EUROPA OLTRE IL GAP GENERAZIONALE

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DOPO LE ELEZIONI SEGNATE DALL’ASTENSIONISMO E DALLA DISAFFEZIONE

Europa, oltre il gap generazionale

Marco Demarie

A chi volesse provare a trarre qualche incitamento in positivo dalla assai scoraggiante vicenda delle elezioni europee in quanto europee – e non come pur rilevante fase del ciclo produttivo di nuovi equilibri e squilibri politici del tutto domestici – ben poco rimarrebbe da aggiungere a quello che su questo giornale hanno scritto Carlo Bastasin e Franco Bruni. Sia però consentito a chi aveva espresso all'inizio della campagna elettorale una speranzosa supplica alle nostre forze politiche, e in particolare ai candidati, di chiarezza e trasparenza rispetto ai loro intendimenti strategici europei di aggiungere una postilla, e forse una proposta.
La lettura del perché le elezioni politiche siano andate in Europa e in Italia come sono andate (vuoto di visione futura, astensionismo diffuso e addirittura inverosimile nei paesi nuovi membri dell'Unione, apparizione di umori e piattaforme politiche di chiaro segno antieuropeo) richiamerebbe temi giganteschi, per una volta effettivamente epocali. Qui si vuole far notare che il processo di costruzione europea sta scontando gli effetti, tra tante altre cose, di un passaggio generazionale di rilievo. Si stanno cioè esaurendo le generazioni che hanno fatto dell'Europa, più per idealità che per opportunismo, un vero e proprio progetto politico, una intrapresa di grande respiro, un ponte verso il futuro di una democrazia continentale, in cui – incidente raro nella storia – afflato utopico e concretezza delle realizzazioni sembravano essere avviati a incontrarsi e a fondersi.
Questo retaggio passa oggi a generazioni per le quali l'Europa è invece un dato, un presupposto, una preesistenza: nulla o assai poco in realtà di cui innamorarsi (e questo addirittura a prescindere dai molti limiti e inviluppi dell'Europa politica-burocratica per quello che è). La spinta delle prime generazioni è giunta fino all'estremo risultato di creare il luogo massimamente simbolico della partecipazione democratica: un parlamento eletto a suffragio universale. Le seconde questo hanno ereditato, ma nella forma di una illeggibile istanza politico-burocratica, in cui i valori della democrazia rappresentativa sembrano aleggiare e incarnarsi in forma estenuata, mentre un atipico ruolo istituzionale affoga tra le schermaglie di raggruppamenti politici così poco omogenei al loro interno. Il testimone democratico, che idealmente una serie di generazioni medio-novecentesche porgeva, non era quello che altre generazioni tardo-novecentesche effettivamente ricevevano. È un pò penoso, ma non insalubre, ricordare che la democrazia non è un dato genetico, ma è un apprendimento generazionale, che si insegna e si impara (augurabilmente), anche pagando qualche prezzo; e che l'indispensabile acquisizione della democrazia formale non vive, o meglio soltanto vegeta, quando non riesca ad attingere a qualche patrimonio ideale. Un patrimonio che ora, con realismo e pluralismo, va culturalmente ricostituito.
In questa linea, una semplice idea. Se ancora ci teniamo all'Europa come processo “comunitario”, chiediamo ai nostri eletti al Parlamento europeo di svolgere in modo alto il loro lavoro e la loro responsabilità. Ricordando che, a modesto avviso di chi scrive, essi non sono tanto i rappresentanti in Europa di un interesse italiano (o addirittura circoscrizionale), ma sono piuttosto i rappresentanti dell'interesse europeo che vengono dall'Italia. (Non ci pare manchino altre sedi in cui i diversi interessi nazionali – tutti legittimi – possano trovare occasioni di scontro e, sperabilmente, di compensazione). Si impegnino a praticare in forma non episodica e coordinata il comune intento di essere tramite effettivo tra la società italiana, specie quella dei giovani e dei giovani adulti, e il Parlamento europeo; siano presenti nel dibattito pubblico nazionale, e magari anche transnazionale, come custodi e ambasciatori di quella specificità politico-democratica europea, per la quale sono stati eletti; e non si accontentino di entrare per mezzo di questa elezione nell'indistinto ceto politico nazionale. Non disdegnino di frequentare le realtà e le esperienze di base, i luoghi tipici e atipici della produzione di cultura.
Insomma, i nostri 78 connazionali che siedono su un seggio parlamentare europeo aggiungano un po' di pedagogia alla loro funzione politica e – perché no – lo facciano costituendo una sorta di associazione a questo scopo dedicata, al di là degli interessi di partito. Di questo loro contributo al rinvigorimento dell'idea democratica europea, la società civile italiana e le nuove generazioni sarebbero loro molto grate.

Direttore della Fondazione

Giovanni Agnelli

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