Giorgio Squinzi: «Il Paese ha bisogno di verità attenti alle facili promesse»

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«E’ iniziata la campagna elettorale, spero solo che il vincitore rispetti gli impegni
«Occorre ritrovare subito la strada della crescita economica perduta»

«Il Paese ha bisogno di verità attenti alle facili promesse»

di Alessandro Barbano

«L’annuncio delle dimissioni di Monti è un’accelerazione imprevista che apre di fatto la campagna elettorale. E allora io dico forte e chiaro: attenti alle promesse. Mi auguro più di ogni altra cosa che nessun partito che si candida a governare assuma, al solo fine di guadagnare voti, impegni che poi non sarà in grado di mantenere»: l’avviso ai naviganti è di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, osservatore esterno ma molto interessato di ciò che accade nelle stanze della politica.
«Serve un lessico della verità, è questa l’unica pretesa che abbiamo nei confronti dei partiti. E state certi che su questo punto faremo sentire la nostra voce».
Eppure l’eco dei fuochi d’artificio già si sente, non le pare?
«Sì, qualche nota stonata si avverte, però sono fiducioso: credo che prevarrà la responsabilità.
L’ha chiesto Napolitano e la sua voce è forte dentro la politica e nel Paese».
Ma oltre a parole di verità che cosa si aspetta da questa stagione elettorale?
«Che si faccia in fretta. Abbiamo urgente bisogno di un esecutivo in grado di governare
l’Italia. L’annuncio delle dimissioni purtroppo giunge prima che si sia riusciti a mettere in cassaforte alcuni provvedimenti di questo esecutivo».
Quali?
«La legge di stabilità, la delega fiscale e la legge di sviluppo. La prima c’è da ritenere
che sarà approvata. Verificheremo in concreto l’impegno dei partiti sulle restanti due, che sono in Parlamento. E che sono state già in parte modificate e per certi versi snaturate rispetto alla loro
formulazione originaria».
A che cosa pensa in concreto?
«Tutti i provvedimenti di quest’esecutivo sono andati incontro a un certo ridimensionamento.
È quello che succede quando un governo non ha una base elettorale forte, ma deve chiedere un appoggio a partiti che non erano convinti di sostenerlo fino in fondo».
Però la sua risposta si può anche ribaltare così: se non ce l’ha fatta a fare le riforme un governo come quello di Monti, che pure aveva una maggioranza bipartisan, ce la può fare quello uscito da un bipolarismo in cui chiunque vinca deve fare i conti con tendenze ideologiche, corporative e populiste, presenti tanto a destra quanto a sinistra?
«Questo giudizio sottende una previsione su quello che sarà il risultato delle elezioni, che è tutto da vedere. Personalmente penso che tra i soggetti in lizza ci siano senz’altro coloro che sentono in maniera responsabile la necessità di governare il Paese nel modo giusto».
Ma converrà che il rischio che la legislatura nasca con uno squilibrio di fondo c’è. Si prefigura un centrosinistra vincitore fondato sull’alleanza tra Bersani e Vendola, un forte movimento
anti-sistema come quello di Grillo, un centrodestra segnato dal ritorno in campo di Berlusconi non privo
di accenti populisti e un centro europeista ancora in costruzione, anche perché non si sa che ruolo in esso giocherà Monti. Non è una miscela a rischio di ingovernabilità?
«Non voglio esprimere un giudizio politico su nessun partito e neanche sull’esito del confronto elettorale. Nutro però la speranza che chi vinca senta la responsabilità di gestire il Paese. Anzi, sono
convinto che c`è la possibilità di farlo. Una cosa mi dà fiducia, chi governerà avrà un solo obiettivo per poter assicurare ai suoi elettori di non averli traditi: ritrovare la crescita economica perduta.
E per farlo avrà anche un solo modo: rimettere l’impresa manifatturiera al centro della sua politica».
L’Ilva sarà uno dei primi nodi da sciogliere?
«E la prima sfida di politica industriale da portare a compimento. L’attuale governo è intervenuto correttamente. Ma adesso il buon senso deve diventare regola operativa nei prossimi mesi e anni.
