Europei senza alternative

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ESSERE EUROPEI SENZA ALTERNATIVE
Nonostante i limiti (veri o falsi) dell'Unione

L'affaire Buttiglione, sempre più aggrovigliato – mentre si susseguono le dichiarazioni di ostilità contro il filosofo (e contro il governo Berlusconi di cui egli è ministro) da parte di esponenti dei gruppi socialista e liberale del Parlamento europeo -, è il sintomo che rivela una malattia. La malattia è rappresentata dalla crescita di conflittualità all'interno dell'Unione (un cocktail di rivalità fra i governi, pregiudizi nazionali «incrociati», sensibilità politico-culturali divergenti), unita a una scarsa disponibilità di strumenti istituzionali per fronteggiare i nuovi conflitti.
Se mercoledì prossimo la Commissione Barroso verrà bocciata dal Parlamento europeo, questo non sarà affatto l’equivalente della sfiducia con cui i Parlamenti nazionali, in modo fisiologico, mettono in crisi i governi. Perché la Commissione non è un governo, ma il punto di equilibrio fra gli interessi, faticosamente messi insieme, degli esecutivi nazionali. E la sua bocciatura, verosimilmente, avrebbe pesanti ripercussioni, accrescendo le già forti diffidenze reciproche fra europei, alimentando rancori, e rendendo difficile un nuovo compromesso.
Quella in atto non è peraltro la sola crisi di cui l'Europa debba preoccuparsi. Molti prevedono vita durissima per il Trattato costituzionale europeo. Non solo in Gran Bretagna, ma anche in altri Paesi (Francia inclusa) in cui l'approvazione del Trattato dipenderà dai risultati di consultazioni referendarie, non sono basse le probabilità di bocciatura da parte di alcuni degli elettorati coinvolti. Se questo accadrà, sarà difficile rimettere insieme i cocci e immaginare con quale architettura istituzionale gli europei possano affrontare le sfide del futuro.
Si aggiungano a tutto ciò i conflitti fra gli interessi nazionali divergenti (ad esempio, il contenzioso italo-tedesco sulla questione del seggio permanente all'Onu) o le fratture, non facilmente ricomponibili, sulla guerra in Iraq e sul rapporto con gli Stati Uniti o, ancora, le delusioni suscitate in ampi settori dell'opinione pubblica curopea dalla moneta unica: a sua adozione ha coinciso, sfortunatamente, con una fase di stagnazione economica da cui Paesi come l'Italia o la Germania non sono ancora usciti.
L'Europa è vittima (oltre che di qualche importante insuccesso) anche dei suoi successi. La crescita dell'integrazione è andata di pari passo con la crescita dei conflitti.
L'Europa è ora una «vera» arena politica. E, come in tutte le arene politiche, sgambetti, intrighi e colpi bassi sono la regola. A differenza delle arene politiche nazionali, però, quella europea non è ancora attrezzata (istituzionalmente e culturalmente) per fronteggiare senza danni scontri aperti e prolungati fra le sue diverse fazioni politiche.
C'è un aspetto consolante. L'Unione europea ha sempre annoiato mortalmente gli europei (che ne traevano benefici ma se ne disinteressavano). Troppo complicati e troppo poco trasparenti erano, e sono, i suoi processi interni, troppo barocche le sue istituzioni. Ma se l'Europa diventa un'arena a conflittualità permanente, l'interesse del pubblico dovrebbe crescere (i conflitti diffondono informazione e portano le persone a schierarsi). Se volano le sberle, il pubblico, di norma, si sveglia, si informa e si appassiona.
Il piu importante bene che ci ha dato l'Europa, come diceva Helmut Kohl, è avere eliminato la possibilità di guerre fra gli europei. Tendiamo a dimenticarcene. Con tutte le sue magagne (tante e gravi) l'Europa non ha per noi alternative. Vale per l'Unione ciò che Churchill pensava della democrazia: è la peggiore delle Europe possibili, escluse tutte le altre.

Angelo Panabianco
Corriere della sera, 25.10.2004, p. 1

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