FRANÇOIS FILLON – UNA CERTA IDEA DI EUROPA

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L'IDEALE EUROPEO

L'Europa è una costruzione complessa, ma è un successo immenso e unico nella Storia.

500 milioni di europei che da secoli non smettono di essere feriti e che lavorano insieme senza altro vincolo che la volontà politica e la forza del diritto europeo.

Per me, l'Europa non è un'avventura disincarnata. Prima di essere un mercato, una moneta, l'Europa è un incontro carnale tra nazioni millenarie, brillanti e democratiche.

Credo nella presenza di una civiltà europea. L'umanità, la solidarietà, il principio di legalità, la fiducia riposta nella scienza, nell'innovazione e nel progresso: tutti questi valori affermano dove inizia e dove sboccia l'Europa. Credo che questi valori possano rendere l'Europa uno dei maggiori poli del XXI secolo.

Quando paragono l'attuale Europa a quella di ieri, vedo i risultati dell'audacia dei nostri padri. Vedo degli uomini che hanno interrotto una tradizione millenaria di violenti conflitti. Vedo 17 paesi stretti attorno a una moneta unica. Vedo 17 gioventù chiamate a crescere insieme senza timore. 27 popoli uniti che ci vietano di essere scettici o indifferenti. Dobbiamo comparare questa speranza di pace e di prosperità condivisa alle sfide che ci lancia il XXI secolo. L'emergere di nuove potenze economiche, la cui crescita sembra senza limiti, sfida le vecchie nazioni europee. L'Europa ha più che mai bisogno di unire le proprie forze.

Penso che oggi – e forse mi spingo troppo avanti – il generale de Gaulle sarebbe molto europeo. Perché, in fondo, la battaglia per proteggere la nazione francese è una battaglia per proteggere la nostra identità, per proteggere il posto della Francia nel mondo, per proteggere la cultura francese, per proteggere il nostro stile di vita. Oggi, in un mondo di sette miliardi di abitanti, l'unico modo per proteggere questo stile di vita, l'unico modo per proteggere la civiltà europea, così diversa da tutte le altre civiltà, che siano asiatiche o nord americane, è difendere l'Europa.

In fondo, il progetto europeo, che cerchiamo di costruire da 60 anni, è stato concepito come un ideale, ma a questo ideale europeo non abbiamo fornito abbastanza difese concrete, e spesso si è smarrito per vie traverse.

NO AL TRATTATO DI MAASTRICHT

Se l'ideale europeo si è smarrito, la colpa è del metodo usato dai dirigenti europei per superare le divisioni. Invece di discutere alla luce del sole dei loro progetti con il rischio di mettere allo scoperto insormontabili divisioni, hanno scelto di andare avanti indossando delle maschere.

Oggi difendo l'Europa politica con le convinzioni e lo sguardo un po' singolare di coloro che hanno detto “no” alla ratificazione del Trattato di Maastricht nel 1992, quando si stabiliva la moneta europea. All'epoca eravamo un certo numero a esprimere con forza i nostri dubbi circa un programma che consisteva nel creare una moneta prima di stabilire delle istituzioni in grado di difenderla, condurla, di guidare una politica economica.

La battaglia al Trattato di Maastricht, condotta con Philippe Séguin, non era diretta contro l'Europa, ma contro l'indebolimento della politica. Combattevamo un trattato che, creando una moneta unica senza offrire all'Unione Europea delle vere istituzioni democratiche, toglieva ai Parlamenti e ai Governi degli stati ogni libertà di guidare una vera politica economica e monetaria. Rifiutando il Trattato di Maastricht, volevamo obbligare i dirigenti europei a riportare la costruzione europea nei limiti del buonsenso, iniziando a creare istituzioni chiare ed efficaci prima che la moltiplicazione delle politiche comuni di Schengen nei confronti dell'euro potesse sfociare nella confisca delle sovranità nazionali da parte delle strutture tecnocratiche.

All'epoca dicevamo tre cose:

che il Trattato di Maastricht era stato preparato a porte chiuse da tecnocrati, anche se non fu questo il caso poiché alla sua stesura parteciparono i rappresentanti di tutte le nazioni;
che il Trattato di Maastricht creava la moneta unica senza definire gli obiettivi sociali e politici dell'Europa;
che ignorava quali fossero gli strumenti indispensabili all'Europa politica.

