Europa: la fine delle illusioni.

Posted on 9 febbraio 2018 in Europa e oltre 58 vedi

Presentazione del Nono Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, organizzata dall’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan e dal Movimento Cristiano Lavoratori. Qui l’intervento pronunciato nell’occasione da Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro studi Livatino e, di seguito, la Presentazione al Rapporto di Mons Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste.
Em. Cardinale Bagnasco, Ecc. Mons Crepaldi, cari Amici, 
ringrazio l’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan e il Movimento Cristiano Lavoratori per l’invito a questa presentazione, e più in generale alla collaborazione al Rapporto, della quale sono onorato, anche a nome del Centro Studi Livatino.
 
1. Il titolo del Rapporto ruota attorno al termine “illusioni”, sul qual si è così bene appena soffermato il prof. Ornaghi. Le illusioni si nutrono di leggende e di miti. Dice la leggenda che un bel giorno in una Europa nella quale ci si era sempre combattuti la guerra terminò. E scoppiò la pace: non per caso, ma perché a pochi anni dalla conclusione del Secondo conflitto mondiale i capi dei più importanti Stati europei avevano posto le basi per la loro  progressiva unificazione. 
Come tutte le leggende, pure questa contiene un fondo di verità: da 70 anni il suolo europeo parrebbe non essere più scenario di guerre. O per lo meno la parte di esso alla quale rivolgiamo la maggiore attenzione. Certo, qualcuno dovrebbe spiegarci in quale continente vent’anni fa si collocavano la Bosnia, la Serbia, il Kosovo, e oggi la Crimea e l’Ucraina. Ma scopriamo pezzi di una guerra anche nell’Europa che conta, se pensiamo a quanto accaduto al Bataclan di Parigi, o sulla Rambla di Barcellona, o sul lungomare di Nizza, o in tanti altri luoghi: si tratta di una guerra che è stata perfino dichiarata, pur se non ha regole tradizionali e simmetriche di svolgimento. Per non parlare di quella guerra non visibile sui media, ma reale, che da decenni falcia milioni di vite innocenti con l’aborto, diffuso e finanziato da ciascuno Stato europeo, e consacrato dalle Corti al rango di diritto. 6 milioni di esseri umani uccisi solo in Italia perché troppo piccoli negli ultimi 40 anni! Per cui è un ardito sostenere che da 70 anni le istituzioni europee – che peraltro esistono da minor tempo – sono state garanti di pace…
Come tutte le leggende, pure quella dell’Europa contemporanea ha i suoi miti. Uno dei più significativi è il Manifesto di Ventotene: tanto celebrato in pubbliche manifestazioni quanto ignorato nei contenuti. Peraltro le pubbliche manifestazioni non paiono neanche portare bene: dei tre capi di Stato o di governo che hanno preso parte all’ultimo pellegrinaggio verso l’isola del Tirreno due sono andati a casa dopo pochi mesi e il terzo – la terza – fatica ancora a formare un esecutivo a sei mesi di distanza dalle elezioni!
Tuttavia, al di là della cabale, la semplice lettura di quel documento dovrebbe indurre i suoi apologeti a serbare un po’ di pudore nell’esaltarlo: nel breve intervento contenuto nel Rapporto ne ho riportato qualche stralcio significativo. Sì, un po’ di pudore, visto che in quel Manifesto vi è la radice ideologica di istituzioni comunitarie oggi arroccate nelle proprie burocrazie, che bocciano come populisti coloro che chiedono maggiore rappresentatività, che guardano alla democrazia come a un pericolo, che ritengono che l’unificazione europea sia l’esito non già di un percorso di federazione fra popoli e nazioni, nel rispetto delle specificità di ciascuna, ma l’imposizione dall’alto di regole comuni.
E’ una leggenda, con i suoi falsi miti, che mostra i suoi limiti a un confronto sereno con la realtà. Intendiamoci, non va bene che le si contrappongano altre leggende, con altri miti. La scelta non può essere fra un europeismo ottuso, che continua a imporre a tutti i suoi membri norme non votate da popoli o da parlamenti, e dall’altro lato un antieuropeismo altrettanto ottuso che propone cose irrealizzabili, come l’uscita dall’euro o il ripristino di confini blindati fra gli Stati dell’Unione. Il terreno complicatissimo sul quale lavorare è intanto di essere presenti in questa Ue. E’ giocare la partita fino in fondo. E’ anzitutto esserci: il limite frequente dei governanti italiani è di non esserci, è di delegare alle proprie burocrazie a Bruxelles perfino le scelte strategiche (ogni riferimento, da ultimo, alla vicenda Ema, è voluto: lasciata gestire a un pur praparato sottosegretario, mentre altri però schieravano ministri e primi ministri). Se ci stai puoi essere preso in considerazione; se deleghi a persone competenti, ma che vivono stabilmente dentro le istituzioni Ue e in qualche modo ne subiscono il condizionamento – ideologico, di prassi, di comportamenti -, non hai titolo a lamentarti se poi non va come speravi. Se invece decidi di spenderti, puoi puntare a cambiare qualcosa su temi specifici. In anni passati la formazione di minoranze di Stati aventi interessi comuni – es. i Paesi Ue che affacciano sul Mediterraneo per la questione immigrazione – ha permesso di conseguire risultati, se pur parziali e temporanei. Oggi il c.d. Gruppo di Visegrad impensierisce partner e istituzioni europee perché, al di là del merito di ciò che propone, appare coeso geograficamente e politicamente.
L’alternativa oggi non è fra europeismo e nazionalismo (nella versione del sovranismo), ma fra Ventotene e Magistero della Chiesa sull’Europa: vale quanto al rispetto delle identità, quanto alla considerazione della volontà dei popoli, quanto alla consapevolezza di una storia e di un destino comune, quanto alla prospettiva di speranza o di desolazione. 
Affrontare questa partita oggi è una delle sfide più significative per chi orienta il proprio impegno politico alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Potreste dire: in Italia l’ultima Legislatura ha consacrato l’irrilevanza politica di quel che rimane del popolo cattolico, e tu pensi a presenze significative di cattolici in Europa? E qual è l’alternativa? Alzare bandiera bianca e lasciare l’Ue alla propria deriva relativistica? Magari in attesa che nel giro di qualche decennio – se non succede altro – il riequilibrio demografico al proprio interno alla fine sostituisca le 12 stelle su sfondo azzurro con la mezzaluna rossa su sfondo verde?
 
