G. Amato: Paure, egoismi, miserie. Una scossa da Dresda.

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Paure, egoismi, miserie. Una scossa da Dresda
LETTERE EUROPEE di GIULIANO AMATO
Il Sole24ore, 05-02-2006, p.1,

Scrivo questa lettera mentre inizia a Dresda l'incontro fra i sette capi di Stato europei che insieme intendono promuovere l'uscita dell'Unione dall' attuale fase di stallo, corroborando con la loro autorevolezza iniziative di rilancio, che essi stessi enunceranno al termine della loro discussione.
L'iniziativa nasce dall' impegno europeo che ha contraddistinto in questi anni il nostro presidente Ciampi e il suo collega tedesco ed è a dir poco benemerita di fronte a quanto sta accadendo, e non accadendo, sui tanti versanti della nostra vita comune: Stati membri che prima entrano nell' Unione e subito dopo si affidano a Governi anti-europei, procedure di ratifica della Costituzione ritenute tuttora necessarie, ma avvolte nella nebbia, strategie economiche per la crescita continuamente predicate e tuttavia sempre meno praticate, la direttiva per la creazione di un mercato finalmente comune dei servizi, della quale si continua a parlare come se davvero lo creasse, mentre ormai è diventata un inverecondo gruviera, in cui spiccano soltanto i buchi delle eccezioni.
I Capi di Stato riuniti a Dresda a quanto si sa stanno passando in rassegna alcuni degli stessi nodi politico-istituzionali che l'Unione ha tanta difficoltà a sciogliere.
Ma — com’é giusto che sia — la loro attenzione si è soprattutto concentrata sui modi per suturare la frattura che i due referendum di primavera, e non solo loro, hanno palesato fra gli europei e l'Europa; con un occhio particolare ai giovani, perché se si ravviva in loro il senso della nostra identità comune, se si fa in modo che essi si sentano a casa a Varsavia come a Berlino, o quanto meno che sentano Varsavia e Berlino come parti della stessa casa, allora vorrà dire che le fondamenta ci sono e che costruirci sopra non esporrà più al rischio di smottamenti o peggio di crolli.
Questo, certo, significa prendere le cose un pò alla lontana, ma ce lo siamo detto anche troppe volte che la costruzione europea, inizialmente poggiata sulla lungimiranza e sulle scelte delle elite, ha raggiunto dimensioni tali ed è stata investita di tali e tanti compiti da diventare fragilissima senza un convinto radicamento nel consenso dei suoi cittadini. Ciò significa che il destino dell'insieme, e delle stesse vicende che volta a volta lo riguardano, è sempre più affidato alla forza del consenso collettivo iniettato nelle sue fondamenta. Per questo, mentre si discute di una direttiva come la Bolkestein, il tasso dei buchi che la svuotano finisce per dipendere non solo dalla forza delle lobbies nelle sedi istituzionali, ma anche dall'impatto che la visione europea è venuta nel frattempo acquistando attraverso la conoscenza che gli europei di diversi Paesi hanno delle rispettive realtà, la loro dimestichezza agli scambi, la loro percezione delle convenienze (e degli inconvenienti) a ospitare e a essere ospitati per il loro stesso lavoro nell'uno o nell'altro Stato membro.
Di qui la giusta e prevedibile priorità che la riunione di Dresda finirà per dare alla formazione professionale in chiave europea, alla comunicazione fra le scuole, ai programmi di scambio. Il che parrebbe rappresentare un formidabile assist alle istituzioni di Bruxelles, che, rispondendo positivamente su questo terreno – un terreno di iniziative difficilmente contenziose e neppure particolarmente costose potrebbero ricavarne esse stesse un'immagine di vitalità e di ripresa lungimirante di un cammino interrotto.
Parrebbe un formidabile assist. Ma purtroppo al momento non può essere così, nonostante la stessa Commissione, attraverso la sua vice-presidente Margot Wallstrom, abbia lanciato proprio nei giorni scorsi un suo libro bianco che mette a fuoco esattamente i medesimi temi. E non può esserlo, perché su tali temi la Commissione, se nulla cambia, può permettersi a mala pena il libro bianco, non certo di rafforzare i programmi di cui si parla, che sono stati falcidiati senza pietà dall'accordo sulle prospettive finanziarie, raggiunto fra squilli di tromba nel Consiglio europeo di dicembre.
Di quell'accordo si discute proprio in questi giorni nel Parlamento europeo e dalle sue valutazioni emergono in tutta la loro evidenza le conseguenze della scelta che e prevalsa nel Consiglio europeo: spendere il meno possibile, salvando le sole spese su cui si giocavano i consensi nazionali essenziali. Si è scesi, nella spesa complessiva, dall' 1,24% all'1,04% del Pil complessivo, si e fatto pagare il prezzo più basso ai fondi di coesione, che interessavano ai Paesi dell'Est, e alla politica agricola, che interessava alla Francia e a quegli stessi Paesi, e il pesantissimo resto lo si è messo a carico degli altri programmi, per primi quelli relativi all'istruzione e alla ricerca, alla cultura, ai giovani. Con i tagli che ne derivano, il programma Erasmus passerebbe da 285mila giovani l'anno a massimo 150mila, il programma Leonardo passerebbe da 150mila posti di formazione professionale a 36mila, per la mobilità di insegnanti e formatori si passerebbe da 25mila a mille da qui al 2013 (e non torno sui tagli in tema di ricerca e innovazione, di cui già si è parlato).
Sono numeri devastanti, numeri che rendono addirittura problematico parlare ancora di “programmi”, perché a livelli cosi bassi i programmi non ci sono più, non c'è impatto possibile su un' arena grande come quella europea, ci sono solo esperienze esemplificative, non esperienze con forza innovativa. Insomma se è di questo cemento che le fondamenta hanno bisogno, la scelta è di rinunciare alle fondamenta e di continuare ad appesantire i pinnacoli, continuando per di più a litigarci sopra.
Il Parlamento europeo non usa un linguaggio cosi crudo, ma ci va molto vicino. La risoluzione sottoposta alla sua approvazione dalla commissione Bilancio nota che il Consiglio europeo ha privilegiato le politiche amministrate dagli Stati membri a scapito di quelle che permetterebbero all'Unione di fronteggiare le nuove sfide e di sviluppare valore aggiunto per i cittadini. E respinge la posizione del Consiglio «nella sua forma attuale», sottolineando giustamente che essa contrasta con gli indirizzi ripetutamente enunciati dallo stesso Consiglio.
E’ in questo clima che arriva l'assist dei Capi di Stato riuniti a Dresda. Può cadere nel vuoto, se tra i Governi continuerà a prevalere la remissività verso quelli fra i loro cittadini per i quali l'Europa è un costo e non un valore. Ma può anche dare una marcia in più all'azione intrapresa dal Parlamento, di certo più sensibile verso quei cittadini che il valore dell'Europa lo percepiscono, che vorrebbero esserne partecipi e che, a queste condizioni, non possono farlo.
Pur nel rispetto dei “tetti”, uno spostamento di risorse a possibile e per i programmi di cui ho parlato i numeri sono relativamente piccoli. Anche per questo la partita Sara cruciale e rivelatrice del futuro che ci aspetta.
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