In breve, che ci avrebbe condotti a un'Europa burocratica dalla vocazione federale. In fondo, eravamo convinti che l'avventura europea non aveva senso se i suoi responsabili fossero stati al comando.

Oggi non serve a niente dire che avevamo ragione. La moneta è ormai estremamente utile alla protezione del nostro paese e alla protezione degli europei, è estremamente utile nel contesto della mondializzazione. Ma bisogna rimettere le cose a posto e dare a questa moneta le istituzioni economiche, finanziarie e politiche che ne assicurino la solidità. La crisi dell'euro ce lo ha mostrato con violenza. È arrivato il momento di passare a una nuova tappa: quella di una vera Unione politica. Per questo abbiamo bisogno di prospettiva, di iniziativa e di volontà.

PER UN'EUROPA POLITICA

Nel 1992 ero contro il Trattato di Maastricht. Oggi difendo l'ideale europeo con tutte le mie forze. Sono cambiato? In fondo no, perché mi sono sempre battuto per un'Europa politica la cui urgenza è ormai evidente. Ma c'è un punto che all'epoca sottovalutavo, cioè la fragilità dell'edificio europeo. Con la crisi finanziaria e monetaria, ci è mancato poco che l'eredità europea non sprofondasse nel caos. Per questo motivo i dibattiti teorici sull'Europa sono scomparsi per lasciare spazio a un sentimento che non avevo mai provato prima: una forma di patriottismo europeo. Sull'orlo del precipizio, l'Europa ridiventava dentro di me la civiltà europea. E questa civiltà non doveva né poteva cadere sotto le frecciate della crisi.

Mentre tutti i punti di riferimento sbiadivano e i cuori vacillavano, l'energia politica di Nicolas Sarkozy fu determinante. Con i nostri partner tedeschi, offrì al tandem di queste due nazioni il proprio carattere vitale per l'Europa.

Sono legato in modo viscerale alla nostra indipendenza nazionale, ma oggi affermo che l'Europa politica è una questione di sopravvivenza, quindi una questione patriottica. La sovranità nazionale ormai si esprime in Europa.

Un patriota, un uomo che ama il proprio paese che vuole proteggerlo, deve essere a favore di un'Europa politica potente. Per rispondere alla concorrenza mondiale, per proteggere le nostre eredità culturali, le nostre industrie e il nostro lavoro, la Francia ha bisogno dell'Europa e l'Europa ha bisogno della Francia.

L'Europa politica non può esprimersi in un sistema che privilegia consensi deboli. Non è più il momento di un'Europa che si allinea sul più piccolo denominatore comune. E l'Eurozona, che de facto costituisce il cuore del dispositivo previsto dai due trattati negoziati all'inizio dell'anno, deve essere all'avanguardia.

L'Europa politica è l'Europa che si procura un governo economico per decidere della politica economica europea.

Un' Europa politica è un' Europa che si procura i mezzi per dirigere insieme le politiche migratorie ed è quindi un'Europa che si procura i mezzi per sorvegliare le proprie frontiere e che decide di comune accordo chi può entrare nel territorio europeo e chi no.

L'Europa politica è l'Europa che scommette sulle proprie filiere di eccellenza tra cui l'agricoltura, uno dei punti forti dell'economia europea, che deve essere protetta.

L'Europa politica è l'Europa che non è ingenua davanti alla concorrenza mondiale, cioè l'Europa che dice alle altre grandi potenze economiche: siamo ben lieti di accettare i vostri prodotti, a patto che voi accettiate i nostri. La reciprocità deve essere la regola.

Questa Europa politica può diventare il nuovo ideale di coloro che amano la Francia e che credono nell'Europa. Il nostro patriottismo si deve incarnare nel progetto di un'Europa forte. Un'Europa che deve rimanere la più grande area di ricchezza dell'economia mondiale in cui la solidarietà è condivisa al meglio. I suoi affari sono eccelsi in ogni ambito. Padroneggia numerose tecnologie chiave. Può appoggiarsi su eccellenti sistemi scolastici e universitari, che formano le generazioni del domani. Queste generazioni sono nate europee. Non possiamo deluderle. Sono l'Europa del domani.

