Gandhi per giovani pacifisti, trascrizione degli interventi di Brunilde Neroni e Francesco Pullia

 

 

 

19 ottobre 2012
Presentazione del libro “Gandhi per giovani pacifisti” presso la Biblioteca della Nonviolenza
Trascrizione degli interventi dell’autrice, Brunilde Neroni, e di Francesco Pullia, Francesco Pullia, scrittore e militante nonviolento, studioso del pensiero capitiniano.

BRUNILDE NERONI

Grazie. Buonasera. Devo dire che prima di questo libro, per giovani pacifisti, ma è aperto a tutti come dicevo è un libro Salani quindi è aperto dai nove ai novantanove anni… Uno può essere giovane a novant’anni e non esserlo a venti ma io spero che lo siano tutti e che tutti vengano a conoscere questo percorso gandhiano che tanto mi premeva fare. Dicevo che prima di questo libro mi ero occupata molti anni fa nell’ ’88 di una serie di lettere che Gandhi aveva scritto dal carcere di Yerwada. Devo ringraziare il coraggio della signora Sellerio che lo pubblicò con il titolo di Tempio di verità, ne faccio reclame perché il libro non è più in commercio, ha fatto dieci edizioni all’epoca, poi hanno pensato bene di lasciarlo nel dimenticatoio, giustamente… Fate voi, chiedetelo, c’è Antonio Sellerio che non vede l’ora, e, quindi, erano lettere inedite su vari temi della sua vita, andavano dalla verità, alla nonviolenza, alla ahimsa, al sacrificio, alla liberazione ma anche alle scelte di tipo vegetariano, bolgiana, eccetera. Fino alla gioia vera cioè l’ananda.

Molto tempo dopo, parlando con Luigi Spagnol della casa editrice Salani, il proprietario della casa editrice Salani, che era rimasto così fulminato da questo libro di lettere di Gandhi, dice non si potrebbe fare qualcosa per i ragazzi, per i giovani, perché io vedo parlando con mio figlio, che lui di Gandhi non sa niente, nei licei si parla poco di Gandhi, giusto così qualche professore particolarmente interessato… E dico vabbè si potrebbe anche fare ma ero molto occupata in quel periodo quindi non l’ho più fatto… Poi col tempo, andando per le scuole non per Gandhi ma per Tagore, di cui sono traduttrice, ho creduto opportuno fare una verifica e vedere se era vero quello che mi avevano detto, ed era proprio vero. La maggior parte dei ragazzi, e mi dispiace dirlo proprio nella sede dei radicali, i quali hanno speso anni e anni della loro vita a parlarne, Capitini in testa, prima dei Radicali, c’è gente che ha dato la vita per questo ideale anche di propagazione, di comunicazione del credo gandhiano. Parlando con i ragazzi veniva sempre fuori questa cosa “Ma chi era Gandhi?” domanda banale e forse anche stupida. Dice, “era quello che aveva inventato il digiuno”, un altro mi ricordo sempre, dice “ Gandhi era quello che aveva liberato l’India dall’Inghilterra”, questo era più edotto “ con le marce”, con le marce.. Poi “in quanto tempo ha liberato l’India con le marce” dice “due, tre anni”. Allora come sapete il Novecento alle elementari non si studia più e neanche alle medie, il Novecento dal punto di vista storico e poi dei nostri giorni, perché come sapete Gandhi addirittura, il mito di Gandhi in Europa va dagli anni ’30 in poi, ecco, di prima non si sapeva assolutamente nulla, forse dal ’26, ecco, forse dal ’26 in poi… Quindi non viene neanche toccato.

Ma quello che a me dispiace, lo dicevo anche prima con la signora Raneo, con la psicologa, psicoterapeuta, che nessuno dei grandi, lo dico con le virgolette, profeti, grandi uomini, persone che addirittura hanno liberato popoli interi come Gandhi, come Nelson Mandela, come altri, come Martin Luther King, eccetera, non sono assolutamente studiati nelle scuole. E oltre a non essere studiati nelle scuole, anche nei percorsi di educazione alla pace, spesso alternativa alla religione cattolica, perché nelle scuole si fa questo percorso… Vengono presentati male e in maniera edulcorata, in maniera in cui si fa sempre riferimento al cristianesimo, e non si sa perché, perché in un certo senso… Per carità, che Gandhi abbia effettivamente della frasi estrapolata dai suoi discorsi che possono sembrarci tanto vicine al Vangelo e ad altre cose che noi sappiamo leggeva quotidianamente, la Bibbia, il Vangelo, assieme ai suoi libri sacri, come anche a quelli dell’Islam, sappiamo che l’hafiz era all’ordine del giorno per lui, faceva letture di vari religiosi di varie religioni quotidianamente. Evidentemente tutto questo percorso è un percorso religioso a livello universale, quindi una cosa ben più ampia di tutto questo, non è che dice che l’unica legge è l’amore a livello dell’universo e che questa è una regola solo cristiana, ecco. Quindi metterlo anche a confronto con tutto questo è quasi, onestamente, penoso. A me è dispiaciuto anche a tanto è che gli unici che si sono interessati ai libri autentici di Gandhi, tranne le riedizioni antiche come le montagne di Mondatori, sono i libri delle [Edizioni] Dehoniane, i libretti delle Dehoniane, fatti chiaramente con il taglio della casa editrice che li tirava fuori…

