Gigi D’Alessio: “Non parlo inglese ma in America sono primo in classifica”

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Dopo il boom nella chart di Billboard, l’intervista a Diego Armando Maradona: “Da artista ad artista” racconta il cantante.

di Gianni Poglio

“Per certe cose si piange, bisogna piangere. Il primo posto nella classifica americana di Billboard è come il Pallone d’oro per un calciatore”.

Se la vita di Gigi D’Alessio diventasse un film, la prima scena non potrebbe che essere ambientata a Napoli in un otto marzo di fine anni Ottanta: “Cantai a sedici feste della donna nello stesso giorno. Un record” racconta. E l’ultima? “Un cartellone con le date dei concerti del 2014 davati a un grande teatro di Toronto: prossimamente su questo palco Bruce Springsteen, Gigi D’Alessio e Lady Gaga. Incredibile”.

Era appena sceso dall’aereo che lo riportava a casa dopo un tour sold out in America, Gigi D’Alessio quando una telefonata, di quelle che non si dimenticano, lo ha colto di sorpresa: “Ero con Anna (Tatangelo; ndr) e mio figlo Andrea in un negozio di giocattoli. Squilla il celulare: è  Andrea Rosi della Sony, emozionatisssimo: Gigi, il tuo ultimo disco, Ora, è al primo posto nella World Music Chart di Billboard. La mia prima reazione è stata: ma che cavolo stai dicendo?”.

La World Music Chart è la classifica degli album più venduti negli Stati Uniti da artisti non anglosassoni. Un dato che non sminuisce la portata dell’impresa: basti dire che Ora precede Emmaar,  il disco dei Tinariwen, una band di Tuareg incensata dalla critica musicale e che tra i suoi fan più accesi annovera Robert Plant dei Led Zeppelin, Bono  degli U2 e  Carlos Santana.

Sconti e riconoscimenti dai critici D’Alessio non ne ha avuti quasi mai. La sua carriera è costellata da giudizi poco lusinghieri e una discreta dose di diffidenza. Dalla sua parte, senza se e senza ma, c’è da sempre solo e soltanto il pubblico che lo ama. “La fatica che ho fatto perché tutto questo succedesse la conosco solo io. Artisticamente parlando non devo condividere nulla con nessuno. La mia posizione al riguardo è: se sono fiori me li prendo io, e se è merda pure”.

Nessun grazie, dunque: «Solo agli amici veri, quelli che si sono presi gli insulti e i vaffanculo per aver detto che in fondo ero bravo. Sono le persone che ho chiamato subito dopo la notizia del boom di Ora nella classifica di Billboard. C’è un’altra telefonata che avrei voluto fare, ma putroppo non è più possibile. Quanto mi sarebbe piaciuto alzare il telefono e dire: papà, ma lo sai che sto al primo posto in America?”.

Il primo posto di Ora, è bene ricordarlo, non è un caso, ma il risultato di un progetto di lungo respiro. D’Alessio aveva già suonato oltreoceano, era stato immortalato da tutte le tv d’America mentre duettava sul palco del Radio City Music Hall con Liza Minelli sulle note di New York, New York.

Tutto perfetto quella sera, tranne la pronuncia: “Per me già l’italiano è una lingua. Io penso in napoletano, sogno in napoletano, quindi il passaggio all’italiano è di fatto una traduzione. Se poi ci mettiamo pure l‘inglese, la cosa si complica. Detto questo, io mi sento affine al sound dell’inglese cantato.  Quando riascolto le versioni dei miei pezzi in inglese, mi viene da dire: ma che bellezza, suonano come My Way”.

Non si ferma quasi mai Gigi D’Alessio come se inseguisse uno dopo l’altro tutti i sogni resi possibili da una carriera che nessuno, nemmeno lui si sarebbe mai aspettato. “Io vivo con le valigie in mano. Prossima tappa Dubai, ma non vado a riposarmi. Vado a intervistare Diego Armando Maradona. E non credo di dover spiegare che cosa significhi per un tifoso napoletano trovarsi di fronte il pibe de oro”. Da star della musica a giornalista? “Manco per sogno. La mia non un’intervista al giocatore di calcio, ma un dialogo da artista ad artista. Mi interessa l’uomo di oggi, un over 50 che ha avuto una vita leggendaria». Il primo incontro? «No, l’avevo già conosciuto ai tempi dello scudetto del Napoli. Avevo suonato il piano alla festa. Ma era un’altra vita. Per lui e anche per me, che il primo posto in America manco me lo sognavo”.  

10/03/2014

Fonte: cultura.panorama.it

 

 




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