Europa, ultima chance per il Medio Oriente

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Europa, ultima chance per il Medio Oriente

COME ricucire con Washington? Dopo la contrapposizionefrontale nella crisi irachena, il discorso di Villepin all'Onu e l'ondata antifrancese in America, l'auspicio a Parigi della vittoria di Kerry e le staffilate di Bush alla Francia durante la campagna elettorale, Chirac sembra avvertire l'isolamento e la necessità di ricostruire un rapporto con gli Usa e con un presidente che ha dinanzi a sé quattro anni alla Casa Bianca e questa volta con un mandato popolare.
Non sarà facile, perché i Bush hanno la memoria lunga, ma Villepin nonè più al Quai d'Orsaye il suo successore Barnier è sperimentato ed equilibrato. Dal canto suo, Bush ha già segnalato l'intenzione di riprendere con gli alleati europei un rapporto costruttivo. Dopo Londra, il primo viaggio della seconda presidenza toccherà Bruxelles, in primo luogo per la Nato a cui Washington desidera affidare compiti maggiori per l'Iraq, ma anche per incontrare la nuova Commissione europea e presumibilmente il Consiglio. Intanto, Colin Powell ha aperto un fronte di collaborazione internazionale per un'exit strategy dall'Iraq con la conferenza di Sharm-el-Sheikh. L'Iraq appare dunque un tema ideale per trovare una linea d'intesa che vada incontro alle necessità americane e soddisfi il protagonismo dell'Eliseo senza che alcuna parte perda la faccia rinunciando alle proprie premesse politiche e ideologiche.
Si fanno insistenti le voci di un'ìniziativa francese, attentamente monitorata e forse consigliata da Blair, di un “gruppo di contatto” per l'Iraq che includa, con gli americani, tre capitali europee: Londra impegnata politicamente e presente militarmente sul terreno, Parigi e Berlino opposte alla guerra, ma dotate di adeguato potenziale militare, specie la prima, e con importanti interessi nella regione. Dal contributo concreto alle difficili elezioni di fine gennaio all'appoggio al governo che ne sortirà, dall'addestramento delle forze armate e della polizia irachena alla partecipazione al programma di ricostruzione economica, anche escludendo la presenza militare attiva in Iraq i temi di cooperazione del “gruppo di contatto” sarebbero molti e necessari, tutti adatti ad essere sviluppati da Paesi che hanno tra loro una forte complementarità. L'iniziativa del presidente francese verrebbe presentata anche come un contributo, seppure a mio avviso improprio, non istituzionale e come al solito autoreferenziale, atto però ad alleviare la serpeggiante crisi del rapporto transatlantico.
L'idea di un altro “gruppo di contatto” è venuta recentemente da Kissinger, ma con uno scopo ambizioso e di ben più vasta portata, quello di fronteggiare strategicamente il fenomeno dell'Islam radicale e del terrorismo che ne è derivato. Dovrebbero farne parte, con gli occidentali, i Paesi che soffrono della presenza di movimenti islamici estremisti come l'India e l'Algeria o anche l'Egitto e forse l'Indonesia, la Russia e la stessa Cina e Paesi musulmani più stabili e moderati come la Turchia e la Giordania. Sarebbero due esercizi molto diversi negli obiettivi e nella composizione, il primo destinato preminentemente ad adoperare la crisi irachena per servire lo scopo di ricostruire il rapporto franco-americano (e tedesco-americano), il secondo inteso a riconoscere al di là dell'Iraq l'urgenza di affrontare un fenomeno più vasto che attraversa tutta una regione e una struttura sociale e culturale in cui le contrapposizioni frontali esaltano il radicalismo. La ripresa dell'attenzione americana per il problema palestinese nel dopo Arafat potrebbe inserirsi in entrambi gli schemi- dichiaratamente solo nel secondo per rimettere in movimento un processo che, per molte ragioni, l'undici settembre del 2001 ha paralizzato.
Mentre l'idea kissingeriana, quali ne siano i meriti e la realizzabilità, ha come sempre portata politico-strategica, quella chiracchiana, sempre che sia avanzata esperite le consultazioni, intersecherebbe lo schema della conferenza di Powell e conterrebbe per dì più la marginalizzazione dell'Europa a profitto del risorgente “direttorio”, questa volta consolidato attorno ad una crisi che preme a tutti. Neanche a dirlo, creerebbe uno sgradevole problema per l'Italia, vulnerabile da tutti i gruppi ristretti e costretta su posizioni soprattutto difensive.
È ormai chiaro che le elezioni irachene richiedono un grande sforzo, non solo organizzativo e di monitoraggio, ma soprattutto politico. La conferenza di Sharm-el-Sheikh si aprirà lunedì prossimo e, pur con tutte le incognite connesse alla sua gestazione diplomatica affrettata, rappresenta la migliore formula per internazionalizzare la crisi irachena. Anche se potrebbe essere utile per assicurare il coinvolgimento attivo e non solo virtuale della Francia e della Germania alla stabilizzazione dell'Iraq, un'iniziativa francese di “gruppo di contatto” finirebbe piuttosto con l'inserirsi mediaticamente sovrapponendosi di fatto alla conferenza di Sharm-el-Sheikh con un probabile effetto frenante e ridurrebbe comunque il potenziale politico di una formula il cui maggior pregio consiste nell'associare i Paesi della regione in un metodo sequenziale.
Invece di una proposta autonoma di ” gruppo di contatto” sarebbe molto più opportuno rafforzare fortemente la partecipazione del G8 che richiede invece anzitutto un intenso negoziato all'interno del gruppo per smussare le divergenze e trovare forme anche operative con cui le maggiore potenze industriali assumano un ruolo attivo e distribuiscano tra loro i compiti. E, con i Paesi arabi e islamici della regione, immaginino un quadro di garanzie internazionali credibili per assicurare tutte le componenti etniche e confessionali irachene sull'instaurazione dello stato di diritto, precursore necessario della stabilizzazione e della democrazia.
Se, come tutti speriamo, Sharm-el-Sheikh, che si terrà ancora sotto la direzione del dimissionario Powell, avesse successo trasformandosi in un processo incrementale se ne ricaverebbe un metodo di collaborazione utilizzabile anche per altre crisi, attuali o latenti

Ferdinando Salleo
La Repubblica, 17.11.2004, p.14

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