Quindi a me ha fatto molto piacere il complimento, se voleva essere un complimento, quello di Giorgio Pagano perché dare la voce al Mahatma è un’altra cosa, significa presentare un’altra persona lontana da noi nell’educazione, nel modo di vivere, ma anche come proposta di lotta che ha portato alla liberazione di un continente, quale è stato l’India, in maniera davvero non violenta anche se ci sono stati i morti, anche se l’Inghilterra è andata avanti con i cannoni, anche se Gandhi, ha detto quella celebre frase, ha detto «Ho fatto un errore grande come l’Himalaya stamattina» quando ha detto che potevano riunirsi. Non poteva prevedere che il generale Dyer sarebbe andato con le mitragliatrici e avrebbe ammazzato 370 persone perché non dovevano riunirsi, ma Gandhi è ben altro. È quello che lotta per i diritti civili in Africa per 25 anni, molti se lo dimenticano ma Gandhi è stato in Sudafrica per 25 anni e ci è andato come avvocato di una compagnia musulmana nel Natal… Pensate soltanto che prima di lui gli indiani [in Sudafrica] non avevano il benché minimo diritto civile, non solo quelli di colore ma anche, anche quelli di questa piccola regione vicino al Traansval, non potevano, pensate, neanche uscire dalla loro regione per andare a trovare un parente che viveva a Johannesburg, quindi si sposavano e il loro matrimonio non era considerato, nascevano e non avevano una carta d’identità, non si sapeva neanche quanti fossero. Il primo a fare un censimento fu lui, quindi prima della liberazione dell’India c’è stato, in un certo senso, l’inizio della liberazione del Sudafrica da parte sua, tant’è che fu chiamato in India proprio dal Congresso per andare a difendere i diritti degli indiani nei confronti dell’Inghilterra. E poi piano piano, dal 1919 al 1948, quindi pensate per quanti anni, trent’anni quasi, di lotta non violenta per liberare l’India e avere un’India che non fu realizzata come sogno…

Il sogno di Gandhi era un’India unita, senza Pakistan e senza poi figuriamoci il Bangladesh, che è stata sempre una regione amatissima del Mathma il Bengala, il Bengala diviso in tre parti addirittura, quindi una cosa terribile, che gli è andata male, una cosa voluta dall’Inghilterra, che addirittura l’ha posto come veto. Tanto che appunto Gandhi addirittura ha iniziato il digiuno, l’ultimo digiuno fino alla morte, l’ha fatto proprio per questo, perché Pakistan e India si riunissero. Voleva un’India armoniosa dove musulmani e induisti, novant’anni fa, bevessero allo stesso pozzo, nei villaggi, dove l’armonia fra le religioni fosse non un sogno ma una realtà comune, di tutti i giorni. È una cosa che sappiamo poi non essere avvenuta. In alcune regioni i musulmani bruciano i templi induisti, le chiese cattoliche e viceversa, in alcuni paesi induisti bruciano le chiese musulmane.

Cos’altro dire… Dico che ho scritto questo libro seguendo gli ideali di Gandhi, non ho voluto aggiungerci molto di mio, ho aggiunto comunque la passione che la lettura e la vita delle opere di quest’uomo mi hanno dato. Devo dire, stavo rivedendo prima che, la sua lezione di coraggio, ha sempre brillato quando ero giovane, quando avevo 20 anni, 25, 30 anni e brillano ancora oggi che ne ho 60, perché? Perché mi ha colpito sempre il fatto che un uomo da solo avesse potuto prendere su di sé davvero il peso di un paese enorme, sottraendolo alla corona di Inghilterra e lottando, devo dire, in maniera estremamente elegante. Pensate che durante la guerra Gandhi non fece più lotte nei confronti dell’Inghilterra perché il paese che combatteva era in guerra e combatteva un nemico comune che era appunto la Germania, il Giappone, etc. Quando poi finì il conflitto, l’ultimo, Gandhi riprese la sua lotta e allora trovò dall’altra parte come vicerè lord [Louis] Mountbatten. Cominciarono finalmente i negoziati giusti e si arrivò all’abbandono dell’India da parte della Corona [inglese]. Ma certo è che durante tutte le lotte appunto del cotone, dell’indaco, le marce del sale fu solo, dietro aveva delle persone spesso anche molto umili, inermi, che davano ogni cosa per lui. Aveva un potere spirituale sulla gente enorme, sulle coscienze delle persone e non aveva mai, ma davvero mai, approfittato di questo.
Mi sono occupata di lui proprio per questa ragione, è questo che mi spinge, forse farò un altro libro su di lui, proprio per farlo conoscere alla generazioni che non lo sanno, non sanno com’era. Una persona che ha percorso l’India a piedi tre volte, una persona che davvero si occupa dei problemi altrui…

