Forza italiano, c’è ancora un posto sul podio

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Il solito confusionario Severgnini. Ma cosa aspettarsi da uno che ha ricevuto la medaglia dalla Regine d’Inghilterra per i suoi “servizi” di promozione dell’inglese in Italia?

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Forza italiano, c’è ancora un posto sul podio

dal Corriere della Sera – 3 marzo 2005

B. Severgnini

Leggo che l’italiano se la passa male: non sono d’accordo. Penso che ce la passiamo peggio noi italiani: ma è una questione diversa (di testa, non di lingua). L’Accademia della Crusca protesta perché l’idioma del Boccaccio (e di Bonolis) è stato ridimensionato nelle conferenze-stampa a Bruxelles. La cosa può sembrare antipatica, ma pensate come si sono sentiti portoghesi e spagnoli in passato, e come si sentiranno presto francesi e tedeschi. Sconfitti tutti, chi nei quarti chi in semifinale. Perché nella competizione per la lingua globale, come in ogni campionato del mondo che si rispetti, vince uno solo. In questo caso, l’inglese.

L’ho già scritto, lo ripeto: non solo non possiamo farci niente, ma dobbiamo considerarla una buona notizia. Finalmente c’è una «lingua planetaria» che permette a un ministro greco di protestare con un diplomatico coreano, e a un imprenditore di Pordenone d’intendersi con un collega di Portland o Porto Alegre (se lavora un po’ sull’accento). Le lingue diverse dall’inglese sono quindi condannate? Ma no: basta si difendano con abilità e si promuovano con intelligenza. Partire lancia in resta contro i carri armati può essere nobile: ma è meglio girargli intorno. Come sostenere l’italiano, dunque? Qualche considerazione e un paio di proposte.

1) Evitiamo, come dicevo, di combattere battaglie perdute in partenza. Il problema dell’Unione Europea è semplice, nella sua complessità: ci sono 25 Stati membri, venti lingue e 380 combinazioni possibili. Siccome non è possibile tradurre tutto in tutte le lingue, s’è scelto di passare attraverso sei «lingue ponte» (inglese, francese, tedesco, spagnolo, italiano, polacco). Ma l’inglese è già la lingua unica di lavoro: non l’ha stabilito nessun decreto, lo decretano i fatti.

2) Evitiamo conclusioni affrettate. La prevalenza dell’inglese danneggia le altre 19 lingue? Ma no: a Bruxelles tutti ne parlano almeno tre (e gli ungheresi e i finlandesi sono favoriti, rispetto a britannici e irlandesi: non hanno gli svantaggi e le pigrizie dei madrelingua). L’inglese come lingua di lavoro favorisce la Gran Bretagna? Macché. Il Regno Unito è abbastanza defilato rispetto ai grandi piani europei (euro, costituzione). E l’inglese è ormai uno strumento per la trasmissione delle informazioni, altra cosa rispetto alla lingua di Oxford (che a Londra, comunque, non parla più nessuno).

3) Ascoltiamo chi è del mestiere. Scrive Carlo Marzocchi (cmarzocchi@units.it): «In chi come me fa l’interprete per l’Unione Europea e forma interpreti all’università, l’autorevole lamento del professor Sabatini (Accademia della Crusca ndr), genera un senso d’irrealtà. Proprio mentre si sanciva che l’italiano “esce dal gruppo ristretto”, ero a Bruxelles dove, evidentemente mal informato, interpretavo in italiano una riunione sui prezzi dei cereali. Lo stesso giorno, alla Commissione europea, l’italiano era previsto in venti tra le 50 e più riunioni». Avete qualcosa da aggiungere? Io, no.

4) Evitiamo di predicare bene e razzolare male. Gli italiani che usano parole inglesi inutili sono milioni: metà sono incomprensibili, metà sono ridicoli. Perché il dirigente milanese dice «shiftare» invece di «spostare» o «cambiare»? E perché i colleghi non gli gridano «Parla come mangi!»? (Questa forse la so: perché il dirigente – scusate, il manager – mangia uno snack al lunch, e nel week-end s’ingozza col brunch).

5) Ricordiamo che la nostra lingua musicale evoca (ancora) cose piacevoli: cibo, arte, moda, stile e vacanze. La gente del mondo DEVE studiare l’ìnglese; ma VUOLE imparare lingue come l’italiano. Facciamoci avanti, allora, offrendo corsi all’estero, libri, radio e TV (buone, però). La corsa non è perduta. La medaglia d’oro l’hanno vinta a Washington e a Londra (anche Sydney, Ottawa e Dublino: complimenti); ma ci sono ancora due posti sul podio, e quattro concorrenti (francese, tedesco, spagnolo, italiano). Forza, che ce la facciamo.

E le proposte, direte voi? Lo spazio è finito. Appuntamento a giovedì prossimo.

