Francese, addio

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A scuola cancellato dall’inglese

Il Francese è come un panda

di Paola Mastracola

Il francese sta morendo. Lo studio nelle nostre scuole della lingua francese ha subito ultimamente un calo abissale: gli studenti posti di fronte a una sezione di inglese o a una di francese, non hanno il minimo dubbio, scelgono in massa l’inglese. E così, progressivamente, sparisce l’insegnamento del francese e i professori superstiti si dissolvono nel nulla, o “si spalmano” su più scuole diverse e lontane o emigrano in lande sconosciute.

Confesso che io, ebbene sì, ho studiato solo il francese.. Tre anni alle medie e due anni al ginnasio. Per una benevola sorte, ho avuto sempre insegnanti bravissimi; non so se sia una prerogativa dei docenti di francese o meno, ma posso dire che si trattava di persone particolarmente severe, rigorose, preparate, colte, appassionate e dunque coinvolgenti. Fortuna mia personale, certo. Fatto sta che io a quattordici anni potevo con agio bazzicare per le sale leggiadramente scure, polverose e scricchiolanti (il pavimento era di legno!) della biblioteca del Centre Culture; e avevo la mirabile opportunità, in quell’età decisiva, di avventurarmi tra le opere di Flaubert, Gide, Sartre, Camus, Verlaine, Baudelaire (e Colette, che fu per me una vera passione!), traendone una felicità mentale che mi dura tuttora.

Confesso altresì che, quando mio figlio, uscendo da una sezione bilingue delle medie, scelse di fare il francese, io andai vagando come un’anima in pena tra i quattro licei classici della mia città nella disperata impresa di trovargli una sezione in cui s’insegnasse ancora il francese. Lì appresi, costernata, che soltanto in uno dei quattro storici licei di Torino sopravviveva a stento una sezione di francese (ora, forse, a rischio di estinzione…)

Ho quindi oggi un approccio molto personale e partigiano al problema, che però non mi frena dal denunciarlo come un problema collettivo gravissimo, direi una vera tragedia che investe la nostra società: stiamo perdendo il francese!

Non vorrei parlare (perché mi sembra ovvio) dell’altissimo valore che ha avuto ed ha per noi europei la cultura francese. Non vorrei ricordare che senza i poeti provenzali noi non avremmo il concetto di “amore da lontano” che ha permeato di sé tutta la lirica da Petrarca ai giorni nostri; che senza il ciclo bretone e carolingio noi ci saremmo persi l’Ariosto; che senza l’Azur di Mallarmé ci mancherebbe Ungaretti… Ma mi chiedo: visto che tanto generosamente ci spendiamo per la sopravvivenza dei panda e delle foche, non potremmo fare qualcosina anche per la non estinzione di Stendhal e Apollinaire?

Mi sorgono due domande: perché tutti scelgono per i figli l’inglese? E perché le scuole si adeguano così pedissequamente a quel che vogliono questi benedetti tutti? Non potrebbe la scuola dire la sua, esprimere il suo punto di vista, i valori in cui crede (ammesso che in qualcosa ancora creda)? Non potrebbe tener duro e, convinta di una sua alta funzione culturale, difendere a spada tratta lo studio di una cultura quale quella francese? Cos’è questo supino arrendersi a capricci di massa, spesso inconsapevoli e marcati solo da un conformismo ad oltranza?

Temo che la gente scelga compatta l’inglese perché si è funestamente imposta, nel nostro mondo, l’idea vincente dell’utile. E’ bene solo ciò che utile.

O meglio, “spendibile”, orripilante aggettivo. Per quale motivo mai dovrebbe essere buona una cosa che si può “spendere”? Quando mai la spesa – e non piuttosto il risparmio o la sublime indifferenza a tutto ciò che è commerciabile – è diventata un valore tanto ambito? Siamo tutti (o diciamo di essere?) fieramente avversi alla famigerata scuola delle tre i, e poi, messi di fronte alla possibilità di scegliere, scegliamo tutti la i? Non potremmo scegliere una f?

Non discuto sull’indiscutibile utilità dell’inglese. E nemmeno sull’opportunità recentissima di avviare i nostri ragazzi a uno studio intensivo del cinese… Ma mi spuntano due pensieri. Il primo: restando pure nella bieca ottica del business, va detto che forse il francese non è poi così inutile, visto che, per esempio con Svizzera e Francia, intratteniamo fortissimi legami economici e lavorativi; e visto che, contando tutti i Paesi francofoni (Africa, Antille, Québec…), sono circa 180 milioni le persone nel mondo che comunicano in francese.

Il secondo pensiero è questo: concediamo pure che il francese sia inutile. Ebbene, non potremmo sceglierlo, e addirittura preferirlo, proprio in quanto tale? All’utile da sempre, per tradizione, si oppone il bello. Nessuna lingua, a pere mio è più bella del francese. Possiede una doppia bellezza, quella della musicalità (non è un caso che Verlaine fosse francese…) e quella del rigore (è talmente rigoroso il francese che è costume di questo popolo badare molto all’ortografia e indire persino delle gare di dettato ortografico: quale lezione per noi, che ormai indifferentemente usiamo apostrofo e accento, e scriviamo ingegniere e coscienza!).

Potremmo, anche in pochi, essere così coraggiosamente rivoluzionari da compiere per una volta la scelta così assurda e inutile della bellezza?

(Da La Stampa, 10/6/2006).

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