Pensate che nelle piantagioni di indaco andavano a lavorare soprattutto bambini, bambini piccoli, piccolissimi… Ora si sanno di tante cose che succedono anche in India, per i tappeti, per la costruzione di palloni, lo sappiamo no? I bambini in Brasile, nelle miniere, piccoli, eccetera… A quei tempi che non c’erano tante.. e non veniva fatto sapere la prima persona a occuparsene fu lui, chi tocca a lungo il colore dell’indaco muore, perché il colore, che è un colore vegetale, è velenoso. Finché lo usano nella macerazione non succede niente ma finché viene usato nella vegetazione, e appunto venivano mandati i bambini a schiarire la piantagione, proprio perché erano piccoli e tra un filare e l’altro potevano passare, non c’era difesa. Erano piccoli schiavi, vivevano in villaggi sperduti, sconosciuti del nord e questo colore è tuttora un colore che c’è, ora è soppiantato dall’acrilico però c’è ancora, ci sono ancora le piantagioni di indaco, certo che i bambini non ci sono più, la cultura è diversa. Non avesse fatto altro nella vita ha fatto sapere questo al mondo oltre a liberarlo da tante altre cose, terribili, quali ad esempio le condizioni delle donne e anche dell’analfabetismo delle scuole. Scuole frequentate solo da UN membro della famiglia, perché quel membro andava a scuola e portava, secondo la regola vittoriana, un litro di latte a casa, per cui se un bambino andava a scuola la famiglia era coperta di latte e gli altri fratelli bevevano qualcosa di nutriente. Davanti a problemi come la fame, come l’ingiustizia si è battuto davvero come un leone.

Era un uomo piccolo, lo sappiamo, non era un’immagine quella che conosciamo. è stato scritto tanto di cattivo sul suo conto, la stampa inglese fu terribile con lui. Dissero perfino che i digiuni e la vita vegetariana di Gandhi costavano allo stato indiano così tanto, e invece non era vero, pensate che lui aveva ovunque andasse… È stato perfino calunniato su questo, veniva detto che era falso, che filasse e invece tutti sanno che con il charkha filasse non so quante ore al giorno, mi pare sei, cinque o sei e per il resto rispondeva alle lettere che venivano da tutto il mondo. E poi, questo suo voler a tutti i costi tornare all’artigianato di un tempo, all’essere, non nazionalisti, ma autosufficienti, voleva liberare l’India da quella che era l’oppressione di se stessa, non tanto quanto dalla liberazione della corona inglese..

Ha dichiarato al mondo che le armi non sono necessarie per la pace, non occorre tutelare la pace con le armi, come stiamo facendo ancora. Pensate quanto siamo arretrati come stati, come governi, ecco. Allora, la riflessione di tutto questo è un po’ la mia vita, spero lo diventi un po’ anche la vostra, siamo pochi e son contenta.

FRANCESCO PULLIA

Innanzitutto ti ringrazio e devo dire che mi spiace non essere con voi oggi, anche perché mi avrebbe fatto molto piacere conoscere di persona Brunilde Neroni che io conosco come traduttrice di Tagore. Io sono appassionato di cultura indiana, di letteratura indiana, e ho tanti libri tradotti da lei.
Ho anche il libro, che ho saputo che è esaurito, Tempio di verità di Gandhi, pubblicato dalla Sellerio. Devo dire, non so se la Neroni lo sa, appena uscì lo recensii immediatamente per un quotidiano di Messina e da qualche parte dovrei avere la recensione, casomai ve ne faccio avere una copia. Quel libro peraltro è molto importante perché raccoglie 15 lettere straordinarie di Gandhi, anzi, veramente sono 16 perché se non ricordo male ci fu una 16ma lettera che fu scritta nel ’31 dopo l’esperienza del carcere perché Gandhi venne incarcerato tra il 4 e il 5 maggio del ’30 in seguito alla marcia del sale da Sabarmati a Dandi. Tra l’altro io sono anche andato all’Ashram Sabarmati, ho girato l’India proprio per amore di Gandhi sono stato una decina di volte in India e trovo sempre commovente andare in quei posti. Tra l’altro si trovano ancora l’arcolaio, le scarpette, i sandalini suoi, gli occhiali…

