Farsi capire: la lingua tra società e istituzioni

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I libri di linguistica tendono a essere rivolti agli addetti ai lavori, ma molte delle questioni legate alla lingua sono importanti per ogni cittadino. Ogni forma di nazionalismo è inscindibile dalla questione della lingua e ogni stato ha una politica linguistica. Soprattutto per le minoranze, la lingua è un fattore fondamentale della propria identità. Si pensi al basco o al catalano, o alle lingue «create» per ideologia politica o religiosa, come il macedone, variante del bulgaro o del serbo, assurto a lingua nel 1944, o al moldavo, che in realtà è il rumeno cui fu imposto dal regime comunista l’alfabeto cirillico.
Si pensi anche all’ebraico moderno, voluto dal sionismo, in un processo che Benjamin Harshav, autore di Language in Time of Revolution, ha descritto come «una ideologia che ha creato una lingua che ha forgiato una società che è diventata uno Stato».
In molti casi gli stati hanno una precisa legislazione che regola l’uso della lingua ufficiale, o nazionale, accanto a quello delle altre lingue riconosciute. In altri la legislazione statale è insufficiente. Un esempio di queste problematiche in Italia può essere offerto dalla legge 482/1999, che conferisce status di lingua ufficiale a numerose varietà locali (friulano, sardo, francoprovenzale, occitano, croato, albanese, greco, qualche varietà germanica e altre ancora, che si aggiungono al tedesco, al francese, al ladino e allo sloveno già tutelati da decenni). Questo ha provocato e provocherà più ancora in futuro una forte domanda di specialisti e operatori che sappiano gestire sul terreno le necessità teoriche e pratiche che un tale mutamento linguistico impone. Si tratta cioè non solo di adeguare le varietà adesso ufficiali dal punto di vista linguistico, perché possano ricoprire le funzioni di lingua scritta, amministrativa e ufficiale cui sono chiamate, ma anche e forse soprattutto di pianificare questo cambiamento rispettando le esigenze concrete dei parlanti e sapendo adattare i frameworks teorici alle singole realtà locali.
È questo un argomento ancora poco conosciuto in Italia, e che sarebbe importante entrasse a far parte della consapevolezza non solo degli studiosi del settore, ma anche dell’opinione pubblica. Il volume di Vittorio Dell’Aquila e Gabriele Iannàccaro, La pianificazione linguistica, è proprio rivolto a questo ed è il primo del genere nel nostro Paese. La pianificazione linguistica, branca della sociolinguistica, è la disciplina che studia i rapporti tra lingue e istituzioni. Questi temi richiedono molta attenzione, specialmente mentre si sta creando una legislazione dell’Unione europea che regolamenterà i rapporti tra le lingue.
Del 1995 è la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, che delinea le direttrici generali per il rispetto della diversità linguistica e i diritti delle minoranze; dello stesso anno, ma entrata in vigore nel 1998, è la Carta europea per le lingue regionali e minoritarie, che propone una serie di misure legislative per l’implementazione del plurilinguismo in vari settori dell’amministrazione e dell’educazione. In appendice al testo il lettore troverà le schede linguistiche di tutti i paesi europei, con l’indicazione della lingua ufficiale, di quella regionale, delle lingue riconosciute e di quelle dell’educazione, assieme all’indicazione degli articoli di legge che sanciscono il diritto linguistico. Da qui si può partire per capire cosa manca e cosa si può migliorare.

di Claudia Rosenzweig (da “Diario”)

Testo di riferimento: La Pianificazione Linguistica
Vittorio Dell’Aquila e Gabriele Iannàccaro
Carocci

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