Far marciare l’Europa

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Far marciare il motore dell'Europa

La crisi irachena ha insieme oscurato (mediaticamente) e diviso (politicamente) l'Europa. Nessuna meraviglia, quindi, se l'oggetto dichiarato delle maggiori elezioni democratiche dell'Occidente, che chiamano alle urne quasi 455 milioni di cittadini per eleggere 732 parlamentari rappresentanti del nuovo, grande “popolo europeo”, sia finito ancora una volta relegato in un angolo.
Il Parlamento europeo di Strasburgo, cioè la posta in gioco di queste elezioni, le seste dal 1979, non ha peraltro mai davvero “bucato” l'attenzione dei cittadini, come dimostrano i forti tassi di astensione al voto. Fatte le debite eccezioni che confermano la regola, le competizioni elettorali europee hanno sempre finito per risolversi in campagne nazionali di livello, diciamo così, accessorio. Occasioni intermedie di verifica tra un'elezione politica nazionale e un'altra; spunti rissosi (un'arte in cui i politici italiani, purtroppo, raggiungono l'eccellenza) tra, e dentro, maggioranze di governo e cartelli d'opposizione.
La perdita della prospettiva europea è un errore grave. Sono astuzie che si pagano con gli interessi e che, da miopie, possono degenerare in cecità. L'Europa non è un'entità-altra che ci viene comoda, con l'euro, a fini turistici o per confortevoli tavole rotonde sui destini dell'umanità. L'Europa siamo noi, è il nostro vivere quotidiano – la moneta comune non è forse cosa di cui discutiamo ogni giorno? – e insieme il futuro delle nuove generazioni.
Il Parlamento europeo, l'accidentato percorso verso la Costituzione, i problemi posti dall'allargamento a 25 Paesi, la Banca centrale, il Patto di stabilità e di crescita, il coordinamento delle politiche economiche: confrontarsi sul quadro di “comando” istituzionale e misurarne la sua adeguatezza, i pregi e i difetti della sua architettura, vuoi dire, appunto, occuparci di noi stessi e dei nostri figli.
Dice il professor Jean Paul Fitoussi che il governo europeo assomiglia più a un governo delle regole che a un governo delle scelte. Ha ragione, coglie un aspetto importante dei problemi. L'Europa, con l'accordo di Lisbona, si è prefissa da qui al 2010 due obiettivi strategici: creare un'economia della conoscenza più competitiva e più dinamica e migliorare rapidamente il tenore di vita nei nuovi Stati membri.
Sappiamo dove andare. Dobbiamo trovare lo spirito, e i mezzi giusti, per farlo. I numeri dell'Europa e del confronto con gli Stati Uniti – solo nell'ultimo anno il Pil Usa è cresciuto del 4,7% rispetto all' 1,7% dell'Europa – ci inchiodano alla realtà.per quella.. che è, cioè «tutt'altro che brillante», per usare la formula del “Rapporto Sapir”, un documento di straordinario interesse voluto dalla stessa Commissione Ue. Questo rapporto indica che la crescita economica dell'Unione è stata inferiore non solo alle aspettative, ma anche agli incrementi registrati in passato in Europa e negli Usa.
I tassi medi di crescita nella Ue, infatti, hanno segnato una graduale flessione decennio dopo decennio, con un Pil pro capite che dall'inizio degli anni '80 ristagna attorno al 70% del livello americano.
Una discussione franca sui modi per far girare meglio il motore europeo e per agguantare livelli di crescita degni di questa parola e non una serie di miserabili “zero-virgola” è doverosa. Non si tratta, sia chiaro, di attentare al necessario rigore dei conti pubblici. Ma sull'altare del conservatorismo fine a se stesso non può essere bruciato il futuro collettivo; la bussola dell'innovazione non può arrugginirsi ulteriormente.
Occuparsi dell'Europa, ripetiamo, è occuparci di noi stessi. Il voto di oggi e di domani significa questo.

Di Guido
Il Sole 24 Ore, 12.06.2004, p. 1

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