Dunque, il libro lo trovo estremamente interessante, secondo me dovrebbe essere divulgato molto nelle scuole e per quel che mi riguarda lo proporrò ora alla preside di un liceo scientifico di Narni Scalo che si chiama liceo scientifico “Mahatma Gandhi” e lo proporrò, cercherò di fare un incontro con l’autrice, sarebbe molto interessante. Un piccolo appunto che devo fare ma questo è un vizio mio, ma lo dico sempre, insisto da capitiniano, ho visto che nel libro suo “nonviolenza” viene scritta con la separazione tra l’avverbio “non” e il sostantivo “violenza”. Capitini ci ha insegnato, a ragione a mio avviso, molto a ragione, poi ne parla soprattutto anche nell’introduzione alle tecniche della nonviolenza, se non sbaglio del ’66, nonviolenza va scritto come una parola sola, perché? perché se io dico “non” e “violenza” io do un senso di contrapposizione, io mi contrappongo a qualcosa, è come una negazione di qualcosa ma la nonviolenza non è negazione, la nonviolenza è affermazione, anzi è molto di più, è la prefigurazione in atto di qualcosa che voglio creare. E questo è estremamente importante. Io mi auguro che nelle prossime edizioni, nel prossimo libro, tenga presente questa considerazione.

Tra l’altro in Gandhi l’elemento importante a mio avviso è il fatto che non c’è una separazione tra teoria e prassi ma anzi la teoria è inverata dalla prassi, la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne dice Gandhi, però qual è la novità che ha portato Gandhi? La novità che ha portato Gandhi è che ne ha fatto un metodo di lotta politica, ha portato la nonviolenza a livello pragmatico. Ma questo è il secondo elemento che vorrei mettere in evidenza, che secondo me in una prossima edizione si potrebbe un po’ mettere in luce, e questo elemento da dove venne a Gandhi? Questo elemento venne a Gandhi in quei tre anni dall’88 al 91 in cui studiò a Londra, perché il periodo occidentale, diciamo quasi paradossalmente, la nonviolenza gandhiana a parte la madre, il giainismo, il Gujarat, l’ahimsa quindi …. ecc. ma la nonviolenza gandhiana ha una matrice occidentale perché fu a Londra, Gandhi lo dice in quel libro bellissimo che è stato tradotto come La mia vita per la libertà ma in realtà il titolo in inglese sarebbe “i miei esperimenti con la verità” [The Story of My Experiments with Truth], che io trovo molto più stimolante, anche più bello, più suggestivo, nel periodo londinese Gandhi conobbe la Blavatsky, la Besant, ebbe a che fare col gruppo teosofico, quindi con un ambito anche massonico… E proprio grazie ai teosofi Gandhi venne a conoscenza di un libro di cui lui stesso dice «io mi vergognai di dire che non l’avevo letto», che è la Bhagavadgītā, cioè “Il canto del beato”, e poi sempre attraverso la conoscenza dei teosofi poté anche conoscere La luce dell’Asia di Arnold e quindi entrare in contatto anche col pensiero del buddismo e dulcis in fundo, il Sermone della montagna. Gandhi lesse sia il Vetero Testamento che il Nuovo Testamento e dice mentre «il Vecchio Testamento io feci fatica a leggerlo, specialmente i Numeri, estremamente noiosi» e Gandhi rimase folgorato dal Nuovo Testamento, dal Sermone della montagna […] ed è, questo va detto, perché estremamente importante nel tessuto della nonviolenza gandhiana e tra l’altro Gandhi fondamentalmente poteva ritenersi induista ma lui non era induista, il suo testo sacro era la Gītā, senz’altro, ma non solo, abbiamo visto le influenza che ebbe la madre su di lui, anche l’influenza che esercitò il cristianesimo in Gandhi, come l’influenza che ci fu da parte di un certo islamismo.

Questo è importante perché la nonviolenza gandhiana non è qualcosa di carattere soltanto teoretico, ma esercizio di verità, dice «bisogna fare il bene», la nonviolenza non è non fare il male ma fare il bene e Gandhi questo lo ravvisa anche nel cristianesimo. Intendiamoci, questo è estremamente importante, perché la nonviolenza gandhiana è permeata fortemente di una religiosità, di un fondamento religioso. Noi quando pensiamo a religioso pensiamo a religione, sono delle cose molto diverse, e non possiamo noi intendere fino in fondo il senso della nonviolenza gandhiana senza la religiosità, che è una forma di intrinseca eticità, che poi è quello che riscontriamo anche in Capitini quando parla di religione aperta, di religione corale, di compresenza, di morti e di viventi nella costruzione continua di valori, nella costruzione continua di realtà. Abbiamo visto il carattere un po’ esperienziale, e anche sperimentale, della nonviolenza gandhiana ed è per questo che a mio avviso è estremamente attuale, perché Gandhi non è un profeta, come lui stesso dice «io non sono un profeta, per carità», e giustamente la signora Neroni ha riportato questo passo, «io non pretendo di essere un profeta, sono soltanto un umile cercatore di verità». Allora se lui è un umile cercatore di verità ecco che quello che lui ha fatto, siamo chiamati a farlo, ognuno di noi.

