«Europa più forte con la Turchia»

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«Europa più forte con la Turchia»
Il suo ingresso farà della Ue un protagonista molto significativo in tutta l'area, dal Medio Oriente all'Asia centrale
DAL NOSTRO INVIATO
BRUXELLES ∎ L'inglese Chris Patten è stato uno dei grossi calibri dell'ormai uscente Commissione Prodi. Ex governatore di Hong Kong, storico appassionato, è stato negli ultimi cinque anni responsabile delle Relazioni esterne europee: un ruolo spurio in un'Unione che non ha una politica estera comune e che, con la guerra irachena. ha visto sparire anche quel poco che c'era. In questa intervista, Patten traccia la sua visione di Europa, vede la Turchia come una grossa opportunità, il legame transatlantico come una necessità irrinunciabile. E parla senza pudori della crisi esistenziale che in Europa investe il suo Paese non meno che Francia e Germania.Lei è sempre stato favorevole all'ingresso della Turchia nell'Unione. Perché?Per molte ragioni. soprattutto geo-strategiche. Storicamente gli Stati Uniti sono stati i sostenitori più entusiasti dell'adesione della Turchia all'Unione. Spero la penseranno allo stesso modo se e quando la Turchia diventerà membro dell'Unione, perché il suo ingresso farà dell'Europa un protagonista incomparabilmente più significativo nella regione, in Medio Oriente, nel Caucaso e in Asia centrale. La Turchia infatti è un grande Paese con una grande forza militare e con una visione regionale del mondo. Non solo. Contribuirà anche ad evitare il conflitto di civilizzazione tra Europa, America e mondo islamico. Per questo è paradossale che in Francia, un Paese che da sempre ha cercato un ruolo mondiale per l'Europa. ci sia chi si oppone all'ingresso della Turchia.Molti però in Europa, pubblica opinione e politici, non la pensano così. In ogni caso la Turchia cambierebbe la politica estera e di sicurezza europea o no?Credo che molte ambizioni europee di giocare un maggior ruolo internazionale siano retoriche. L'opinione pubblica americana è molto più seria di quella europea nel credere che l'Europa possa pesare di più sulla scena mondiale. Tutte le ricerche indicano che gli Stati Uniti vorrebbero che l'Europa con dividesse parte della loro leadership globale, anche quando l'Europa non è d'accordo con loro. Il che è perfettamente razionale da parte loro, visto che non vogliono che la loro repubblica diventi un impero.Siamo noi europei che diciamo di voler un maggior ruolo lavorando
con l'America ma non vogliamo pagarne il prezzo.Quale è il prezzo?
Primo, la volontà politica di agire insieme. Secondo, anche senza aumentare il nostro impegno militare, spendere molto meglio quello che spendiamo, Spesso parliamo di multilateralismo, critichiamo gli americani perché non stanno al gioco, ma che cosa facciamo per metterlo in atto? In certi settori, come il Tribunale penale internazionale o il protocollo di Kyoto, si può provare a tirare dritto, sapendo però che senza gli Usa sarà impossibile un vero salto di qualità. Qualsiasi problema multilaterale che coinvolga la sicurezza passa invece per l'America.Che cosa ne conclude?C'è un solo grosso problema con cui dovremo presto fare i conti:decidere se vogliamo o no essere presi sul serio dagli Stati Uniti, cioè se siamo pronti o no a investirvi impegno e denaro.
L'approccio europeo all'Iran va nella giusta direzione?Nessun approccio finora ha funzionato. Nemmeno quello americano del bastone. Abbiamo un interesse comune: è assolutamente inaccettabile l'emergere dell'Iran come Stato nucleare perché destabilizzerebbe la regione. Per impedirlo dobbiamo lavorare con gli altri membri del G-8, Usa in testa, convincere l'Iran offrendogli anche carote, non solo il bastone dell'esclusione dalla scena internazionale. In Europa non possiamo ignorare che l'Iran ha fatto passi indietro in democrazia e rispetto dei diritti umani e non è affidabile sulle sue armi nucleari.
Come vede la situazione in Irak?Qualunque cosa si pensi della guerra e del caos che ha prodotto, abbiamo tutti interesse a risolvere la crisi. Se l'lrak implode e resta terra di reclutamento di terroristi. ne soffriremo tutti. Quindi dobbiamo lavorare con gli americani per riportarvi ordine e un po' di pace.Torniamo alla Turchia: il suo ingresso pone il problema delle frontiere europee. Fin dove estenderle a Sud e a Est?
L'Europa è un'entità geografica e politica. In base al Trattato abbiamo obblighi
solo sul fronte della geografia: qualsiasi Paese europeo che condivida i nostri valori può diventare membro dell'Unione. Non qualsiasi Paese che abbia i nostri valori ma non sia europeo. Il problema con la Turchia, cui dal '63 abbiamo dato la prospettiva europea, non riguarda la geografia ma la condivisione dei valori. Lascio ad altri dire dove sono le frontiere dell'Europa. Tempo fa ho letto un bel libro sull'Ucraina. Nell'ultimo secolo i suoi confini con l'Europa sono cambiati tre volte. Allora quali confini?
Non teme un rinvio dei negoziati con Ankara, complice il referendum francese (ma non solo) sulla ratifica della Costituzione europea?Odio i referendum perché sono
un'arma populista. Molto popolare all'epoca di Hitler e Mussolini. Quando la gente si esprime in un referendum raramente risponde alla domanda sulla scheda, vota pro o contro il Governo, il presidente… Sarebbe assurdo che il dibattito sulla ratifica della Costituzione in Francia si trasformasse in un referendum sulla Turchia.
Nel mio Paese del resto i referendum non sono mai stati proposti da Governi forti.
Però sarà un referendum a decidere il posto del suo Paese in Europa. Secondo
lei qual è?Chi pensiamo di essere: questa è l'essenza del dibattito inglese sull'Europa. Io sono uno storico. La storia del mio Paese è piena di pagine eroiche e magnifiche. Però non penso di poter vivere in un mondo in cui tutto viene guardato attraverso il prisma di Winston Churchill. Dobbiamo diventare più realistici sulla nostra forza relativa e sulle nostre ambizioni.Quindi?Forte alleanza transatlantica. Il maggiore interesse nazionale britannico è però essere un membro entusiasta dell'Unione europea che oggi, dopo l'allargamento, è più manifestamente che mai un'Unione di Stati nazionali. Non un Superstato. Se ci autoescluderemo, sopravviveremo. Ma come Svizzera e Norvegia dovremo dipendere dalle decisioni.

Il Sole 24 ore p,4
10/10/2004


Questo messaggio è stato modificato da: Carlotta.Caporilli, 11 Ott 2004 – 14:31 [addsig]




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