Fragile Italia

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l'Unità, 19.11.04

Fragile Italia

di Gian Giacomo Migone

Sarebbe scorretto e anche ingeneroso, nel valutare le sue future
prestazioni, non riconoscere i pesanti oneri con cui il nuovo ministro degli
Esteri dovrà affrontare compiti essenziali per il futuro del Paese. Il primo
onere è lui stesso ovvero un passato e presente politico che continuerà ora
a inseguirlo, ora a condizionarlo. l secondo è la natura del governo che
egli è chiamato a rappresentare, la sua politica estera, e la modalità con
cui è stato nominato; il terzo è lo stato della Casa che è chiamato a
dirigere.

1) Gianfranco Fini è troppo intelligente per non sapere che l'equazione
fascismo-comunismo può servire per scopi propagandistici locali ma, sia pure
per motivi opposti, come non ha corso presso buonaparte dei suoi seguaci, è
inutilizzabile nei rapporti con gli altri stati. Lo ha sperimentato a sue
spese il presidente del Consiglio nel suo primo incontro con i suoi colleghi
europei e con lo stesso presidente degli Stati Uniti. Il più anticomunista
degli americani non dimentica che il suo paese ha combattuto una guerra
mondiale contro il fascismo e contro il nazismo, né può trascurare il fatto
che il comunismo è oggi inesistente in Europa. Nei rapporti con numerosi
colleghi europei egli dovrà pur tener conto che essi ritengono la resistenza
e la liberazione dall'occupazione nazi-fascista uno degli elementi
costitutivi della loro identità statuale (così come avviene per gli Stati ex
satelliti nei confronti dell'Unione Sovietica). In altre parole, il
revisionismo storiografico politicamente ispirato non ha corso fuori dai
nostri confini nazionali.
È da verificare se tali considerazioni non rendano ancora inopportuna la
nomina a ministro degli Esteri di un post-fascista. Si tratta anche di
sfuggire anche a forme più sottili di condizionamento provenienti dal
passato. Va dato atto a Fini e al suo partito di avere compiuto un atto
moralmente e storicamente doveroso chiedendo scusa agli Ebrei e agli
Israeliani. Ne può derivare un fondato senso di colpa che, se si traducesse
in un'accettazione acritica della politica estera del governo israeliano in
carica, determinerebbe la rinuncia definitiva da parte dell'Italia al ruolo
che le compete nel quadro mediorientale e che, invece, richiede un punto di
vista assolutamente laico.