E questo è estremamente importante a livello di prassi politica, e poi, a livello sempre di prassi politica, a pagina 43 di questo bel libro della Neroni c’è un passo, che poi è un passo che sta a cuore a tutta la tematica della nonviolenza, e su cui sempre ha insistito pervicacemente e ostinatamente Pannella, cioè la questione dei mezzi e dei fini. Allora dice Gandhi: «mezzi impuri conducono a una meta impura», questo che vuol dire? Vuol dire che i mezzi prefigurano i fini e i fini sono prefigurati dai mezzi, ciò significa che se io voglio creare una società nonviolenta non posso tirare le molotov o peggio ancora, osannare nel nome della pace, e qui vengo al discrimine tra pacifismo e nonviolenza, non posso vigliaccamente nel nome della pace tollerare che esistano sistemi iniqui e magari dittatoriali. Abbiamo visto lo scontro, ed è stato forte, tra nonviolenti e pacifisti anche se molto in sordina, ma l’abbiamo visto storicamente nel corso della storia, sia sotto il nazismo fino agli ultimi anni, mi riferisco a Saddam, mi riferisco agli ultimi eventi. Allora costruire la pace significa mantenere lo status quo? È giusto mantenere lo status quo? Gandhi tollererebbe il mantenimento dello status quo, cioè di una condizione generale, globale, fondata sull’ingiustizia, sulla sperequazione, sulla violenza? Io credo di no. Invece, il nonviolento è chiamato ad agire e nel caso a intervenire non con le molotov, è chiaro, ma concretamente a far sì che la causa di questa situazione che produce sperequazione, disagio e quindi scintilla di violenza debba essere recisa. E lo dice chiaro Gandhi, anche in questi passi che vengono citati, addirittura lui dice «al limite è meglio essere violenti piuttosto che indossare l’aureola della nonviolenza per coprire la nostra debolezza». Che cosa vuole dire, che bisogna per caso imbracciare il fucile? No. Vuole dire che bisogna diuturnamente, costruire concretamente una lotta, lottare fino in fondo affinché le scintille della violenza non possano prevalere.

E questo è estremamente importante, perché altrimenti non siamo nonviolenti e non siamo neanche pacifisti, siamo semplicemente vigliacchi, e questo è quello che ha separato una certa visione nonviolenta rispetto a tanti marciatori e anche rispetto, lo dico con molta franchezza, c’è una differenza tra le odierne marce per la pace come la Perugia-Assisi e la prima marcia del 1961 di Aldo Capitini, c’è una grande differenza di fondo soprattutto appunto in questa questione dei mezzi e dei fini. Capitini non voleva giocare di rimessa anzi, ha sempre giocato di attacco perché la nonviolenza è questo, è giocare di attacco, mai di rimessa. E quindi mi pare che ci sono già diversi elementi.

Poi altri elementi interessanti che trovo comunque in questo libro, che nella sua semplicità trovo prezioso, sono i concetti di swadeshi, autonomia, autosufficienza, di brahmacharya, che è sempre stato inteso volgarmente come castità, ma non è questo il senso. È vero che Gandhi impose a se stesso la castità, ma la impose perché la castità? Non perché voleva essere un santo, e neanche un asceta, ma perché il nonviolento deve riuscire a dominare anche le pulsioni violente che stanno in se stesso, quindi deve essere responsabile. Il concetto di responsabilità, brahmacharya mi piacerebbe tradurlo, anche se è azzardato e poi mi trovo dinanzi un’esperta come la signora Neroni, ma brahmacharya sarebbe forse corretto come autoresponsabilità, come autocontrollo, controllo del proprio corpo e questo senso è collegato con l’autosufficienza e non solo, ma va collegato con un concetto che qui, mi pare, non ho trovato, della sarvodaya, che è importantissimo, il benessere per tutti. Questo concetto Gandhi lo prese dal libro di Ruskin, Unto this last, che lui ebbe in regalo nel 1903 e che tradusse poi nel 1908, un libro importante.
Ecco, spero di non averla fatta troppo lunga, ma io mi appassiono, così come si appassiona giustamente la signora Neroni e così come sono appassionanti le cose che scrive lei e anche devo dire le sue traduzioni, perché non è facile tradurre, guardate, non lo faccio per piaggeria, ma veramente tradurre per esempio un poeta particolare come Rabindranath Tagore non è facile, bisogna avere un animo particolarmente elevato per poterlo fare, perché sennò si rischia di scantonare in banalità e uno dei pregi della Neroni traduttrice è proprio quello di non essere mai banale, ma anzi di far rifiorire la poesia che è come se fosse scritta una seconda volta e insieme a lei, chiaramente, rifiorisce la poetica dell’autore.

