EUROPA FEDERALE LA LUNGA MARCIA

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L’Unione non basta

EUROPA FEDERALE LA LUNGA MARCIA

di GIOVANNI SABBATUCCI

IL vertice europeo che si è concluso venerdì a Bruxelles sarà probabilmente ricordato non tanto per le soluzioni trovate o per i compromessi raggiunti sullo specifico delle singole questioni sul tappeto (in particolare su tempi e modalità della vigilanza bancaria centralizzata), quanto per lo scontro, poi rientrato, tra Francia e Germania sulla proposta tedesca di sottoporre i bilanci degli Stati membri al controllo, e all’eventuale veto, di un superministro o supercommissario: una specie di sceriffo della stabilità che andrebbe peraltro a sovrapporsi ad altre figure già esistenti e deputate agli stessi compiti, ma non dotate degli stessi poteri.
Non è la prima volta che i due partner maggiori, espressione del cuore carolingio dell’Unione, si confrontano sulla sovranità delle politiche di bilancio nazionali, tradizionalmente difesa dalla Francia e messa in discussione dalla Germania in nome dei comuni obblighi di rigore finanziario (la novità semmai sta nel deciso schierarsi dell’europeista Monti a fianco del presidente francese).
Ma questa volta il confronto è stato duro ed esplicito, andando a toccare direttamente il punto centrale del dibattito europeo di questi anni di crisi: come conciliare la sovranità democratica degli Stati, garantita dal voto popolare, con la responsabilizzazione dei loro comportamenti al cospetto di un’autorità tecnica imposta dalla moneta comune? E come sfruttare questa contraddizione non per affossare il progetto federativo fin qui solo parzialmente realizzato, ma per completarlo, facendogli compiere l’indispensabile salto di qualità politico? Così come era stata formulata, la proposta di Angela Merkel risultava irricevibile.
Tanto da giustificare il sospetto di una mossa tattica (dovuta vuoi alla prossima scadenza elettorale tedesca vuoi al desiderio di guadagnare crediti sugli altri tavoli del negoziato): infatti è stata prontamente ritirata.
Anche prescindendo da qualsiasi valutazione di efficacia, l’arrivo di un supercommissario calato dall’alto avrebbe aggravato quel deficit democratico dell’Unione che tutti dicono di voler colmare, avrebbe accresciuto la sensazione di estraneità dei cittadini europei rispetto a decisioni prese in sedi lontane e mai oggetto di un vero dibattito politico-elettorale, avrebbe ulteriormente evidenziato
il paradosso di organismi elettivi (i Parlamenti nazionali e quello europeo) di fatto spogliati della loro storica prerogativa in materia di spese e di tasse.
Ma il problema sollevato resta ancora aperto. Dopo sessant’anni e passa di lenti progressi e di brusche battute d’arresto, di faticosa routine e di strappi coraggiosi, non possiamo pensare che l’approccio economicista e «funzionalista» adottato, o subìto, dai padri fondatori dopo il fallimento della Comunità europea di difesa nel 1954 (partiamo dalle cose pratiche, unifichiamo i mercati, adottiamo regole
comuni e addirittura una moneta unica: il resto verrà) possa produrre, per semplice accumulazione, il miracolo di un’Europa politica autorevole e riconoscibile, prima di tutto agli occhi dei suoi cittadini. Il salto qualitativo può venire solo da un vero processo costituente, che faccia tesoro delle precedenti e non brillanti esperienze, e che tenga fermo l’obiettivo di fondo: un parlamento e un governo
federale dotati dei necessari poteri, accanto alla Banca centrale già esistente e operante e a una forza armata comune che è ancora di là da venire.
È inutile farsi illusioni: il percorso sarà lungo e difficile e non ci porterà d’un colpo a diventare come gli Stati Uniti d’America (abbiamo troppe lingue diverse, troppe storie pesanti alle spalle). Ma nemmeno gli Stati Uniti avevano un modello a cui uniformarsi. Il modello europeo dovranno inventarlo gli europei. E tanto meglio potranno farlo quanto più i loro governanti sapranno liberarsi dai «tabù
incrociati» (così Federico Fubini sul «Corriere» di ieri) che ne limitano la libertà di azione: quelli, per intenderci, che obbligano la Germania a difendere i suoi schiaccianti surplus commerciali in nome del rigore finanziario e la Francia di Hollande a coprire i suoi deficit di bilancio in nome della sovranità nazionale.
Quella del passaggio all’Europa federale è una missione eminentemente politica, che non può essere delegata ai tecnici né tanto meno surrogata da proposte estemporanee, arroccamenti o fughe in avanti.
(Da Il Messaggero, 21/10/2012).




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