2) L'onorevole Fini è il quarto ministro degli Esteri italiano dalla
Costituzione del secondo governo Berlusconi. Renato Ruggiero, la cui
autorevolezza era e resta universalmente riconosciuta, è stato costretto
alle dimissioni perché il presidente del Consiglio ha abbandonato la
tradizionale politica europeista che, dagli anni Cinquanta in poi, ha
segnato l'identità dell'Italia nei suoi rapporti con gli altri Paesi. Da
allora Silvio Berlusconi ha esasperato ed estremizzato l'amicizia con gli
Stati Uniti, trasformandola in una dipendenza umiliante al punto di violare
l'articolo 11 della Costituzione con l'intervento in Iraq e rendendo
inefficace il suo ruolo in Europa con danno degli stessi interessi
americani, come percepiti dal Dipartimento di Stato. Quella amicizia è stata
sostituita da un rapporto politico e personale con il presidente degli Stati
Uniti («Dear George»), sterile, in quanto non ripagato. Valga come esempio
la questione dell'allargamento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, per il quale manca ogni rassicurazione – in casi come questi è
soltanto la diplomazia pubblica a contare – da parte di Washington. Si
tratta di un rapporto fragile, malgrado la rielezione di George W. Bush, in
quanto l'impostazione unilateralista della sua politica estera ha trovato
nella trappola irachena quel macigno che potrebbe dirottare l'opinione
pubblica americana in maniera impetuosa e radicale quanto la sua vittoria
elettorale.
Nel frattempo l'Italia è totalmente isolata in Europa: esclusa da ogni
costituendo direttorio, di per se negativo, addirittura all'epoca della
presidenza italiana dell'Unione Europea, con Blair come unico interlocutore,
ma anche fautore della riforma dell'Onu che ci esclude, a sua volta escluso
da un dialogo sempre più fitto tra le principali potenze europee in cui la
Spagna ha preso il nostro posto. Cosa resta? Il flirt con il dittatore
libico che ha già prodotto il frutto avvelenato degli esuli restituiti al
dubbio destino che gli riserva Tripoli? Il rapporto con Putin, inquinato
dalla difesa dei misfatti ceceni ed a probabili affari di cui occorrerebbe
indagare la natura? Insomma, una politica estera tutt'altro che inesistente,
ma fondata su servilismo, cartapesta e rapporti personali che non si
traducono in diplomazia, a conferma dei peggiori stereotipi nazisti che
colpiscono il nostro Paese.
A Franco Frattini immediato predecessore di Fini va riconosciuto il merito
di avere smussato qualche angolo, contenendo i danni dell'impostazione, ma
anche la responsabilità di non avere modificato di una virgola gli
orientamenti di Berlusconi che, nei colloqui privati non si peritava di
delegittimarlo, invitando gli interlocutori stranieri a rivolgersi
direttamente a lui. Ma è ancora più significativo che Frattini abbia
ottenuto la sua promozione europea non solo prendendo le distanze da Rocco
Buttiglione (come da elementare buon senso), ma dalla natura del governo che
lo ha designato, vero problema che affligge l'Europa e buona parte del mondo
libero, causa profonda della bocciatura del medesimo Buttiglione.

3) Questa eredità a cui Fini medesimo aggiunge il peso del suo passato non
tanto remoto e anche le modalità della sua nomina (gli intrecci con le
caotiche trattative sulla finanziaria e sull'Irpef non sono sfuggite agli
osservatori
stranieri) incombe anche sulla Farnesina, principale strumento della nostra
politica estera. Si tratta di una diplomazia umiliata nella sua dignità e
nella sua notevolissima personalità, capace di misurare, giorno per giorno,
la voragine in cui è precipitato il buon nome e l'influenza del Paese che è
chiamata a rappresentare. Essa è guidata da un segretario generale che, con
le sue note e variegate risorse, ha condotto una guerra senza quartiere
contro il ministro Frattini (e contro Renato Ruggiero, che se ne era
liberato, dalla posizione egualmente influente di rappresentante permanente
presso l'Unione Europea). Una delle prime sfide che il nuovo ministro dovrà
affrontare sarà quella di guidare il proprio ministero, scegliendo tra
un'onerosa coabitazione e un conflitto dall'esito incerto che offrirà la
misura (o una delle misure:
non esageriamo l'importanza dell'ambasciatore Vattani) della capacità del
nuovo ministro di conquistarsi qualche indipendenza dagli interessi di
Silvio Berlusconi.
Non stupisca che queste osservazioni non abbiano il carattere di un attacco
preventivo al nuovo ministro degli Esteri; piuttosto quello di una messa in
guardia di fronte ai pericoli che, insieme con lui, corre il nostro Paese.
È fuori luogo invocare bipartisanship di fronte a diversità di orientamento
politico che governo e opposizione hanno il diritto-dovere di non sottacere
in Parlamento e al Paese. Tali differenze esistono e sono gravi. Ma qui è in
gioco qualche cosa di più profondo. Tre anni e mezzo di governo Berlusconi
rischiano di ridurre l'Italia a quella che, molti anni fa, il principe di
Metternich definì «un'espressione geografica». Oltre alla Resistenza ci
vediamo costretti a difendere il Risorgimento. La precarietà della posizione
internazionale dell'Italia è tale che qualsiasi inversione di tendenza,
anche minima, che il nuovo ministro degli Esteri riuscisse ad effettuare,
dovrà essere accolta con r iconoscenza, al di fuori di ogni calcolo politico
di corto raggio.

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