Che cosa aggiungere anche? È stato detto che è vero purtroppo di Gandhi non ci sono molti libri a disposizione. Recentemente Einaudi ha ripubblicato il classico, Teoria e prassi della nonviolenza [in realtà il titolo italiano è Teoria e pratica della non violenza] con una bella nuova introduzione di Giuliano Pontara e c’è stato un tentativo, se non sbaglio nel ’91, da parte delle Edizioni Sonda di pubblicare l’opera omnia di Gandhi, cosa che è molto difficile. Purtroppo si sono fermati soltanto al primo volume che si intitola La forza della verità, un volume raro ma molto interessante, mi pare che anche lì ci fosse la cura e un’introduzione di Giuliano Pontara. E proprio Giuliano Pontara, cui voglio ricollegarmi per finire, consigliando un libro, proprio l’antibarbarie, la concezione etico politica di Gandhi e il 21 secolo, è un libro di alcuni anni fa, del 2006, e, se non sbaglio lo regalai a Marco Pannella per il suo compleanno… È importante perché Gandhi non appartiene al secolo scorso, Gandhi appartiene all’oggi ma appartiene ancora di più al domani perché il dato straordinario della sua figura sta nel precorrere i tempi.

Naturalmente, e questo va detto, è chiaro che anche Gandhi è stato figlio dei suoi tempi e anche oggi non possiamo immaginarci una società in cui i vestiti vengono fatti con l’arcolaio, è chiaro, e non possiamo neanche, per esempio, concepire l’indipendenza quasi come una forma di autarchia, ma forse questo neanche Gandhi lo voleva, anzi, tutt’altro, anche perché la sua formazione, come abbiamo detto all’inizio, non è stata una formazione culturalmente autarchica ma anzi è stata una formazione globale. Quindi Gandhi può dirci molto, può insegnare molto ai giovani. Ecco, io vorrei che lo prendessero come esempio, non come mito, perché i miti sono sempre estremamente negativi. Ecco, i giovani prendessero come esempio Gandhi come esempio di un padre o di un amico che sta al loro fianco e che suggerisce ogni giorno nelle loro orecchie di leggersi dentro e di fare veramente loro stessi, in prima persona, così come fece Gandhi, l’esperimento di verità.

BRUNILDE NERONI

Solo una cosa… Intanto volevo ringraziarla per tutti i complimenti che mi ha fatto.. Ormai sono viola. Comunque ho tradotto non-violenza col trattino perché intanto la parola non-violenza, io sono una traduttrice come lei l’ha ricordato, nonviolenza non esiste come parola sul dizionario e l’ho tradotta così perché la parola a-himsa è proprio questa, la parola a-himsa ha un a privativo davanti, c’è a, poi c’è la forma del verbo han che possiamo tradurre con uccidere, nuocere, far male. In realtà noi traduciamo non-violenza ma in realtà significa “non nuocere” è l’antica forma induista del “non far male ad alcun essere vivente”. Ricorda le persone giainiste che viaggiano in India, lei che l’ha viaggiata tutta, con la garza sul viso, la scopetta davanti ai piedi, eccetera? Ecco questa è la ahimsa.

FRANCESCO PULLIA

Anzi, mi ha ricordato una cosa molto importante, che fa parte del libro suo, a pagina 103 ha toccato un tasto che a me sta molto a cuore, la pratica dell’etica e della politica della nonviolenza gandhiana appunto è da esercitare non soltanto nei confronti degli umani, ma anche dei non umani, di tutti gli esseri senzienti.
Tant’è vero che Gandhi era vegetariano e su questo argomento si potrebbe discutere a lungo perché anche l’apporto che il vegetarianesimo e il veganesimo hanno dato alla nonviolenza è notevole se consideriamo per esempio che Capitini fu antifascista proprio in base al vegetarianesimo, che lui fu mandato via dalla normale divisa, dove faceva il ruolo di segretario, perché lui si rifiutò di mangiare carne, dice “dove posso dare un segnale eclatante, colpire il sistema fascista”, il sistema fascista era quello sempre della forza ecc., e Capitini disse “nel momento in cui io non ingerisco alcun essere senziente a mia volta do una dimostrazione di forza dell’amore e della verità”.

BRUNILDE NERONI

No, la ringrazio di questa precisazione perché è bene ricordare Capitini e le sue bellissime scelte.

