Federazione europea. una risposta ai teorici del “non si è mai vista”.

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Federazione europea. una risposta ai teorici del “non si è mai vista”.

 

Tommaso Visone, Fondazione Critica Liberale

 

In due recenti articoli Giovanni Sartori e Piero Ottone – “Corriere della Sera” del 6 novembre  e “La Repubblica” del 20 novembre – argomentano in sfavore della tesi di una possibile trasformazione dell’Unione europea in una federazione sulla base di alcune considerazioni che ci si permette di considerare, sinceramente, discutibili. Si parta dall’articolo di Sartori (citato dallo stesso Ottone) : “Non si è mai visto un sistema federale senza una lingua comune. Nemmeno l’India fa eccezione, perché l’élite che la domina parla inglese”. Tesi interessante questa della necessaria “comunanza” linguistica ai fini federativi che, a modestissimo avviso di chi scrive, non trova tuttavia riscontro nei lavori dei maggiori studiosi novecenteschi del fenomeno in questione (da Elazar a Friedrich, da Albertini a Marc). Ma – anche qualora ci si sbagli e questo riscontro ci sia – se ci si rivolge all’insieme della popolazione si vedrà come questa teoria sia falsificabile sul nascere in quanto, proprio in India, la popolazione non parla di certo un’unica lingua, compreso l’inglese che non ha mai attecchito tra molti strati popolari del subcontinente. Se, invece, si pensa in termini più ristretti “all’élite” che “domina” su una determinata area continentale si vedrà come anche in Europa – e da molti secoli – vi sia una lingua franca comune che, in questa fase storica, è senza ombra di dubbio l’inglese. Bastino alcuni esempi a riguardo. Dai primi ministri e presidenti nazionali – es. Hollande, Merkel, Letta, ecc. – ai dirigenti del mondo economico e bancario – es. Draghi, Weidmann, Moscovici, ecc. – dai principali attori nel seno della Commissione europea – es. Barroso, Rehn, Almunia, ecc. – ai protagonisti della vita culturale europea – es. Habermas, Todorov, Sartori, ecc. – tutti parlano un buon, se non un ottimo, inglese. L’altro argomento di Sartori secondo il quale il votante italiano avrebbe delle difficoltà nel relazionarsi a dei candidati di paesi “dal linguaggio indecifrabile” è stato accuratamente criticato, a suo tempo, da Giulio Ercolessi che ha dimostrato come la distanza linguistica abbia addirittura un ruolo positivo nell’impedire l’affermarsi di “demagoghi carismatici” su scala europea in un sistema che, probabilmente (anche alla luce del presente art. 9D comma 7 del Trattato sull’UE approvato a Lisbona), si definirà come parlamentare, evitando così l’elezione di un Presidente europeo a suffragio diretto. Ciò detto si passi ad Ottone : “Non credo che sia mai successo nella storia che singole comunità nazionali si siano unificate volontariamente, per dare vita a un grande superstato, attraverso pacifiche operazioni diplomatiche…Le federazioni fra gli Stati… sono il risultato di eventi tumultuosi, di guerre… non di decisioni prese intorno a un tavolo con un pacifico negoziato; e sempre presuppongono che uno Stato prevalga sugli altri, che li annetta. Così è stato anche quando esistevano affinità di lingua e di cultura: pensiamo agli Stati Uniti d’America, che nonostante le tante affinità fra Nord e Sud poterono nascere solo attraverso una guerra ”. Anche qui la tesi non sembra fondata nella misura in cui – per citare il caso in questione – la storia della Convenzione di Filadelfia (1787) dimostra esattamente il contrario. All’epoca la guerra con il Regno di Gran Bretagna (1776-1783) era finita e la Convention – che sancì il passaggio da una lega di stati sovrani a uno Stato federale – si tenne in un clima pacifico, così come non vi fu alcun conflitto bellico nel corso del periodo di ratifica del testo prodotto dalla stessa (1787-1789). Riassumendo : la federazione degli “Stati Uniti d’America”, fino a prova contraria, non esisteva prima del 1789 e la sua nascita – pacifica – é successiva alla guerra che sancì l’indipendenza dei singoli stati nord americani, legati dal 1781 in una “Confederazione” che di federale aveva ben poco (come si vede dagli artt. 2 e 3 degli “Articles of Confederation”). Lasciando a latere il resto dell’articolo di Ottone – ancor più discutibile sotto diversi profili – non ci si può, altresì, esimere dal criticare il comune cuore concettuale delle due tesi : la federazione non è realistica in quanto “non si è mai visto… non è mai successo…ecc.”. Come ha brillantemente compreso Reinhardt Koselleck una delle caratteristiche fondamentali dell’epoca moderna è quella per la quale “le aspettative del futuro” si distinguono “da ciò che avevano offerto tutte le esperienze precedenti”. Proprio per questo nell’età moderna non è possibile ricorrere “sic et simpliciter” al vecchio detto “historia magistra vitae” senza fare i conti con un futuro aperto; ragione per la quale lo stesso Koselleck, che era un conservatore, si interessò alle “strutture di movimento” della Storia al fine di riattivare una “potenzialità prognostica” della Geschichte che era stata disattivata dall’asimmetria istauratasi tra le due “categorie metastoriche” sopracitate. Se ad oggi è pacifico concordare con lo storico tedesco in merito alla fine di un’epoca di “progresso lanciato verso la perfezione” non ci si può, tuttavia, esimere dal constatare come non sia possibile, in alcun modo, restringere tutto il nostro “orizzonte di aspettativa” alle esperienze che possiamo raccogliere esaminando il passato e il presente. E’ il nucleo duro della modernità che continua, come problema, ad operare nella nostra epoca a impedirci tale riduzione semplicistica e, al fondo, inefficace. D’altronde è lo stesso Sartori a mostrarci autorevolmente – proprio nell’articolo del 6 novembre u.s. – come la “rappresentanza politica dei moderni” costituisca una novità rispetto a quella degli antichi e dei medievali, ergo proprio quella rappresentanza difesa dal politologo italiano non si era mai vista fino alla rivoluzione francese. Quindi al posto di giudicare una prospettiva sulla base del fatto che si sia già vista oppure no, non sarebbe il caso di interrogarsi al fondo su cosa stia inequivocabilmente morendo nella nostra società (es. proprio la democrazia dei moderni)? E non sarebbe opportuno, se si avverte tale pericolo per la democrazia, chiedersi come farla uscire da questo circolo vizioso istituendo una nuova prassi che riesca non solo a salvarla ma a farla vivere e fiorire? Il tutto ovviamente pensato non sulla base del mondo di trent’anni fa ma in relazione a questo contesto in cui occorre fare direttamente i conti con dei processi globali senza un “big brother” alle spalle pronto a proteggerci alla bisogna (ma pur sempre voglioso, come in passato, di imporre i suoi interessi a un presunto alleato sempre più debole). Non occorre, in tale scenario, essere affettivamente legati ad Altiero Spinelli per riconoscere la bontà di un percorso che porti alla nascita di un’Unione federale europea capace di dare nuova linfa alla democrazia nel mondo. Qualora vi siano delle alternative migliori, ben vengano. Ma tendendo l’orecchio in questa direzione – al netto di un confuso vociferare sull’Europa dei popoli, la multilevel governance, ecc. – si sente solo un assordante silenzio.

Fondazione Critica Liberale , 25.11.2013

 




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