Giacinto Menotti Serrati risponde a Gramsci sull’esperanto

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Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti risponde ad Antonio Gramsci sull’esperanto.

Risposta del direttore dell’Avanti

29 Gennaio 1918

Ma guardate un po’ dove va a finire l’intransigenza! Il Partito Socialista in guerra dichiarata anche con gli esperantisti. E perché? Perché l’esperanto è una utopia e noi dobbiamo combattere tutte le utopie onde impedire che si crei una mentalità utopistica.
Parliamoci dunque un poco chiaro, anche a proposito dell’esperanto.
Che si possano sostituire i dialetti, creazioni naturali, colla diffusione di una lingua artificiale, quale è l’esperanto, ci pare una cosa veramente difficile per non dire impossibile. Né gli esperantisti – e questo diciamo non per dare l’appoggio di un organo del Partito alla propaganda esperantista, appoggio che dovrebbe essere deliberato da un congresso, ma per constatazione obiettiva – hanno mai pensato a tanto.
Ma anche le attuali lingue ufficiali sono creazioni più o meno artificiali, imposte dalle convenienze consolidate dall’uso. A tutti sono noti i dibattiti che si sono svolti, spesso violenti e persistenti, prima di poter imporre una lingua sola a tutta una nazione. Il toscano, riveduto e corretto, si è imposto anche fino alla Sicilia che ebbe una propria letteratura e che assurse un tempo a splendore letterario. La lingua d’oil s’impose in Francia anche in Provenza, che pure ebbe una propria letteratura, artistica, naturalissima creazione del proprio ambiente. La necessità degli scambi, lo sviluppo delle grandi collettività, il sistema capitalistico, e colonizzazioni hanno fatto trionfare le grandi lingue di fronte e contro i deboli dialetti.
Abbiamo avuto anche nelle questioni liguistiche il fenomeno del concentramento. Nelle colonie inglesi si parla l’inglese e si diffonde sempre di più. I malgasci e i senegalesi parlano il francese, corrotto fin che si vuole, anti-artistico se vi pare.
Gli esperantisti sperano di poter intendersi attraverso i confini parlando esperanto. Ognuno lo parlerà col proprio accento, con le naturali corruzioni. Evidentemente. Ma essi desiderano di intendersi e si intendono. Utopia! Grida il nostro esperantofobo, che ha in orrore gli spropositi. E utopia sia. Ma gli esperantisti fanno quel che faceva il filosofo a chi negava il moto. Camminano.
Ci si dice che nel 1913 si sono radunati a Berna – a congresso internazionale – esperantisti di ogni paese: inglesi, tedeschi, giapponesi e francesi, turchi e cristiani, svedesi e cinesi e quanti altri ancora. Hanno discusso. Si sono capiti. Nei congressi internazionali socialisti si parlano tre lingue – francese, inglese e tedesco – si perdono ore ed ore per le traduzioni e non ci si capisce… qualche volta.
Dunque? Noi dobbiamo combattere intransigentemente tutto ciò che può tornare di danno all’azione, di classe, internazionale, del proletariato. Ma che ci si debba mettere a fare dell’intransigenza – cioè del purismo letterario – in difesa della glottologia scientifica davvero non lo comprendiamo. Oh! Sta a vedere che, insieme ai massoni e ai riformisti, dovremmo cacciare dal Partito anche i seguaci di Zamenhof!
Vogliamo creare il proletariato della Crusca?

Dal libro "Gramsci e l’esperanto. Quello che si sa e quello che si deve sapere", a cura di Andrea Montagner, Arcipelago Edizioni, Milano, 2009




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