FRANCESCO PULLIA

Volevo dire una cosa importante. Siccome ho sentito degli aneddoti importanti, interessanti, volevo, dal momento che c’è l’opportunità di avere con noi Brunilde Neroni, che, appunto, come ho detto, è una grande traduttrice di Tagore, mi piacerebbe se la signora Neroni potesse parlare un attimo, proprio velocemente, del rapporto controverso, perché non fu lineare, tra Gandhi e Tagore, in che senso? Allora, Mohandas Karamchand Gandhi fu chiamato mahatma da Tagore, fu lui che vide in Gandhi la grande anima, tuttavia c’era una grossa differenza nel senso che Tagore era un po’ riluttante nei confronti di quello che secondo lui era una connotazione nazionalistica assunta dal movimento gandhiano e ravvisava un po’ un conservatorismo. Tagore è più un universalista e c’è un episodio particolare, sintomatico, che poi è descritto e raccontato da Amartya Sen, un altro bengalese, in un libro molto interessante, L’altra India. Una volta Gandhi andò a trovare a Shantiniketan, dove aveva fondato questa scuola, questa università, Tagore, andò a trovare Tagore e trovò una giovane donna che riuscì ad ottenere da lui un pensiero sul quaderno degli autografi e Gandhi scrisse, se ricordo bene “non fare mai una promessa frettolosa, ma quando l’hai fatta mantienila a costo della vita”. Tagore invece andò un po’ su tutte le furie quando lesse e cancellò e disse che nessuno può essere fatto prigioniero per sempre con una catena d’argilla, non solo, poi scrisse anche in inglese, in modo che Gandhi lo potesse capire “… via la tua promessa se scopri che era errata”. Ecco, mi farebbe molto piacere se proprio brevemente l’autrice, Brunilde Neroni, potesse un po’ accennare a questo rapporto controverso.

BRUNILDE NERONI

Questo rapporto non era controverso, è una leggenda nata, comunque erano certamente erano diversi, uno era prettamente un politico e l’altro era un poeta che aveva fondato addirittura una scuola che era diventata, e lo è tuttoram un’università pilota Shantiniketan. Gandhi è andato tre o quattro volte da lui e a livello politico aveva fatto delle promesse al nostro Tagore, che gliene aveva fatte delle altre. Quali erano le promesse? Che Tagore avrebbe restituito, e lo fece, tutte le onorificenze inglesi, che Tagore sedesse al parlamento e che Tagore sostenesse, in un certo senso, il movimento.

Tagore si ritirò a vita privata addirittura, pensi un po’, da tanto mantenne le sue promesse. Gandhi ultimamente, ma solo ultimamente, proprio perché era tirato non dico dalla giacchetta, perché non la portava ma, nello chadar, chiamiamolo così, questo panno che portava attorno al collo, da tutti quelli del suo movimento, perché non era solo ovviamente, gli parlavano sempre male di Tagore. Perché Tagore era sempre fuori le righe, nel senso che non andava mai alle riunioni, diede le dimissioni dal parlamento, restituì le onorificenze alla Corona, l’avevano fatto baronetto quando aveva vinto il Nobel, il primo Nobel della letteratura orientale, ricordiamocelo, non fu cosa da poco prenderlo.
Però, mentre il poeta, come lui a volte ironicamente l’aveva chiamato, la “grande sentinella”, nel giornale Young India… L’aveva richiamato più volte al silenzio, pubblicamente, e Tagore era stato zitto. Però quando Gandhi andò a Shantiniketan e scrisse questo, certo che andò su tutte le furie, perché lui le sue promesse le aveva mantenute, chi non aveva provveduto alla sua scuola era stato proprio Gandhi. Cosa che l’ultima volta prima della morte di Tagore nel ’41, l’utlima volta che Gandhi andò a Shantiniketan… La scuola è diventata anche proprietà dello stato, l’università di Tagore oltre ad andare avanti per i diritti e per i denari del Nobel ora, e soprattutto negli ultimi dieci anni è anche sostenuta dallo Stato.

Io onestamente in tutta questa diatriba, se posso dire la mia, sono dalla parte di Tagore, perché il nazionalismo di Gandhi…. Io non sono un’economista e non mi intendo di queste cose, fu davvero un motivo di lotta, anche assai ricercata contro dell’Inghilterra ma Tagore non poteva assolutamente appoggiarla, proprio perché era un poeta internazionale, uan persona che andava in tutto il mondo a fare le conferenze e a parlare pubblicamente. E non lo condivideva per cui proprio per amore della verità, pensava per coerenza nei confronti del suo pensiero. È l’unica cosa che non appoggio di Gandhi, l’autarchia, non l’appoggiò in nessun paese, anzi era contrarissimo alla autarchie di qualsiasi paese ecco.

GIORGIO PAGANO

La domanda che volevo fare a Brunilde è un po’ più generica relativo a questi due autori, come sappiamo l’attore di solito è tanto più grande nella misura in cui riesce a entrare nella parte dei personaggi, da questo punto di vista, credo che questo sia anche il più bel complimento che è venuto da Pollia nei confronti di Brunilde Neroni: il fatto di aver fatto rifiorire, di avere una sensibilità tale da far rifiorire, nella traduzione ovviamente in lingua italiana i testi di questi due grandi personaggi.

