Europa, siamo tutti un po’ più inglesi

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Oltre metà dei sudditi della Regina Elisabetta dice che appartenere all'Unione europea non ha cambiato, e anzi ha peggiorato, la loro vita. Gli si potrà anche non badare, in fondo la politica dei conservatori e laburisti che si sono alternati a Downing Street li ha costretti a starsene come la leggendaria Britannia, con un piede in patria e l'altro sul Continente, fuori dall'euro, senza libera circolazione e armonizzazione sociale. C'è però un segnale importante che i governi Ue possono trarre dal sondaggio Harris pubblicato ieri dal «Financial Times». È che non solo gli inglesi sono delusi dall'integrazione pilotata da Bruxelles, ma anche un italiano, uno spagnolo e quasi un tedesco su due (44% per cento è la media) pensano che partecipare al progetto a dodici stelle abbia avuto effetti deteriori per la loro esistenza.

Nel pieno dei festeggiamenti per il cinquantenario della firma del Trattato di Roma, celebrazioni che avranno il loro culmine domenica con la Dichiarazione di Berlino, l’Europa incassa una nuova conferma della difficoltà di farsi capire dai cittadini. Il messaggio di una pace duratura fra stati che si sono combattuti per secoli, la stabilità economica data dalla moneta unica, la liberta di circolare guadagnata da merci, persone, capitali e servizi, sembra soccombere davanti all’immagine dell’Ue vista come una noiosa signora di mezza età, appassionata di burocrazia e afflitta da una sfrenata sindrome regolamentatrice. La dama di Bruxelles si salva solo con la prova dell’assenza, quando una solida maggioranza ammette che senza Ue se la caverebbe meno bene e la elegge a «meglio del peggio» piuttosto che a «peggio del meglio».

È solo un sondaggio su cinque grandi paesi, curato dagli inglesi per giunta, gente che mette l’euroscetticismo su tutte le pietanze. Tuttavia, solo un anno fa, un’analisi di Eurobarometro – l’istituto di analisi demografiche di Bruxelles – ha stigmatizzato l’inefficienza delle istituzioni comunitarie con un consenso del 43 per cento, a fronte di un 67 che ne blandiva le doti di modernità e di democrazia. Allora, e qui la fonte comunitaria è importante, si veniva a scoprire che appena la metà di cittadini europei (con l’Italia in media perfetta) riteneva che essere nell’Unione fosse un bene. D’avviso contrario il 15 per cento degli interpellati, a metà strada il 32.

Si vede che le rilevazioni della Harris non sono poi così marziane. È del tutto probabile che la metà di inglesi, spagnoli e tedeschi siano convinti che la legislazione bruxellese abbia un riflesso negativo sull’attività economica ed è significativo notare che gli italiani si ergano a paladini della positività di questa azione. In apparenza, siamo i più informati. Quando il 54% di chi abita nella nostra penisola pensa all’Europa vede il mercato unico (31% la media Ue) e soltanto il 10% contesta i gravami burocratici (23% la media complessiva). Meno del 20% di noi pensa che uscire dall'Unione sarebbe un buon affare e in questo ci battono solo gli spagnoli a cui deve essere chiaro che, con i fondi comunitari, in venti anni hanno ricostruito il paese. Curioso che esista un buon sostegno alla creazione di un esercito europeo e ancor di più che il Regno Unito sia considerato il Paese europeo che più influenza il mondo. Sarà che Londra parla sempre per sé e gli altri cercando di avere una voce unica. Il peggio del meglio che trionfa.

MARCO ZATTERIN (CORRISPONDENTE DA BRUXELLES)

La Stampa

20/03/2007
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