Europa, do you speak pidgin English?

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1/09/2004, Il Riformista

Europa, do you speak pidgin English?

Dimenticare Oxford. Per l’UE serve un inglese storpiato, più weird. E Blair lo ha capito.

Di Linda Rossi Holden
La comunicazione globbalizzata e l’interlinguismo hanno prodotto la metamorfosi di tantissime lingue, di cui l’inglese è senz’altro l’espressione più diffusa e contaminata. Ce lo spiega il recente libro Weird English di Evelyn nien-Ming Ch’ien –Harvard University Press- che si sofferma a indagare l’ambito letterario che più di altri sembra favorire il multiculturalismo, e dunque l’ibridazione del British english, trasformato in lingua “weird”, cioè storpiata, insolita. Una sorta di patchwork linguistico che autori bi-culturali usano con un’intelligente disinvoltura, come nel caso di Arundhati Roy che manipola l’inglese per adattarlo al contesto indiano dei suoi libri, rendendo la lingua più indipendente, più autentica, più istintiva e ritmata proprio perché meno convenzionale e accademica. Dall’Hinglish (hindi+English) al Chinglish (Cinese e inglese) fino al Germish, allo Spanglish; una lista di ben 20 “ishes”, che veicolano varianti culturalmente personalizzate della lingua inglese, oppure semplici versioni “addomesticate” che innestano anglismi alla lingua d’origine così come appare in questo esempio di Italenglish: «L’election day si avvicina. Le apparizioni in tv come previsto dell’equal time, gli ads con accusa di strumentalizzazione del 9/11, i dirty trick sulla necessità delle guerre in Afganistan e in Iraq e l’incapacità dell’intelligence di prevedere gli attacchi alle Twin Towers potrebbero causare a Bush la perdita degli swing states che, trascinati da una crescente bandwagon effect, diventerebbero importanti supporter di Kerry e del suo running mate». La lista delle varianti inglesi è lunghissima, ma è il piding English che più ci interessa al momento che sta alla base dell’Euroenglish, vale a dire di quella lingua semplificata che si sta sviluppando per favorire la comunicazione tra i paesi della comunità europea. I 25 Stati membri dell’unione allargata sono infatti costretti a valutare un compromesso tra le 20 lingue ufficiali e le relative 380 combinazioni di traduzione e tale compromesso sembra essere l’adozione di una lingua franca come veicolo di comunicazione diretta. Durante una recente audizione presso il parlamento europeo (aprile 2004) è emerso il caso “predominio dell’anglofonia” (nonostante i precisi obblighi comunitari nei confronti del multilinguismo)in funzione di un’evidente difficoltà di tradurre simultaneamente tutte le lingue rappresentate; problemi di interpretazione corretta in merito ad argomenti tecnici e inevitabili perdite di tempo per garantire la comprensione a tutti i presenti. Cosi, i 25 paesi riuniti per la prima volta a Bruxelles hanno sancito, in modo informale ma comunque storico, che l’ Ue non può essere una Babele linguistica e che c’è bisogno di una lingua ausiliaria più condivisa e userfriendly; l’inglese appunto, o un suo prossimo clone influenzato dai contributi di tutti i partecipanti. Lo stesso Blair ha capito che in molti casi è importante dimenticarsi delle proprie origini oxfordiane per ricorrere a un inglese condiviso dalla platea europea e/o ottobre a cui si rivolge. Il 7 ottobre 2001,per esempio, Blair rilasciò un’importantissima dichiarazione per comunicare ufficialmente l’avvio de4lle azioni belliche in Afganistan. Il suo discorso, dal punto di vista linguistico, era studiato per essere il più possibile comprensibile: « As you all know from the announcement by president Bush, military action aganist targets inside Afganistan has begun.I can confirm that UK forces are engaged in this action….». Certo, il suo è un modo per sdoganare l’Euroenglish, la forma linguistica di contatto che risente di numerose ibridazioni lessicali e di vari contributi tolleranti degli errori orto-grammaticali. La maggior parte degli italiani, così come molti europei, parlano questo tipo d’inglese non ufficiale di cui quello che segue è un esempio ai limiti della forzatura, ma senz’altro divertente: sul set del film Giù la testa, per tenere a freno un James coburn piuttosto irrequieto, il direttore di produzione lo minacciava così:«You must stay on the bell with me!», e anche «Where do you go, for the roofs?». Il povero Coburn ascoltava stranito, perché capitava ogni singola parola ma non il senso di una traduzione letterale di « Hai da sta’ in campana con me» e «Ma ‘ndo vai, pe tetti?». Per ovviare a questa ingovernabile anarchia linguistica, il parlamento europeo, gia nei primi anni ’90, chiese alla Commissione di realizzare una esperienza mirante ad accelerare l’apprendimento delle lingue straniere attraverso lo studio di una lingua pianificata come l’Esperanto.Ma si sa, le lingue artificiali non trasmettono emozioni e passioni; nascono in asettici laboratori della ragione e come tali non attingono a esperienze umane e culturali e dunque, come possono rendersi interessanti, anche dal punto di vista “affettivo”? Da allora, altre lingue –ponte si sono sviluppate per far fronte all’emergenza degli scambi comunicativi; in primis l’intercultura, creata da linguisti di professione, con lo scopo di estrarre il vocabolario internazionale dalle lingue del mondo occidentale. Il risultato di questo minuzioso lavoro di ricerca è una lingua facile, naturale e internazionale che permette a milioni di persone di comprenderla senza averla mai studiata, così come si evince dalla seguente frase: “Interlingua es un lingua international facile e de aspecto natural elaborate per linguistas professional como un denominator commun del linguas le plus diffundite in le mundo in le dominios del scientia, cultura, commercio, etc”. Di grande attualità è anche l’Europanto: “To speakare europanto, tu basta mixare alles wat tu know in extranges linguas”. Un 42% di inglese, un 38% di francese, un 15% misto delle altre lingue europee, un 5% di fantasia, e il puzzle è composto. Diego Marani, padre e inventore di questa lingua tecnica, spiega: “No est anglado, non est espano, no est franzo, no est keine known lingua aber du understande”. Anche Umberto Eco ha preso parte al dibattito sulla possibile adozione di una lingua comune in ambito europeo, e nell’ultimo capitolo del suo libro La ricerca della lingua perfetta ha fatto riferimento a una lingua ausiliaria internazionale, l’Ail. Si tratta di una sintesi bilanciata delle esistenti lingue naturali attraverso la semplificazione e la razionalizzazione della grammatica e la creazione di un lessico che mantenga un grande numero di parole comuni alle molte lingue di origine. Non siamo ancora nel campo della fantalinguistica, però la realtà è lì a ricordarci che l’inglese è madrelingua in 12 nazioni, e tra lingua prima e lingua seconda è studiata da più di un miliardo di persone, superando così il cinese. La ragione del suo successo è che questa lingua, importata nell’odierna Inghilterra da oscure tribù germaniche tra il V e il VI secolo, è la più flessibile, la più logica, la più pidginizzabile. E’ anche una lingua facile dal punto di vista lessicale: 850.000 vocabili in continuo incremento, contro i 600.000 del francese e i 550.000 dell’italiano. In ogni caso, l’obiettivo dei molteplici studi e delle innumerevoli raccomandazioni che ci arrivano dalla Commissione europea è teso a stendere a tutti i cittadini i vantaggi della formazione linguistica per tutta la vita, migliorando l’insegnamento delle lingue e creando un ambiente più favorevole al loro apprendimento ( dal “Piano d’Azione Europeo 2004-2006”). E con una lingua comune su base inglese (?), è possibile che Zedrem vil finali kam tru!

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