Quanto poi in realtà prende questo carico una traduttrice anche se poi in realtà non ti sei limitata solo a questo, sei diventata anche un personaggio attivo hai preso un po’ per detto fatto quello che mano a mano andavi traducendo di questi due grandi personaggi, compreso Gandhi e tra l’altro non so se l’avete notato ma lo dico la bandiera che avete qui è la bandiera personale di Brunilde Neroni che presumo si porti dietro per presentare questo libro e non solo e chiede che venga issata, in questo caso ce l’avete davanti così è ben più visibile.

Comunque questa era la domanda che volevo fare a Brunilde, nel senso che gli attori una volta chiuso il film, il teatro, il pezzo che hanno per le mani passano automaticamente a un altro, da questo punto di vista la sua storia insegna innanzitutto un grande affetto nei confronti del personaggio ma anche rispetto alla dimensione storica. E in questo senso qual è la differenza che a me pare notevole nel senso, come diceva Francesco, sei entrata talmente nei personaggi cui sei entrata nei libri, nelle lettere ricreandoli in lingua madre italiana.

BRUNILDE NERONI

Il mio lavoro lo faccio dal 1981, il mio primo libro di Tagore ci ho messo quattro anni per tradurlo dal bengali è del 1985, Gandhi è dell”88 mi pare, il mio primo libro di Gandhi è dell”88, quindi pensate che razza di frequentazione ho io con questi due personaggi, dall”81 in poi mi sono dedicata ogni giorno della mia vita a loro, non c’è stato giorno in cui non ho tradotto, non ho rivisto, non ho guardato prima qualcuno appunto…

Ma me lo fanno spesso questo complimento della semplicità della poesia della traduzione è proprio quello che cerco, quello che voglio. E proprio questa semplicità della traduzione è un frutto di un lungo lavoro perché fare il traduttore è come ricamare in bianco una tela, è la maniera più difficile di farlo e la traduzione letterale è la cosa più difficile che possa esistere perché appunto fa parlare un’altra persona. Quindi ho anche mille problemi con questo, mille indecisioni, e faccio stesure su stesure, se poi si pensa che scrivo a mano e non con il computer per una scelta personale, di fisicità col foglio, questo è un lavoro anche fisico alla fine, pesante. Ed entro, certo che entro nei personaggi, cerco in tutte le maniere di essere accanto a loro, di dare agli altri in maniera reale, vera.
Io spero di aver dato, lo dico sempre, alla fine di ogni traduzione scrivo sempre qualche nota, spero di aver dato le traduzioni nel miglior modo possibile proprio per l’amore a quella verità di cui si parlava prima, perché c’è un vecchio motto inglese che dice “traduttore, traditore” ecco non voglio tradurre me stessa, non voglio dare di Gandhi l’idea che IO ho di Gandhi bensì voglio dare di Gandhi l’idea che lui ci ha dato.

Posso dire di essere nei confronti di Gandhi, prima mi chiedevi chi sono, sono una dei molti traduttori, perché Gandhi è stato tradotto moltissimo, in tante lingue anche ci sono anche delle bellissime traduzioni in francese, tedesco, etc. però posso dire che vorrei davvero essere una sua discepola. Vado in giro con la bandiera della pace non per caso, questa è una bandiera che mi hanno regalato dei bambini di una scuola tanto tempo fa, quando appunto andavo per le scuole a presentare l’altro libro. Quindi è una bandiera che è da tanti anni appesa perennemente dietro di me all’università di Padova e me la porto dietro nelle scuole quando parlo di Gandhi. Non è un portafortuna come qualcuno mi ha chiesto, perché qualcuno che magari è venuto a più di una presentazione mi ha chiesto “che fai te la porti sempre dietro, è il tuo portafortuna?”, mi ci hanno anche fotografato con la bandiera della pace messa a mo’ di sciarpa sul collo, ma al contrario credo che sia una ricerca della mia verità.

Io amo la pace, sono di natura una persona davvero pacifica, non sono una persona aggressiva, io sono frutto di una famiglia che ha amato sempre la pace, una famiglia di musicisti: mio padre faceva il cantante lirico, mio nonno componeva musica sacra, erano persone che per tutta la vita avevano educato i propri figli, cioè i miei genitori, e in seguito io a essere – allora non si diceva pacifico -, a essere buono. Io amo la bontà, io perseguo la bontà, per cui andare a braccetto con Gandhi essere dietro l’ombra di questo bastone a me piace molto e lo faccio volentieri. Anzi lo faccio proprio con gioia se devo essere sincera. Invece tradurre Tagore è tutto un altro discorso, tradurre Tagore è un proprio la mia seconda vita.

Il video completo della presentazione è visibile sul sito di Radio Radicale

http://www.radioradicale.it/scheda/3634 … oni-salani

 

 

 




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