Fatti gli europei, resta da fare l’Europa.

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Fatti gli europei
resta da fare l'Europa


Dalla cultura all’economia, dalla scienza alla tecnica un grande processo di unificazione è in atto. Ma i governi litigano e si limitano a occuparsi delle piccole cose

La conclusione cui possiamo giungere dopo il triste spettacolo che ha visto le discussioni e i conflitti fra i rappresentanti dei ventisette paesi dell'Unione Europea è una sola: sono nati gli europei, ma non l'Europa. Che gli europei esistono lo dimostrano i dati delle inchieste, l'integrazione culturale, i progressi di una economia continentale. Quando un europeo va in un altro continente e viene in contatto con una cultura diversa percepisce la propria identità e le differenze. È anche evidente che il mutamento è così radicale che è ormai inconcepibile, ad esempio per un francese, pensare a una possibile guerra con i tedeschi, per un inglese a una guerra contro l'Italia. Gli europei attraversano le frontiere interne dell'Unione per andare in vacanza mentre i loro padri, o nonni, le varcavano troppo spesso con le armi. Si è formata una cultura europea che in precedenza era debole o inesistente.


Le differenze tra noi e il resto del mondo

Questo fenomeno è anche favorito dalla diffusione dell'inglese quale lingua veicolare, come lo era il latino nel Medioevo, poi soppiantato dalle lingue nazionali che favorirono appunto la crescita di identità nazionali, i cui effetti furono devastanti per l'Europa e per l'identità europea. Certamente, percepiamo ancora le differenze, ad esempio fra un olandese e un veneto. Ma ormai non sono certo maggiori di quelle che avvertiamo fra un siciliano e un lombardo. Un tempo si poteva distinguere la cultura «occidentale» dalle altre. Oggi percepiamo anzitutto le differenze fra noi europei e gli altri. Quando l'Europa era divisa e l'Unione Sovietica ne controllava la parte orientale era ancora difficile parlare di Europa politica. Ma, dopo la caduta del muro di Berlino, il processo di unificazione si è accelerato e anche il riemergere delle identità, delle culture e delle lingue regionali (e penso anzitutto al catalano) tendono a indebolire gli Stati nazionali e quindi ad accelerare il processo di unificazione. In conclusione, stiamo assistendo a una trasformazione – storica e grandiosa insieme – che riguarda la cultura, l'economia, la tecnica e la scienza, un cambiamento che dovrà permettere a cinquecento milioni di europei di competere con colossi demografici – presto anche economici – come la Cina e l'India.

Invece di guardare al futuro

Sappiamo anche che l'attenzione dell'America è sempre più orientata verso l'Asia, che le fornisce ormai la maggioranza dei cervelli di cui ha bisogno. Dunque, o l'Europa si unifica, ed eventualmente nascono gli Stati Uniti d'Europa, un colosso in grado di competere sulla scena del mondo, o il nostro destino sembra quasi segnato.
Ma i ventisette hanno mostrato di capire la svolta storica che stiamo vivendo? Purtroppo, mentre i loro popoli facevano la storia, loro vivevano e vivono, salvo eccezioni, di cronaca. E così, cosa si chiede? Di abolire il vessillo europeo simbolo dell'Unione, che molti europei già amano, di chiamare il ministero degli Esteri europeo in altro mondo, e via dicendo. I popoli europei, senza alcun dubbio, fanno la storia mentre i governi litigano, discutono e, quasi sempre, si limitano a occuparsi delle piccole cose, della cronaca, non certo di una storia per la quale, salvo eccezioni, non riescono ad avere una visione di grande respiro. Insomma parlano più o meno di libero scambio, e certamente non guardano ai futuri e sperati Stati Uniti d'Europa


di Sabino Acquaviva

La Stampa

15/07/2007

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