Europa, il giorno dell’ottimismo

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Europa, il giorno dell’ottimismo
OGGI LA FIRMA A ROMA DELLA NUOVA COSTITUZIONE

Sbaglierò, ma il discorso sugli errori nell'elaborazione della Costituzione mi sembra meno preoccupante di quello sul suo futuro. E’ vero, per esempio, che la Costituzione non contiene un riferimento esplicito alle radici cristiane. Ma i principi di centralità della persona umana, di eguaglianza e di pari dignità, di solidarietà su cui la Costituzione si fonda (solidarietà soprattutto con le generazioni future, espressa ad esempio dall'euro e dalla politica ambientale, con l'impegno di non far pagare a quelle generazioni, attraverso l'indebitamento e la distruzione dell'ambiente, la soddisfazione dei bisogni di oggi) valgono certamente più nella loro concretezza ed effettività, che nella loro affermazione teorica in un preambolo. Del resto proprio ieri Giovanni Paolo II, a proposito dell'influenza del Cristianesimo sulla coscienza dei popoli europei, si è così rivolto al presidente uscente della Commissione: «Riconosciuto o meno nei documenti ufficiali, è questo un dato innegabile che nessuno storico potrà dimenticare».
E ciò vale anche per l'accusa di un impegno insufficiente nel sociale. Si pensi agli obiettivi della politica di coesione, che deroga alla tutela della libera concorrenza con gli interventi di carattere sociale, o diretti a promuovere aree depresse e con un alto tasso di disoccupazione; a quelli in tema di occupazione e di politica sociale, ai diritti di «solidarietà» dei lavoratori, al divieto del lavoro minorile, alle tutele specifiche per la famiglia nel mondo del lavoro, al diritto ai servizi sociali; o, infine, alla lotta contro l'esclusione sociale e la povertà. Obiettivi, questi, delineati tutti puntualmente dalla Costituzione, anche se ovviamente condizionati – per la loro realizzazione – dalla concretezza delle scelte europee e nazionali; e anche se molto resta da fare su questo fronte, come su quello dell'economia.
E’ vero che la Costituzione contiene un riferimento debole, e per qualcuno solo velleitario, alla pace, ad esempio se confrontato con il ben più deciso impegno della Costituzione italiana. Ma è la storia di questi cinquanta anni a dimostrare che l'Europa unita è prima di tutto una realtà di pace; e che dipende solo dalla sua capacità di essere global-player sullo scenario mondiale, con una propria politica estera unitaria, la possibilità di esportare il suo impegno per lapace.
E’ vero, infine, che la Costituzione non ha saputo estendere il principio di decisione a maggioranza, anziché all'unanimità come avviene oggi; e che quindi sono ancora vasti i settori cruciali della politica estera e di sicurezza, di quella fiscale e di quella sociale, in cui il diritto di veto nazionale può impedire di compiere scelte politiche unitarie. Ma – al di là della constatazione, banale ma fondamentale, che la Costituzione attuale rappresenta l'unico compromesso possibile, a rischio altrimenti di un fallimento clamoroso – solo l'esperienza concreta e la buona volontà dei partner potranno dire quanto il nuovo sistema sia in grado di funzionare. Mentre è certo che il sistema precedente, già ansimante per un'Unione a quindici membri, non sarebbe in grado di funzionare in un'Unione a venticinque.
Tutti questi problemi – per la verità sempre e tempestivamente segnalati sia da alcuni componenti della Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing; sia dalla Commissione uscente, che fortemente e con sostanziale successo ha perseguito tanto la Costituzione come l'allargamento ai Paesi dell'Est – possono trovare spiegazione ed essere superati. I problemi del futuro giustificano invece qualche preoccupazione, che deve indurre ad un impegno concreto quanti hanno a cuore le sorti dell'Europa. Cosa succederà se uno o più partner (e magari fra quelli di maggior peso) non ratificheranno il trattato? L'ipotesi sembra possibile e concreta, se si pensa che molti Paesi sono orientati o già decisi a ratificare attraverso il referendum popolare: ciò che, in caso di esito positivo, assicura senza dubbio una più forte legittimazione alla ratifica; ma che subordina il risultato a variabili di politica interna, con il rischio di condizionare il giudizio degli elettori su una realtà (quella europea) oltretutto difficile da capire.