2. Questo Rapporto, come tutto il lavoro teso alla diffusione della Dottrina sociale della Chiesa, è un gesto di coraggio e di speranza. Certo, non è sufficiente. Non è sufficiente che la Dottrina sociale cristiana sia studiata da pochi, quasi una nicchia a metà fra religione, culturale e politica, e non abbia quella collocazione centrale derivante dall’essere – come insegnava S. Giovanni XXIII – “parte integrante della concezione cristiana della vita”. Non è nemmeno sufficiente che sia considerata soltanto una materia di studio; come insegnano S. Eminenza e S. Eccellenza, essa non contiene soltanto principi di riferimento e criteri di giudizio. Contiene pure direttive di azione. Dunque, è chiamata a tradursi in fatti, in azione di governo, in leggi. Deve passare dai documenti all’educazione. E dall’educazione alla messa in pratica. 
 Non basta intender una proposizione vera, bisogna sentirne la verità. C’è un senso della verità, come delle passioni, de’ sentimenti, bellezze, ec.: del vero, come del bello. Chi la intende ma non la sente, intende ciò che significa quella verità, ma non intende che sia verità, perché non ne prova il senso”. Sono trascorsi quasi due secoli – era il 22 novembre 1820 – da quando Giacomo Leopardi annotava queste considerazioni nel suo Zibaldone.  Sono attualissime. Applicate al nostro tema, esortano non soltanto a riscoprire le ragioni per le quali l’Europa, pur non avendo la struttura geografica di un continente – come territorio essa è l’appendice orientale del continente asiatico -, è stata per millenni il continente al centro del mondo, quello che ha irradiato la civiltà sull’intero pianeta. E già questo lavoro di riscoperta è una fatica immane.
Ma Leopardi va oltre: ci ricorda che esiste un senso del bello e del buono, ed esiste pure un senso del vero. “Sentire il vero” non vuol dire cedere alla prima suggestione o al sentimentalismo, per cui basta un clic sul “mi piace” e hai risolto la faccenda. C’è una educazione al senso del vero che va riattivata: e va riattivata di pari passo con l’educazione al senso del bello e del giusto. Bisogna allenarsi, altrimenti ci si dimentica, o peggio si scade nella retorica.  
Come allenarsi a questo “sentire”? Come allenarsi a “sentire” le ragioni autentiche dell’unità europea? Di ciò che unisce realmente e culturalmente l’Europa? L’allenamento potrebbe partire da un tour non troppo rapido per cattedrali. Proseguire con qualche lettura non banalizzata di Dante, o di Petrarca, o di Cervantes. E poi l’ascolto di Vivaldi e di Mozart. E lo studio dell’architettura politica del Sacro Romano Impero, del tutto coerente con quel rispetto dei popoli e dei territori che oggi latita. Quale altro luogo al mondo è riuscito a regalare le summe e le commedie, le vetrate delle cattedrali e Caravaggio, Bach e Leonardo, la vera autonomia dei Comuni e la descrizione della relazione fra il diritto iscritto nella nostra natura e il diritto positivo? Tutto questo – e tanto altro – ha tradotto per le contrade europee la verità sull’uomo trasmessa dagli Apostoli. Ha conferito un senso evidente alla verità, alla bellezza e alla giustizia: perseguite con tutti i limiti della natura umana, ma con incarnazioni vitali.
Per questo l’Osservatorio Van Thuan svolge un lavoro prezioso, che meriterebbe slancio e diffusione nell’intera realtà ecclesiale. Sul punto i modelli, anche contemporanei, non mancano. S. Giovanni Paolo II, per esempio. Il Quale non si limitava a conoscere bene la storia. Ne coglieva il senso al punto da farla la storia. Nei primi anni del suo Pontificato ricorderete che più d’uno, talora anche in ambienti ecclesiali, lo accusava di non essere al passo con i tempi. E in qualche misura era vero. E’ stato sufficiente che trascorresse qualche anno, nemmeno molti. Perché alla fine, quando le pietre di tanti muri hanno iniziato a rotolare, sono stati i tempi che si sono messi al passo con lui.
Possa lo studio carico di amore e di senso di realtà della Dottrina sociale della Chiesa farci seguire il suo esempio luminoso.

