Giorgio Pagano (Radicali-ERA): Ministro Martina ho toccato il “Taste” sbagliato?

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Giorgio Pagano (Radicali-ERA): Ministro Martina ho toccato il “Taste” sbagliato?
Nota di Giorgio Pagano, Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto.

Che il gusto estetico di chi ha scelto il marchio per etichettare l’agroalimentare italiano fosse indegno della patria dell’Arte nel mondo lo si è visto subito alla sua presentazione, tanto era brutto. Ma la parte in scrittura del marchio è ancor più inquietante. Infatti il logo che qualifica l’identità italiana non è in italiano, o almeno bilingue, bensì solo in inglese. Il che ha almeno tre controindicazioni considerato che s’intendono spendere nei prossimi tre anni per la sua promozione ben oltre 70 milioni di euro:
la prima, che pubblicizza un’identità linguistico-culturale concorrente alla produzione agroalimentare italiana, ossia quella anglofona;
la seconda, che anziché investire gli oltre 70 milioni di Euro anche per far salire nella classifica delle lingue più studiate al mondo l’italiano, dal quarto al terzo posto, s’investono per pugnalarla alle spalle. Con un’operazione “tradimento” fatta da chi dovrebbe, per giuramento alla Repubblica italiana, promuoverla nel Paese e nel mondo;
la terza è relativa alla parola inglese “taste”, gusto, utilizzata per reclamizzare l’agroalimentare italiano. Non di “gusto”, che è un fatto soggettivo, si tratta bensì di qualità, che è un fatto oggettivo della produzione agroalimentare italiana falsificata da concorrenti imitatori e bari.

Oggi, a 10 giorni dalla sua presentazione fatta il 27 maggio dal Ministro Martina all’EXPO di Milano, s’infittisce sempre di più il mistero sulla genesi dell’orribile marchio che sembra reclamizzare la produzione di “TENDE ITALIANE” piuttosto che del nostro agroalimentare. Nulla di nulla sul sito del Ministero, nessuna risposta ai ripetuti solleciti postali e telefonici di richiesta di chiarimenti all’Ufficio Stampa ministeriale diretto da Caterina Perniconi. Nulla si riesce a sapere sul nome del disegnatore del marchio; se e quando è stato pubblicato il bando di concorso; se c’erano in palio dei premi per i classici primi tre classificati e a quanto ammontavano; chi era il presidente e chi i componenti della giuria giudicatrice; dove fossero visibili i marchi presentati da tutti i concorrenti.

Il ritardo nonché la riluttanza a dare delle semplici informazioni che avrebbero dovute essere già da tempo di dominio pubblico fanno temere il peggio e che, ancora una volta, pur cambiando i suonatori della partitocrazia, la musica, per gli italiani, è sempre la stessa.

 



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