Facile, razionale, economico l’ Esperanto, ma…

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IL DOKTÒR ESPERANTO NON HA LA RICETTA GIUSTA

di Gian Luigi Beccarla

Ogni qual volta affronto il tema di una lingua “veicolare” (oggi l’Inglese) i cultori dell’Esperanto mi scrivono chiedendomi di spezzare una lancia in suo favore.

Devo deluderli, personalmente non sono del parere che una lingua si possa fabbricare a tavolino ed imporre.

Le lingue nascono, crescono, muoiono, ma non si inventano.

L’Esperanto è una lingua internazionale, non del tutto inventata, ma mista. La propose Ludwik Zamenhof in un suo libro scritto in Russo nel 1887, pubblicato a Varsavia, firmato con lo pseudonimo Doktòr Esperanto, vale a dire “dottore speranzoso”. Zamenhof, di famiglia ebraica, era nato in Lituania, che apparteneva allora alla Polonia, regno sotto il dominio degli Zar (nasceva dunque in un ambiente crogiolo di razze e di lingue). Propone una grammatica semplificata, un alfabeto di 28 lettere, ad ogni lettera corrisponde un suono, ad ogni suono una lettera, una lingua con un solo articolo e, quanto alle parole, si scelgono quelle che hanno una radice comune nelle varie lingue, al fine di renderle comprensibili da parlanti di lingue diverse. Si privilégiano le lingue neolatine e, in seconda istanza, le germaniche: casa è “domo”, cane è “hundo”, ecc.

Nonostante queste tendenze alla semplificazione, l’Esperanto non ha attecchito perché ha dei limiti, anche teorici, delle debolezze dovute: 1) al principio che le differenze tra le lingue stanno non soltanto nelle parole, ma anche nel modo diverso di organizzare il contenuto;

2) al fatto di dare per scontato che tra lingua e lingua esistano espressioni sinonime.

Infine non basta la perfezione del congegno, non basta che l’Esperanto sia facile, razionale, economico. Le ragioni per cui l’Inglese è stato adottato come lingua veicolare sono in sostanza extralinguistiche: non lo si è adottato perché ha una sintassi più semplice, parole più corte, tanti monosillabi, ecc. La ragione vera va indicata nel suo “prestigio” culturale, tecnologico, economico.

La fortuna è legata a un fatto storico, all’espansione coloniale fin dai secoli passati e all’egemonia e al prestigio del modello tecnologico statunitense che gli ha fatto da “volano”.

(Da La Stampa, 30/4/2005).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

IL DOKTÒR ESPERANTO NON HA LA RICETTA GIUSTA<br /><br />
di Gian Luigi Beccarla<br /><br />
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Ogni qual volta affronto il tema di una lingua “veicolare” (oggi l’Inglese) i cultori dell’Esperanto mi scrivono chiedendomi di spezzare una lancia in suo favore. <br /><br />
Devo deluderli, personalmente non sono del parere che una lingua si possa fabbricare a tavolino ed imporre.<br /><br />
Le lingue nascono, crescono, muoiono, ma non si inventano.<br /><br />
L’Esperanto è una lingua internazionale, non del tutto inventata, ma mista. La propose Ludwik Zamenhof in un suo libro scritto in Russo nel 1887, pubblicato a Varsavia, firmato con lo pseudonimo Doktòr Esperanto, vale a dire “dottore speranzoso”. Zamenhof, di famiglia ebraica, era nato in Lituania, che apparteneva allora alla Polonia, regno sotto il dominio degli Zar (nasceva dunque in un ambiente crogiolo di razze e di lingue). Propone una grammatica semplificata, un alfabeto di 28 lettere, ad ogni lettera corrisponde un suono, ad ogni suono una lettera, una lingua con un solo articolo e, quanto alle parole, si scelgono quelle che hanno una radice comune nelle varie lingue, al fine di renderle comprensibili da parlanti di lingue diverse. Si privilégiano le lingue neolatine e, in seconda istanza, le germaniche: casa è “domo”, cane è “hundo”, ecc.<br /><br />
Nonostante queste tendenze alla semplificazione, l’Esperanto non ha attecchito perché ha dei limiti, anche teorici, delle debolezze dovute: 1) al principio che le differenze tra le lingue stanno non soltanto nelle parole, ma anche nel modo diverso di organizzare il contenuto; <br /><br />
2) al fatto di dare per scontato che tra lingua e lingua esistano espressioni sinonime.<br /><br />
Infine non basta la perfezione del congegno, non basta che l’Esperanto sia facile, razionale, economico. Le ragioni per cui l’Inglese è stato adottato come lingua veicolare sono in sostanza extralinguistiche: non lo si è adottato perché ha una sintassi più semplice, parole più corte, tanti monosillabi, ecc. La ragione vera va indicata nel suo “prestigio” culturale, tecnologico, economico. <br /><br />
La fortuna è legata a un fatto storico, all’espansione coloniale fin dai secoli passati e all’egemonia e al prestigio del modello tecnologico statunitense che gli ha fatto da “volano”.<br /><br />
(Da La Stampa, 30/4/2005).<br /><br />
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