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il solito confusionario Severgnini. Ma cosa aspettarsi da uno che ha ricevuto la medaglia dalla Regine d'Inghilterra per i suoi "servizi" di promozione dell'inglese in Italia? <br /><br />
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Forza italiano, c’è ancora un posto sul podio<br /><br />
dal Corriere della Sera - 3 marzo 2005<br /><br />
B. Severgnini<br /><br />
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Leggo che l'italiano se la passa male: non sono d'accordo. Penso che ce la passiamo peggio noi italiani: ma è una questione diversa (di testa, non di lingua). L'Accademia della Crusca protesta perché l'idioma del Boccaccio (e di Bonolis) è stato ridimensionato nelle conferenze-stampa a Bruxelles. La cosa può sembrare antipatica, ma pensate come si sono sentiti portoghesi e spagnoli in passato, e come si sentiranno presto francesi e tedeschi. Sconfitti tutti, chi nei quarti chi in semifinale. Perché nella competizione per la lingua globale, come in ogni campionato del mondo che si rispetti, vince uno solo. In questo caso, l'inglese.<br /><br />
L'ho già scritto, lo ripeto: non solo non possiamo farci niente, ma dobbiamo considerarla una buona notizia. Finalmente c'è una «lingua planetaria» che permette a un ministro greco di protestare con un diplomatico coreano, e a un imprenditore di Pordenone d'intendersi con un collega di Portland o Porto Alegre (se lavora un po' sull'accento). Le lingue diverse dall'inglese sono quindi condannate? Ma no: basta si difendano con abilità e si promuovano con intelligenza. Partire lancia in resta contro i carri armati può essere nobile: ma è meglio girargli intorno. Come sostenere l'italiano, dunque? Qualche considerazione e un paio di proposte. <br /><br />
1) Evitiamo, come dicevo, di combattere battaglie perdute in partenza. Il problema dell'Unione Europea è semplice, nella sua complessità: ci sono 25 Stati membri, venti lingue e 380 combinazioni possibili. Siccome non è possibile tradurre tutto in tutte le lingue, s'è scelto di passare attraverso sei «lingue ponte» (inglese, francese, tedesco, spagnolo, italiano, polacco). Ma l'inglese è già la lingua unica di lavoro: non l'ha stabilito nessun decreto, lo decretano i fatti. <br /><br />
2) Evitiamo conclusioni affrettate. La prevalenza dell'inglese danneggia le altre 19 lingue? Ma no: a Bruxelles tutti ne parlano almeno tre (e gli ungheresi e i finlandesi sono favoriti, rispetto a britannici e irlandesi: non hanno gli svantaggi e le pigrizie dei madrelingua). L'inglese come lingua di lavoro favorisce la Gran Bretagna? Macché. Il Regno Unito è abbastanza defilato rispetto ai grandi piani europei (euro, costituzione). E l'inglese è ormai uno strumento per la trasmissione delle informazioni, altra cosa rispetto alla lingua di Oxford (che a Londra, comunque, non parla più nessuno). <br /><br />
3) Ascoltiamo chi è del mestiere. Scrive Carlo Marzocchi (cmarzocchi@units.it): «In chi come me fa l'interprete per l'Unione Europea e forma interpreti all'università, l'autorevole lamento del professor Sabatini (Accademia della Crusca ndr), genera un senso d'irrealtà. Proprio mentre si sanciva che l'italiano "esce dal gruppo ristretto", ero a Bruxelles dove, evidentemente mal informato, interpretavo in italiano una riunione sui prezzi dei cereali. Lo stesso giorno, alla Commissione europea, l'italiano era previsto in venti tra le 50 e più riunioni». Avete qualcosa da aggiungere? Io, no. <br /><br />
4) Evitiamo di predicare bene e razzolare male. Gli italiani che usano parole inglesi inutili sono milioni: metà sono incomprensibili, metà sono ridicoli. Perché il dirigente milanese dice «shiftare» invece di «spostare» o «cambiare»? E perché i colleghi non gli gridano «Parla come mangi!»? (Questa forse la so: perché il dirigente - scusate, il manager - mangia uno snack al lunch, e nel week-end s'ingozza col brunch). <br /><br />
5) Ricordiamo che la nostra lingua musicale evoca (ancora) cose piacevoli: cibo, arte, moda, stile e vacanze. La gente del mondo DEVE studiare l'ìnglese; ma VUOLE imparare lingue come l'italiano. Facciamoci avanti, allora, offrendo corsi all'estero, libri, radio e TV (buone, però). La corsa non è perduta. La medaglia d'oro l'hanno vinta a Washington e a Londra (anche Sydney, Ottawa e Dublino: complimenti); ma ci sono ancora due posti sul podio, e quattro concorrenti (francese, tedesco, spagnolo, italiano). Forza, che ce la facciamo. <br /><br />
E le proposte, direte voi? Lo spazio è finito. Appuntamento a giovedì prossimo.<br /><br />
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