Tradotto in italiano da http://www.francoisfillon.org

Une certaine idée de l’Europe

L’IDÉAL EUROPÉEN

L’Europe c’est une construction complexe, mais c’est une réussite immense et unique dans l’Histoire.

500 millions d’Européens qui n’ont cessé de se déchirer pendant des siècles qui travaillent ensemble sans autre contrainte que la volonté politique et la force du droit européen.

Pour moi, l’Europe n’est pas une aventure désincarnée. Avant d’être un marché, une monnaie, l’Europe est une rencontre charnelle entre des nations millénaires, brillantes et démocratiques.

Je crois à la présence d’une civilisation européenne. L’humanisme, la solidarité, l’Etat de droit, la confiance placée dans la science, dans l’innovation ou dans le progrès : toutes ces valeurs disent où commence et où s’épanouit l’Europe. Je crois que ces valeurs peuvent faire de l’Europe l’un des grands pôles du 21ème siècle.

Quand je compare l’Europe moderne à ce qu’elle était hier, je vois les résultats de l’audace de nos pères. Je vois des hommes qui ont brisé une tradition millénaire de conflits et de violences. Je vois 17 pays soudés autour d’une monnaie unique. Je vois 27 jeunesses appelées à grandir ensemble sans défiance. 27 peuples unis qui nous interdisent de jouer les blasés, ou les indifférents. Cet espoir de paix et de prospérité partagés, il faut le mettre en parallèle avec les défis qui nous sont lancés par le 21ème siècle. L’émergence de nouvelles puissances économiques, dont la croissance semble sans limites, défie les vieilles nations européennes. L’Europe a plus que jamais besoin de rassembler ses forces.

Je pense qu’aujourd’hui – je vais peut-être m’avancer beaucoup – que le général de Gaulle serait très européen. Parce qu’au fond, le combat pour protéger la Nation française, c’était un combat pour protéger notre identité, pour protéger la place de la France dans le monde, pour protéger la culture française, pour protéger notre mode de vie. Aujourd’hui dans un monde de sept milliards d’habitants, la seule façon de protéger ce mode de vie, la seule façon de protéger la civilisation européenne qui est si différente des autres civilisations, asiatiques ou des civilisations nord-américaine, c’est de défendre l’Europe.

Au fond le projet européen, que nous essayons de construire depuis 60 ans, a été conçu comme un idéal, mais à cet idéal européen nous n’avons pas apporté suffisamment de défenses concrètes et il s’est souvent égaré sur des voies de traverse.

NON AU TRAITÉ DE MAASTRICHT

Si l’idéal européen s’est égaré, la faute en revient à la méthode employée par les dirigeants européens pour surmonter leurs divisions. Au lieu de débattre au grand jour de leurs projets au risque de faire apparaître d’insurmontables divisions, ils ont choisi d’avancer masqués.

Aujourd’hui, je défends l’Europe politique avec les convictions et le regard un peu singulier de ceux qui, en 1992, dirent « non » à la ratification du traité de Maastricht au moment de la mise en place de la monnaie européenne. Nous étions un certain nombre à l’époque à émettre avec force des doutes sur un calendrier qui consistait à créer une monnaie avant de mettre en place des institutions capables de la défendre, de la piloter, de conduire une politique économique.

Ce combat contre le traité de Maastricht mené avec Philippe Séguin ne fut pas un combat contre l’Europe, mais un combat contre l’affaiblissement du politique. Nous combattions un traité qui en créant une monnaie unique sans donner à l’Union européenne de véritables institutions démocratiques, retirait aux Parlements et aux gouvernements des États européens toute latitude pour conduire une véritable politique économique et monétaire. En rejetant le traité de Maastricht, nous voulions forcer les dirigeants européens à remettre la construction européenne dans le bon sens, en commençant pas créer des institutions claires et efficaces, avant que la multiplications des politiques communes de Schengen à l’euro n’aboutissent à la confiscation des souverainetés nationales par des structures technocratiques.

A l’époque, nous avions dit 3 choses :

– que le traité de Maastricht avait été préparé dans un huis clos de technocrates, ce qui ne fut pas le cas cette fois-ci puisque des représentants de toutes les nations furent associés à la rédaction de ce traité constitutionnel ;

– que le traité de Maastricht créait la monnaie unique sans définir les objectifs économiques et sociaux de l’Europe ;

– qu’il ignorait les instruments indispensables à l’Europe politique.

