False promesse da Eurobilancio

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I quattro presidenti delle principali istituzioni europee (Commissione europea, Consiglio europeo, Banca centrale europea ed Eurogruppo) si trovano di fronte a un dilemma cruciale: l'Eurozona ha davvero bisogno di un proprio bilancio?
Il motivo al centro del dibattito è che l'unione monetaria degli Stati Uniti funziona molto meglio, perché a ridurre l'impatto degli shock asimmetrici, cioè gli shock dei singoli Stati, interviene un bilancio federale di ingenti dimensioni. Secondo i sostenitori di questa tesi, la Zona euro dovrebbe avere un proprio bilancio per essere in grado di fornire altrettante garanzie ai suoi membri.
Questa tesi, però, travisa l'esperienza statunitense. È vero che negli Stati Uniti, come nella maggior parte degli Stati federali esistenti, il bilancio federale ridistribuisce il reddito tra le regioni, andando così a compensare almeno in parte i dislivelli di reddito a livello interregionale. Tuttavia, pur se questo aspetto è stato ripetutamente documentato, dedurre che la redistribuzione equivalga a un ammortizzatore è sbagliato. Negli Stati Uniti il bilancio federale compensa una quota sostanziale, stimata intorno al 30-40%, delle differenze nei livelli di reddito pro capite tra gli Stati, perché in media quelli più poveri contribuiscono meno in termini di gettito fiscale, mentre ricevono trasferimenti più consistenti. Questo non implica, però, che tali meccanismi forniscano anche un'assicurazione contro gli shock, cioè le improvvise variazioni di reddito a livello dei singoli Stati. Molti dei trasferimenti del governo federale – in particolare il sostegno sociale di base, come i buoni alimentari – variano di poco in base al ciclo economico locale.
Sul versante delle entrate, la misura in cui la tassazione federale assorbe gli shock a livello statale non può essere molto ampia per la semplice ragione che la principale fonte di entrate che reagisce al ciclo economico, cioè l'imposta federale sul reddito, rappresenta meno del 10% del Pil.
La scarsa sensibilità delle spese e delle entrate federali alle condizioni del ciclo economico locale spiega perché soltanto una piccola parte di shock del Pil del singolo Stato, stimata intorno al 10-15%, sia assorbita mediante trasferimenti automatici da e verso il bilancio federale degli Stati Uniti. Una proposta lanciata più volte in Europa riguarda la creazione di un fondo assicurativo a livello europeo, o almeno dell'Eurozona, contro la disoccupazione. A prima vista l'idea appare interessante, ma anche qui il riferimento all'esperienza americana risulta fuorviante.
Negli Stati Uniti l'assicurazione contro la disoccupazione è organizzata a livello statale. Il governo federale interviene solo in caso di gravi recessioni a livello nazionale ed eroga sussidi supplementari per i disoccupati di lunga durata. Questo sostegno viene però fornito a tutti gli Stati e, pertanto, non offre a quelli più colpiti un supporto molto maggiore rispetto agli altri. Inoltre i sussidi di disoccupazione incidono meno di quanto spesso si pensi. Nella maggior parte dei Paesi ammontano al 2-3% del Pil soltanto, anche in periodi di grave recessione. Negli ultimi anni la spesa supplementare negli Stati Uniti è stata dell'1% del Pil. È quindi evidente che, per quanto riguarda la Zona euro, un sistema di assicurazione contro la disoccupazione non riuscirebbe mai a compensare shock di una certa entità, come quelli che hanno colpito l'Irlanda o la Grecia, dove il Pil si è ridotto di oltre il 10 per cento.
Il caso della Spagna illustra un'altra caratteristica delle economie europee che rende difficile l'attuazione di un piano federale contro la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione spagnolo sfiora ormai il 30%, un dato che dovrebbe costituire di per sé una buona giustificazione per gli ammortizzatori sociali. Ma il livello di disoccupazione in Spagna è stato sempre al di sopra della media dell'Eurozona e l'unica volta in cui ha registrato valori a una sola cifra è stata in conseguenza di un boom edilizio insostenibile. Un piano contro la disoccupazione comune a tutta l'Eurozona rischierebbe, dunque, di finanziare la persistente disoccupazione provocata da rigide istituzioni nazionali del mercato del lavoro, che per decenni si sono dimostrate impermeabili alle riforme.
Tutto considerato, è difficile basare l'idea di un ammortizzatore per l'Eurozona sull'esperienza degli Stati Uniti. Ma come si può spiegare che la crisi finanziaria globale non abbia portato ad alcuna crisi bancaria regionale negli Usa, mentre i sistemi bancari di vari Paesi della Zona euro sono talmente sotto pressione da dover richiedere l'intervento dei rispettivi governi, i quali a loro volta si vedono costretti a chiedere aiuto al fondo di salvataggio europeo?
Ciò riflette un altro aspetto del piano statunitense che, ancora una volta, non viene ben compreso. “L'unione bancaria” degli Stati Uniti fornisce un'assicurazione tangibile contro gli shock finanziari locali. Per esempio, il periodo di espansione e frenata del mercato immobiliare in Nevada è stato altrettanto grave che in Spagna o in Irlanda. In Nevada, uno Stato simile per dimensioni all'Irlanda, le perdite del sistema bancario locale sono state però assorbite in gran parte da istituti “dell'unione bancaria” americana, in particolare la Federal deposit insurance corporation (Fdic) e le agenzie di rifinanziamento dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Per il Nevada questo sostegno è stimabile nel 10-20% del suo reddito “nazionale”. Se avesse ricevuto un trasferimento del genere, l'Irlanda sarebbe in condizioni decisamente migliori.
Quanto detto porta a una conclusione molto semplice: la stabilità a lungo termine dell'euro dipende molto più dalla realizzazione del progetto di un'unione bancaria europea che dall'istituzione di un nuovo bilancio per l'Eurozona.

Daniel Gros – traduzione di Federica Frasca
Il Sole 24 Ore 31/12/2012




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