Nel caso di una o più mancate ratifiche entro i due anni, le conseguenze non possono certo ritenersi esaurite nell'ipotesi prevista da una diclúarazione allegata al Trattato (in pratica la rimessione della questione al Consiglio Europeo). Ci sarà soltanto un ritardo, oppure si determinerà, di fatto, quell'Europa a più velocità (fra chi avrà ratificato e chi avrà rifiutato la Costituzione) che molti auspicano e altri invece temono come un ritorno all'indietro, ad una zona soltanto di libero mercato? Oppure, addirittura, il rifiuto di pochi (almeno questo si spera) si trasformerà in una sorta di diritto di veto al desiderio di quanti desiderano proseguire sulla strada dell'integrazione? E, infine, chi rifiuterà la ratifica potrà e vorrà avvalersi del «diritto al recesso volontario» dall'Unione, oggi previsto dal trattato; oppure si faranno strada meccanismi di opting out, oggi possibili rispetto a singole materie, ma non rispetto alle istituzioni comunitarie, con il rischio di creare un'Unione a la carte, in cui ciascuno si serve del piatto che preferisce?
Accanto agli interrogativi sull'entrata in vigore, vi sono poi quelli sulla capacità della nuova Unione di affrontare i grandi problemi con gli strumenti di una Costituzione che non sarà facile modificare e adattare (per la complessità delle procedure di modifica) alle difficoltà segnalate dall'esperienza. Quei problemi sono tanti e difficili. E richiedono la capacità di parlare con una voce sola, di avere un'identità politica all'interno e all'esterno.
Si pensi all'ingresso della Turchia nell'Unione, con il suo corredo di paure e indicazioni positive: da un lato, i confini dell'Europa e della sua identità e, dall'altro, un rapporto non conflittuale con l'Islam e con il suo volto più laico.
Si pensi al discorso sul futuro dell'Iraq, e più ampiamente a quello dell'equilibrio nel Medioriente, al rapporto fra l'Europa e i Paesi del Mediterraneo.
Si pensi al problema del terrorismo globale, che richiede una risposta altrettanto globale e a molti non sembra potersi esaurire nella logica inaccettabile di uno scontro tra civiltà, richiedendo piuttosto interventi «globali» contro la povertà e l'ingiustizia sociale, accanto agli interventi e alle sinergie nella prevenzione e nella repressione.
Si pensi, ancora, al continente africano, soltanto lambito dai venti della globalizzazione, oltretutto in modi che ne hanno evidenziato drammaticamente le condizioni di fame, di sanità, di povertà.
L'elenco potrebbe continuare. Ma è sufficiente riflettere sul fatto che tutti quei problemi (e gli altri che potrebbero aggiungersi, come il dibattito sul seggio europeo al Consiglio di sicurezza dell'Onu, o il rapporto fra l'Unione europea e gli Stati Uniti) hanno un comune denominatore: il coinvolgimento immediato e diretto dell'Europa e dei partner dell'Unione; la necessità di una risposta che non può esaurirsi in querelles come ad esempio quella sulle riserve nazionati al mandato di arresto europeo e così via. E poiché la risposta europea, in definitiva, non è altro che la risultante di scelte e di posizioni nazionali elaborate, filtrate, trasformate e soprattutto confluenti in una posizione unitaria, v'è da augurarsi che si sappia guardare alle realtà nazionali con l'ottica europea anziché viceversa, come per lo più abbiamo fatto sinora più o meno tutti, in Europa.
Per far seguire alla giusta soddisfazione (e alle preoccupazioni) di oggi un concreto impegno europeista, c'è un primo passo da compiere: rendere meno astruso ed elitario il dibattito sull'Europa, e mettere in luce tutte le sue implicazioni interne, europee e globali, per aiutare i cittadini (e soprattutto i giovani) ad una scelta consapevole, dalla quale dipende il futuro dei nostri figli.
D'altra parte, e a ben pensarci il primo passo lo ha compiuto proprio il Parlamento europeo in questi giorni, dimostrando – al di là dei problemi politici tuttora aperti e delle polemiche – quanto l'organo che rappresenta la sovranità popolare dei 450 milioni di cittadini europei già eserciti pienamente i pochi poteri di controllo che sembra avere oggi sulla carta e quelli più ampi riconosciutigli dalla Costituzione europea.

Giovanna Maria Flick
La Stampa, 29.10.2004, p. 31

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