Perché uscire sconfitti dall’acciaio vorrebbe dire restare fuori dal novero delle grandi potenze industriali».
L’accordo sulla produttività farà la sua parte anche se non porta la firma del più grosso sindacato dei lavoratori?
«Intanto l’accordo adesso c`è. Dobbiamo dargli applicazione. Le aziende e le parti sociali più responsabili lo faranno certamente. E sono fiducioso che il buon senso prevarrà anche in quelli che non l’hanno firmato».
Basterà a convincere la Fiat a tornare investire in Italia?
«Questo è difficile dirlo. Ma certamente è un auspicio».
Ma se allo stress sociale certificato dal Censis la politica dovesse rispondere con una strategia di bilancio irresponsabile, come teme Mario Draghi, scegliendo per esempio la scorciatoia dell’inflazione
per ridurre il debito, che accadrebbe?
«Partiamo da che cosa è accaduto finora. Abbiamo fatto uno sforzo per ritrovare il pareggio di bilancio e rientrare dal debito. Stiamo centrando il primo obiettivo, ma non il secondo, perché il debito
peggiora. Ciononostante il prezzo pagato dal Paese è stato altissimo: un carico fiscale sulle imprese e i cittadini cresciuto a dismisura. Con una conseguenza ovvia: la frenata dei consumi. Ora credo
che dobbiamo graduare un po’ più in là l’impegno sul rientro dal debito. Ma possiamo alzare lo sguardo oltre l’emergenza solo se torniamo a crescere».
C`è chi ha proposto di far sottoscrivere alle attuali forze politiche un Programma nazionale di riforme che le impegni anche per il futuro. Che ne pensa?
«Non so se sia questa una strada. Tuttavia mi consola che chiunque vinca dovrà confrontarsi con le regole e le richieste dell’Europa per dare una stabilità vera alla moneta. E l’Europa a chiederci le riforme e a limitare i margini di manovra di chi volesse andare fuori pista».
Fa paura la minaccia di un nuovo taglio del rating?
«Non è quello lo spauracchio. In questo momento non vedo in giro per il mondo chi possa fare salti di gioia. Se prendiamo gli Stati Uniti, tra deficit di bilancio e deficit commerciale sono messi peggio di noi».
Adesso arriva anche la recessione in Germania?
«Quello della Bundesbank è un dato preoccupante. Se la Germania si ferma, frena tutta l’Europa. L’Italia è in recessione da sette trimestri e, sapere che l’economia rallenta ovunque non fa piacere. Ma la la Francia mi pare adesso il Paese che rischia di più. Ha un buco di 70 miliardi nella bilancia commerciale contro un surplus tedesco da 160 miliardi, una disoccupazione al 10,3% contro il 5,5% della Germania, 3 milioni di senza lavoro, una spesa pubblica al 56,2% del Pil contro il 45,2% tedesco, un deficit al 4,5% contro lo 0,2% di Berlino e un debito pubblico al 90% e in crescita contro quello tedesco che sta all’81 e va calando».
L’Europa però resta un`incompiuta.
«Ma anche la nostra unica meta. Non possiamo pensare a un futuro di Paese avanzato senza l’Europa. E qui parlo degli Stati Uniti d’Europa. Che vuol dire rinunciare progressivamente a una parte delle sovranità nazionali per dare forza all’euro e al progetto politico in senso lato federale. Dobbiamo prepararci a mettere al più presto in comune alcune cose: una banca centrale con poteri più forti,
politiche comuni come quella del fisco, del welfare, delle infrastrutture materiali e immateriali e dell’energia. Così si può fare l’Europa in qualche decennio».
La Merkel vuole accelerare e mettere mano ai trattati, ma la sua idea di un commissario sovranazionale con potere di veto sui bilanci nazionali non ha trovato molto consenso anche presso le cancellerie più europeiste. È una scorciatoia tecnocratica?
«È un problema di priorità. Ci vuole prima una determinazione politica comune, poi, quando questa è raggiunta, possiamo anche immaginare strumenti tecnocratici. Ma al servizio della politica comune».
(Da Il Messaggero, 9/12/2012).




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