Franceschini avvia la distruzione della prestigiosa tradizione italiana del restauro per un progetto di Formazione internazionale, ovviamente in lingua inglese.

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Il progetto di Franceschni.

Scuola di patrimonio d’arte alla Reggia borbonica di Quisisana.

Nella struttura, ripristinata e vuota, di Castellammare di Stabia si terranno corsi di tutela, restauro, valorizzazione. Formazione in inglese per studenti stranieri.

di Paolo Conti.

Capita in ogni viaggio di Stato. Succede sia a Matteo Renzi, presidente del Consiglio, che a Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri. La domanda è sempre la stessa: è possibile inviare studenti già laureati a specializzarsi in restauro e tutela dei beni culturali? Il nostro Paese è considerato un’autorità indiscussa nel campo del Patrimonio storico-artistico: tutela, restauro, valorizzazione. Nonostante le nostre polemiche interne, questa è l’immagine dell’Italia.
Tecnici, archeologi, esperti in delicatissimi ripristini sono spesso chiamati in zone di guerra. L’ultima spedizione risale a pochi giorni fa. Il professor Alessandro Bianchi, dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, e il restauratore Marco Di Bella hanno tenuto un corso di formazione al Museo Nazionale di Bagdad anche per addestrare i tecnici all’uso del laboratorio di restauro donato dall’Italia.
Iniziative che fanno onore al nostro Paese. Ma la richiesta è una vera scuola. Il ministro per i Beni e le attività culturali, Dario Franceschini, ha deciso di dare vita a una Scuola del Patrimonio aperta sia agli studenti italiani che abbiano già concluso l’iter universitario (laurea più master) che a studenti stranieri ma in base ad accordi bilaterali con i singoli Paesi. I fondi ci sono, quasi sei milioni di euro, recuperati dalla Scuola dei beni e delle attività culturali e del turismo, mai veramente avviata nonostante l’approvazione della legge e dello statuto. Dice Franceschini: «Abbiamo individuato la sede, la Reggia borbonica di Quisisana a Castellammare di Stabia, ripristinata da poco tempo e inutilizzata. Pensiamo a una scuola che si basi su alcuni piloni formativi: la tutela, il restauro, la valorizzazione, una sezione dedicata all’archeologia in collaborazione con la prestigiosa Scuola archeologica di Atene. La vicinanza della reggia con Pompei realizzerà un asse con le nostre eccellenze in quel campo. Nasceranno nuove professionalità nel nostro Paese».
Ma Franceschini soprattutto vuole avviare da subito il progetto di Formazione internazionale, in lingua inglese, che in futuro dovrebbe attirare un centinaio di studenti da tutto il mondo. Come sede stabile della Scuola c’è chi vorrebbe poter utilizzare lo storico palazzo Nardini in via del Governo Vecchio a Roma, stabile quattrocentesco abbandonato ed ex Casa della Donna, di proprietà della regione Lazio. Si vedrà.
Dall’autunno la scuola potrà partire, grazie a un milione e 890 mila euro provenienti dai fondi Arcus (la società pubblica arte-cultura-spettacolo). Sarà utilizzato personale dell’Istituto per la conservazione e il restauro, dell’Opificio delle Pietre Dure, degli Istituti per il Catalogo e per la Grafica, del Piccolo Teatro d’Europa e dell’Accademia della Scala, per chi chiede specializzazione in quei campi (prosa e lirica) per i quali l’Italia gode di gran prestigio. Essenziale sarà l’apporto del Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale che possiedono la più vasta banca-dati online di tesori pubblici e privati rubati e spesso immessi sul mercato clandestino. Ancora Franceschini: «L’intenzione è formare personale che in futuro, nei propri Paesi, potrà sfruttare le conoscenze acquisite in Italia e perpetuare una cultura, legata alla tutela e alla gestione ma anche alla valorizzazione, che faccia riferimento al nostro Paese. Non è solo questione di reputazione: è uno strumento di quella diplomazia culturale che sa sostenere anche in questo campo i Paesi emergenti».
(Da roma.corriere.it, 18/8/2015).

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