Bref, que tout cela nous entraînait dans une Europe bureaucratique à vocation fédérale. Au fond, nous portions déjà la conviction que l’aventure européenne n’avait de sens que si ses responsables sont aux commandes.

Cela ne sert à rien de dire aujourd’hui que nous avions raison. Cette monnaie est désormais extrêmement utile à la protection de notre pays et à la protection des Européens, elle est extrêmement utile dans le contexte de la mondialisation. Mais il faut remettre les choses à l’endroit et donner à cette monnaie, les institutions économiques, financières, politiques qui assureront sa solidité. La crise de l’Euro nous l’a démontré avec violence. Le temps est venu de passer à une autre étape : celle d’une véritable Union politique. Pour cela, nous avons besoin de vision, d’initiative, de volonté.

POUR UNE EUROPE POLITIQUE

En 1992, je votais contre le Traité de Maastricht. Aujourd’hui, je défends l’idéal européen de toutes mes forces. Ai-je changé ? Non sur le fond, car j’ai toujours milité pour une Europe politique dont l’urgence est désormais reconnue. Mais il est un point qu’à l’époque je sous-estimais, c’est celui de la fragilité de l’édifice européen. Avec la crise financière et monétaire, il s’en est fallu de peu pour que l’héritage européen ne sombre dans le chaos. A cet instant, les débats théoriques sur l’Europe se sont effacés au profit d’un sentiment que je n’avais pas ressenti jusque là : une sorte de patriotisme européen. Au bord du précipice, l’Europe redevenait en moi, la civilisation européenne. Et cette civilisation ne devait pas, ne pouvait pas tomber sous les coups de boutoirs de la crise.

Alors que tous les repères se brouillaient et que les cœurs flanchaient, l’énergie politique de Nicolas Sarkozy fut déterminante. Avec nos partenaires allemands, il donna au tandem de nos deux nations son caractère vital pour l’Europe.

Je suis viscéralement attaché à notre indépendance nationale, mais j’affirme aujourd’hui que l’Europe politique c’est un enjeu de survie nationale, donc un enjeu patriotique. La souveraineté nationale elle s’exprime désormais dans l’Europe.

Un patriote, un homme qui aime son pays qui veut le protéger, il doit être en faveur d’un Europe politique puissante. Pour répondre à la concurrence mondiale, pour protéger nos héritages culturels, nos industries et nos emplois, la France a besoin de l’Europe et l’Europe a besoin de la France.

L’Europe politique ne peut s’exprimer avec un système qui privilégie les consensus mous. L’heure n’est plus à une Europe qui s’aligne sur le plus petit dénominateur commun. Et la zone euro qui de facto constitue le cœur du dispositif prévu par les deux traités que nous avons négociés en début d’année doit être à l’avant-garde.

L’Europe politique, c’est l’Europe qui se dote, d’un gouvernement économique qui décide de la politique économique européenne.

Une Europe politique, c’est une Europe qui se donne les moyens de diriger ensemble les politiques migratoires et c’est donc une Europe qui se donne les moyens de surveiller ses frontières et de décider d’un commun accord qui peut entrer sur le territoire européen et qui n’a pas le droit d’y rentrer.

L’Europe politique, c’est l’Europe qui mise sur ses filières d’excellence dont l’agriculture qui est un des points d’excellence de l’économie européenne et qui doit être protégée.

L’Europe politique, c’est l’Europe qui n’est pas naïve face à la concurrence mondiale, c’est-à-dire l’Europe qui dit aux autres grandes puissances économique : on veut bien accepter vos produits chez nous à condition que vous acceptiez les nôtres chez vous. La réciprocité doit être la règle.

Cette Europe politique, elle peut figurer le nouvel idéal de ceux qui aiment la France et ceux qui croient en l’Europe. Notre patriotisme doit s’incarner dans le projet d’une Europe forte. Une Europe qui doit rester la plus grande zone de richesses de l’économie mondiale et l’une de celles où la solidarité est la mieux partagée. Ses entreprises excellent dans tous les domaines. Elle maîtrise de nombreuses technologies clés. Elle peut s’appuyer sur d’excellents systèmes scolaires et universitaires, qui forment les générations de demain. Ces générations sont nées européennes. Nous ne pouvons pas les décevoir. Elles sont l’Europe de demain.




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