 


 

Mons Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste:

EUROPA, DOVE LA DEMOCRAZIA NON SA VINCERE SU SE STESSA

 S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi[1]

Il Rapporto del nostro Osservatorio, che si avvicina ormai al suo primo decennale, quest’anno è dedicato all’Europa. Potrebbe sorprendere che un Rapporto dedicato ai cinque continenti concentri l’attenzione solo su uno di essi. Dato che il Rapporto fa una cronaca a livello universale, può sembrare una stonatura che il “tema dell’anno” sia limitato ad una sola area del pianeta, l’Europa appunto. Naturalmente, questa perplessità è stata fin da subito presente ai curatori del Rapporto, tenuto anche conto che alcuni Centri di ricerca che vi collaborano hanno sede fuori dei confini dell’Europa. Una motivazione decisiva è però intervenuta a farci decidere per questo tema, nonostante le perplessità ora ricordate. Se l’Europa, dal punto di vista geografico, ha dei confini (anche se non proprio precisi, a dire il vero), e se dal punto di vista geopolitico essa sembra compressa e relativizzata da altre potenze sia ad occidente che ad oriente, come idea esprime una civiltà potenzialmente universale. Parlare dell’Europa, quindi, induce ad affrontare temi non solo europei. Se c’è una crisi dell’Europa, la cosa interessa tutto il mondo.

A ciò si aggiunga che per la Dottrina sociale della Chiesa l’Europa non rappresenta un punto di riferimento casuale. Qui essa è stata originariamente incarnata e per molti versi il rapporto tra Chiesa e mondo così come è stato realizzato in territorio europeo ha un significato ben più vasto. Se questo rapporto dovesse entrare in crisi definitiva – e non possiamo nasconderci che molti sintomi rivelano proprio questo – le ripercussioni negative sarebbero molto fragorose, anche fuori dell’Europa. Non sto dicendo che le vecchie soluzioni europee debbano essere nostalgicamente difese e conservate. Le mie osservazioni riguardano non le soluzioni storiche ai diversi problemi sociali e politici che in Europa sono state sperimentate, ma la struttura del rapporto tra Chiesa e mondo, le sue direttive fondamentali quali sono sempre state intese e articolate dalla Dottrina sociale della Chiesa. Sono queste ad aver bisogno dell’Europa e l’Europa ad aver bisogno di esse.

L’Europa è quindi il teatro di diversi scenari tutti ugualmente importanti per le sorti dell’umanità ed anche per la Chiesa. Ripetutamente i Pontefici ci hanno ricordato l’importanza dell’Europa per l’evangelizzazione e per la nuova evangelizzazione, anche della vita sociale. Da ultimo lo ha fatto papa Francesco, rivolgendosi alla Polonia e ai Polacchi, e tramite loro anche a tutti gli altri, quando nel luglio del 2016 ha ricordato a Varsavia e a Chestochowa il 1050mo anniversario del battesimo della Polonia, avvenuto con la converzione del duca Mieszko nel 966 Se l’evangelizzazione del sociale frena significativamente o si arresta qui in Europa, ciò accadrà in tutto l’Occidente, di cui l’Europa è origine e fondamento, e non solo in Occidente. Ciò senza nulla togliere alla vivacità delle Chiese degli altri continenti, che sono pure impregnate di Magna Europa, e da cui potrà giungere in futuro un grande aiuto anche a riscoprire – Dio non voglia – l’Europa perduta.

Questo IX Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo, come del resto tutti i precedenti, assume un linguaggio schietto e cerca di esprimere la realtà delle cose, senza sconti in favore del pensiero dominante. Non abbiamo quindi timore ad affermare che il progetto europeo è in gravissima crisi e che solo un radicale ripensamento di metodi e soprattutto di contenuti, potrà – con l’aiuto della Provvidenza – cambiare una situazione che si sta dimostrando molto pericolosa per tutti. Il titolo generale del Rapporto è chiaro nella sua durezza: “La fine delle illusioni”.

