia è anche Mala Politica. Forse non sapete che i costi annuali del parlamento italiano superano quelli di Gran Bretagna, Germania e Francia messi insieme. E lo stesso parlamento definiva una minorenne marocchina, assidua frequentatrice della casa di Berlusconi, come la nipote di Mubarak. E poi ci si stupisce se Grillo prende il 25% dei voti.

La Mala Italia ha mortificato le donne, devastandone l’immagine nei media (soprattutto in televisione), e si piazza 70esima nel mondo per libertà di stampa.

La Mala Italia è una terra di esasperazione e divisione, patria di ben tre organizzazioni criminali internazionali (Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta) i cui proventi costituiscono un decimo del PIL.

È la Mala Italia quella dell’Ilva di Taranto, che avvelena l’aria della città con le sue polveri e ha causato direttamente almeno 386 morti, in tredici anni di attività.

E purtroppo non finisce qui. Si parla di stragismo, delle infiltrazioni mafiose nella politica e di molto altro. È davvero deprimente, ma vi consiglio lo stesso di vederlo.

Anche perché l’Italia non è ancora perduta, per fortuna. A salvarla potrebbe accorrere la Buona Italia.

La Buona Italia delle donne, che aspirano a un ben altro tipo di partecipazione in tutti gli aspetti della società e che oggi costituiscono l’unico sistema di welfare del nostro paese.

O l’Italia del Buon Capitalismo, come quello della Ferrero, quarta industria dolciaria al mondo e creatrice della favolosa Nutella. Per Giovanni Ferrero, l’amministratore delegato della società, “un buon capitalismo è un capitalismo che ridistribuisce”. Evidentemente ha ragione. Sapete quanti scioperi ci sono stati dall’apertura della sua fabbrica nel 1946? Zero. Proprio così: nemmeno uno. Infatti “l’influenza positiva di un’azienda gestita bene può essere enorme”, sostiene John Elkann, presidente di Fiat Spa. E le società a conduzione familiare sono gestite meglio delle altre: prestano maggiore attenzione al bilancio e tendono a fare minor uso dell’indebitamento; un fattore positivo in un decennio pieno di “finanza creativa” e altri abusi. Unite alle grandi capacità e alla creatività degli italiani, potrebbero dare un grande contributo alla rinascita.

E ancora: la Buona Italia di Slow Food, che tenta di salvaguardare la biodiversità, anche culturale, del paese; l’Italia di Don Giacomo Panizza e del Progetto Sud, che assiste i disabili e rifiuta di cedere al ricatto della mafia; l’Italia dalla cultura millenaria e sconfinata, la nazione con più patrimoni Unesco di ogni altra al mondo.

A questo punto del documentario la fiducia nell’Italia è tornata, almeno in parte.

Purtroppo, però, ci sono due ulteriori problemi che affliggono l’Italia: la diaspora e l’ignavia.

Il primo è la storia di un immenso potenziale che va sprecato: si stima che negli ultimi dieci anni sia emigrato un milione di italiani, in maggioranza laureati. Ma il problema non è tanto che i neolaureati vadano via – è importante fare esperienza anche all’estero – quanto piuttosto che non tornino più indietro. Sono menti brillanti che non possono contribuire allo sviluppo del loro paese. Purtroppo, finché in Italia la selezione non sarà fatta su base meritocratica, il problema resterà irrisolto.

La seconda questione è molto più grave. Secondo Marco Travaglio, il peccato italiano numero uno è l’ignavia. Forse è quello più nascosto, quello che sembra meno peccato. Di sicuro è quello più facile da assolvere.

E di ciò sarebbe responsabile anche la Chiesa Cattolica.

Infatti, per Maurizio Viroli, professore di Scienze Politche a Princeton, la presenza del Vaticano è la causa principale della debolezza morale italiana. “È stato facile per milioni di italiani essere peccatori, ignorare i propri doveri civili e obblighi morali, essendo assolutamente sicuri di poter ottenere la salvezza eterna. È a causa della Chiesa che noi italiani siamo diventati ‘sanza religione e cattivi’ ”. E se sei debole moralmente, sei facile da dominare. Non sei libero.

“Però, se il mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia”.

L’Italia deve svegliarsi o diventerà solo uno sgangherato parco turistico.

(Questa non è) The End.

(di Giovanni Gentili, da http://denaro.it/blog, 05/03/2013)




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