Europa-America la distanza cresce

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12/11/2004, La Repubblica

EUROPA-AMERICA LA DISTANZA CRESCE

Di Giancarlo Bosetti

Tra America ed Europa la distanza è grande. Abbiamo due modi diversi di percepire il rischio, che sono due diverse visioni del mondo». Ulrich Beck, sociologo tedesco, di Monaco, è forse il più citato al mondo della disciplina tra i contemporanei, insieme al suo collega Anthony Giddens, per la capacità di creare formule linguistiche: «La società del rischio», «La seconda modernità», «L’economia politica dell' insicurezza», «La società cosmopolitica». In pochi anni i suoi titoli, tradotti in quantità, sono diventati famigliari anche tra i non specialisti. Ultimo nato in Germania in questi giorni: Das kosmopolitische Europa (Suhrkamp).
Lo intervistiamo poco prima che parli al congresso nazionale dell'Associazione italiana di sociologia, riunita al Cnr a 25 anni dalla fondazione, per illustrare il suo «cosmopolitismo metodologico». «Lo stato nazionale», spiegherà Beck, «di fronte alle ineguaglianze tra gli esseri umani sul pianeta, era a ben vedere anche un modo istituzionalizzato di girare lo sguardo dall'altra parte, un modo di non vedere. Ora dobbiamo evitare anche gli inganni di un “europeismo metodologico”, che ripeta gli errori del nazionalismo metodologico della sociologia classica. L'Europa deve tenere lo sguardo critico rivolto prima di tutto verso se stessa».
America ed Europa due mondi più distanti dopo le elezioni? Perché, se i problemi globali sono comuni, questa divisione cresce?
«Prima di tutto guardiamo a come noi europei abbiamo percepito le elezioni americane. Non so com'è andata in Italia, ma in Germania la maggior parte della gente si sentiva come se si stesse eleggendo anche il ” suo” presidente, il presidente del mondo intero. Tutti erano molto preoccupati. E questo è un esempio significativo a sostegno dell'ideache non viviamo più in contenitori definibili come stato-nazione ma stiamo sperimentando l'essere parte di un ordìne mondiale. Dentro quest'ordine sia gli europei che gli americani dovrebbero capire la natura del gap che li separa».
E di che natura è?
«Siamo di fronte non a uno scontro di civiltà come sostiene Hungtington, ma a uno scontro di culture del rischio. America ed Europa hanno due tipi di percezione radicalmente differenti dei rischi globali. L'America è convinta che il terrorismo sia il primo problema del mondo. E’ questa la cornice di riferimento della sua percezione del mondo e dell'organizzazione che gli vuole dare. Gli europei, al contrario, non la ritengono una priorità. Si preoccupano di più delle catastrofi climatiche, per esempio, e di un altro genere di rischi».
Pensieri negativi, preoccupazioni, paure in tutti e due i casi, ma in direzioni diverse?
«Sì, non stiamo parlando di una diversa selezione dei rischi, ma proprio di diverse visioni del mondo. Gli americani pensano che gli europei siano dei pigri, che non sappiano distinguere le questioni fondamentali, che in un certo senso siano dei fanatici dell'ambiente. Noi europei pensiamo la stessa cosa degli americani: che siano degli isterici ossessionati dal terrorismo».
Se è così, è una divisione molto seria, sono distanze difficili da colmare.
«La prima conseguenza da ricavarne è che c'è assolutamente bisogno di un confronto, per decidere insieme quali sono i problemi da risolvere, quali sono le vere priorità globali. Il rischio ha a che fare con l'incertezza e alimenta una specie di credo religioso: la gente è certa che la sua cultura del rischio sia quella giusta e non è tanto disponibile al confronto».
Bisognerebbe discutere di più lel protocollo di Kyoto con gli unericani e di Al Qaeda con gli europei.
«Ed è difficile certo perché America ed Europa hanno anche due diverse concezioni della reazione. Il governo Bush non è un governo conservatore, secondo me. Al contrario è rivoluzionario perché ha trasformato le basi della politica internazionale. Non crede nel diritto internazionale non cerca il consenso del resto de mondo, non vuole più fungere da mediatore della politica globale non tiene alla pace come priorità L'Europa da parte sua finora è sempre stata ripiegata su se stessa, concentrata solo sui suoi problemi, senza nessuna voglia d aprirsi alla costellazione cosmopolitica».
La storia di Marte e di Venere Hobbes e Kant, la passione del fucile contro quella del pacifismo?
«L'Europa non spinge per affer mare la sua visione del mondo Ma ora deve decidere, non put più restare ripiegata su se stessa, parlare solo della sua Costituzio ne, deve trovare un suo modo di definirsi cosmopolita, di collegare la sua agenda alla globalità».
Come Tony Blair?
«No, non come Blair che è diventato un'appendice degli americani, manemmeno come i francesi che si oppongono agli Stat Uniti qualsiasi cosa facciano. Deve relazionarsi alla politica americana a volte appoggiandola e a volte osteggiandola. In Iraq per esempio c'è bisogno di un'idea anche europea per ristabilire la democrazia e la sicurezza. E’ fondamentale».
E gli americani che non vogliono sentir parlare di contenimento dei consumi di petrolio?
«Anche questo è un problema. Le dirò di più. Tutte le ultime ricerche dimostrano che in caso d’effettivo cambiamento climatico l'America sarebbe la regione più colpita. Eppure non prende sul serio questo pericolo. Situazione speculare per l'Europa è la minaccia terroristica. Sappiamo che da un momento all'altro potrebbe esserci un attentato ad Amburgo o a Roma ma non ci vogliamo credere».
L'Europa non è pronta ad affrontare il terrorismo?
«C'è una differenza fondamentale: negli Stati Uniti, a prescindere dall'essere repubblicani o democratici, dalla classe, dal reddito, dall'istruzione, la gente si è preparata in maniera personale, facendo scorte di cibo, barricandosi in casa come se un attacco dovesse avvenire domani. Niente del genere è successo in Europa, dove faremmo bene a capire che l'attacco non è stato alla solaAmerica ma all'intera società aperta globale».
Se dovesse indicare una terapia per risolvere questa divergenza?
«Le istituzioni sono locali, nazionali, i rischi invece hanno bisogno di soluzioni globali. La percezione del rischio non è soltanto il problema, ma potrebbe essere parte della soluzione. Abbiamo bisogno di istituzioni transnazionali. Non Stato-nazione ma cooperazione di Stati. Ci serve un gioco a somma positiva, non a somma-zero. Lo potremmo definire un Mehrwert, un plus-valore cosmopolitico».
Pensa che la politica dovrà avere a che fare sempre di più con la religione, dopo l’11 settembre?
«Sì, in un certo senso. Se mi chiede chi avrebbe potuto votare per Bush nel mondo le risponderei: Al Qaeda. Si tratta di due diversi tipi di fondamentalismo, ma è sempre fondamentalismo, anche se certo di diverso impatto. Il problema di come riferirsi a diverse identità di base crea gli stessi feroci conflitti che nei secoli passati il riferirsi a diverse religioni. Dobbiamo smetterla di “essenzializzare”, di trattare come se fossero essenze, le differenze tra europei e americani, cristiani e mussulmani. Le definizioni collettive del “noi” e del “loro” in termini religiosi sono un pericolo reale. Dobbiamo imparare a definirci in rapporto a realtà mescolate, miste, multiple per gestire l'integrazione. La sfida da vincere è quella di un'Europa cosmopolita che sappia rendersi sicura all’interno e all’esterno.

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