Lungo la sua storia, il processo di unficazione europea ha preso strade sbagliate, ma ha anche avuto le occasioni per fare ammenda e rimettersi sulla giusta strada. In modo particolare ciò è accaduto dopo il disfacimento dell’impero comunista nell’Est europeo. Eravamo agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. Qualunque fosse stata la strada di unificazione percorsa fino allora dai Paesi europei, qualunque fossero stati i passi giusti e quelli sbagliati, in quel momento c’erano tutte le condizioni per una radicale registrazione della rotta. Quell’’occasione storica, però, è andata perduta. L’Europa poteva cominciare a respirare a due polmoni, dall’Est potevano arrivare alle stanche società del benessere occidentali stimoli umani e spirituali, Papa Giovanni Paolo II si dedicava all’Europa come ad uno dei temi principali del suo pontificato e instancabilmente, a cominciare dall’enciclica Centesimus annus e dal Sinodo sull’Europa, lavorava per risvegliare nel continente la piena consapevolezza delle proprie ragioni d’essere, giungendo anche a chiedere espressamente che il riferimento a Dio fosse inserito nella Costituzione europea, documento con cui agli inizi degli anni Novanta si voleva, giustamente nelle aspirazioni ma inadeguatamente nei metodi adoperati, ridisegnare i fondamenti del processo di unificazione. In realtà nulla cambiò e si procedette con un allargamento della cooptazione di nuovi Paesi dentro un concerto dalle deboli convinzioni morali e religiose. Si stipulò il Trattato di Maastricht (1972) e si scelse di dar vita all’Unione europea, ma le sua basi dottrinali, valoriali e religiose erano troppo fragili, quando non asservite ad una ideologia occidentalista più che ad un Occidente che trova le sue radici nel cristianesimo. Prevalse l’Europa dei Lumi, prevalse la “ragione strumentale”, prevalse il convenzionalismo dei diritti umani, prevalse l’accentramento e la normalizzazione dall’alto, anziche la sapienza politica della costruzione articolata e sussidiaria dal basso. E questo è continuato anche in seguito, anche con l’ingresso dei nuovi Paesi dell’Europa orientale, creando oggi una nuova frattura al’interno dell’Unione.

Originariamente l’ideale europeo nacque dopo un immane conflitto per congedarsi dagli Stati ideologici. Era un segnale positivo in un momento in cui – eravamo negli anni Cinquanta del secolo scorso – nelle nazioni europee si combatteva ancora una guerra ideologica non guerreggiata. La guerra fredda usava tutti i mezzi e non solo la deterrenza nucleare o lo spionaggio. La guerra fredda si combatteva anche nelle nostre piazze, nelle nostre fabbriche, nelle nostre aule universitarie. L’ideale europeo, allora, risuonò forte e stimolante. E’ vero che in questi decenni il continente europeo non ha conosciuto più guerre ideologiche, ma non si può dire che non abbia più conosciuto lo Stato ideologico, dato che spesso proprio le istituzioni europee – che non sono uno Stato ma che talvolta sembrano voler essere un super-Stato – hanno esercitato una forte pressione, se non una oppressione, proprio di natura ideologica.

Questa Unione europea, caratterizzata dalla prevalenza dell’ideologia dei Lumi, dal predominio della nomenklatura intellettuale e politica secondo l’ideologia del “Manifesto di Ventotene”[2], da una concezione astratta dei diritti senza una visione condivisa dei doveri, ritiene di essere tenuta insieme dalla democrazia e dalla libertà, e pensa addirittura di poter espandere nel mondo la propria democrazia e la propria libertà, quando invece proprio su questo punto essa non è riuscita a vincere su se stessa. Il fallimento delle illusioni europee riguarda proprio il fallimento della sua concezione della democrazia  e della libertà, riguarda quindi la sua essenza. L’errore di fondo è di aver pensato di aver vinto le ideologie del XX secolo con la democrazia formale, procedurale, tollerante tutto fino ad essere intollerante con chi dica che non si può tollerare tutto. E questo errore di fondo continua ad essere presente, anzi si irrobustisce, segno di una insipienza che continua nel tempo. E’ qui che l’Europa dimostra di essere ancora una illusione. Non è certo se sia una illusione finita, è certo che siamo davanti alla fine delle illusioni.

[1] Presidente dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Arcivescovo-vescovo di Trieste e Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE).

[2] Si vedano a questo proposito i tre saggi centrali di questo Rapporto e, a questo specifico riguardo, quello di Alfredo Mantovano.

9.02.2018 09| centrostudilivatino.it




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.