EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…!

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EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…

Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.

L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti.

E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.

Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.

Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.

Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli.

L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.

L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.

Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente manu militari, ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?

L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.

Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi vist i i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita.

L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.

A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?

Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri.

Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.

Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).

Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.

Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole.

Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito – chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda – come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?

Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.

Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”.

Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.

Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.

Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.

Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..

In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?

Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.

Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.

adolfom@tiscali.it

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15 Commenti

Ado
Ado

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E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

Giorgio Pagano
Giorgio Pagano

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

yoshii
yoshii

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

Ado
Ado

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

Ado
Ado

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

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Ado

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

Oltremare
Oltremare

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

Oltremare
Oltremare

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

Ado
Ado

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

yoshii
yoshii

<DIV id=RTEmultiCSSID ><P class=MsoNormal ><B ><FONT face="Times New Roman">EuroEnglish, Pidgin English, Wrest English? “Non-Inglish”, thenks…<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /><o:p></o:p></FONT></B></P><P class=MsoNormal ><B ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></B></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Vorrei esprimere la mia forse non sufficientemente autorevole opinione e rilanciare un’idea forse condivisibile, dopo aver letto con estremo interesse la gran parte degli articoli apparsi sul Forum “La politica per la lingua internazionale” ed altri presenti sul sito, con particolare riferimento a “Io, tedesco, scelgo l’inglese…”, “Inglese, nuovo latino…”, “Un’onerosa Babele linguistica…”, “Inglese di Stato…” ed altri, tutti ugualmente importanti.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese sta vincendo, probabilmente ha gia’ vinto. Qualcuno ha dei dubbi? E l’Europa sta perdendo tempo estremamente prezioso, oltre alle enormi risorse fornite dai contribuenti. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">E l’Italia? Dopo l’umiliazione subita dall’italiano da parte dell’inglese, comunque imposta dal corso della storia recente (eventi bellici, tecnologia, cinematografia, musica, ecc. ecc.) e non certo da burocrati, dovrebbe subire un’ulteriore peggiore umiliazione da parte dei politici di Bruxelles con l’imposizione d’ufficio delle tre lingue (inglese, francese, tedesco)? Senza considerare l’analoga umiliazione subita anche dalle restanti lingue europee.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Puo’ realmente essere l’Esperanto l’arma piu’ efficace per combattere questo sterminio linguistico e culturale annunciato? Questa nobile e storica soluzione mi lascia perplesso, mi sembra possa vivere solo nelle coscienze di poche persone, certo degne della massima stima quanto ai valori in cui credono e alle idee che propugnano. L’Esperanto non esiste nella vita comune, non perche’ qualche potere occulto ne osteggi la diffusione ma semplicemente perche’ e’ ritenuta dai piu’, e non solo dai politici, una strada impraticabile, forse perche’ una lingua da laboratorio, purtroppo sintetica o “di plastica”, non viva. E la strada dell’imposizione nelle scuole mi sembra poco accettabile, come non considero ammissibile che per anni si sia continuato ad imporre, a sorte, l’obbligo dell’insegnamento del francese nella scuola pubblica. La gente sa, o ne e’ convinta, che non ci siano stati alti ideali dietro una simile scelta, ma il banale collocamento degli insegnanti di detta lingua nel rispetto di discutibili accordi bilaterali. E nessuno le fara’ cambiare idea. La questione, peraltro, mi fa ricordare la recente inchiesta che rivela come, nel corso della campagna di vaccinazione obbligatoria antipolio, operata in Italia nel dopoguerra, si fosse deciso di far ricorso a milioni di dosi, gia’ acquistate e immagazzinate, di un vaccino obsoleto e mortale sia pure in piccola percentuale (corrispondente comunque a diverse centinaia di vittime annunciate), piuttosto che fare ricorso a quello innocuo appena scoperto.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Quale europeo sceglierebbe come seconda lingua per il proprio figlio l’Esperanto? Non potrebbe divenire seconda lingua nemmeno se imposta per legge. Nella migliore delle ipotesi, ritengo possa divenire una terza lingua (dopo l’inglese, naturalmente). Resta, di conseguenza, capire quale potrebbe essere la seconda.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Allo stato attuale, non penso ci siano dubbi, la seconda lingua non puo’ che essere il temuto idioma anglosassone. I motivi? Purtroppo, semplicemente innumerevoli, ed e’ inutile perdere tempo ad elencarli. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese ha vinto, l’Europa puo’ solo cercare di limitarne i danni e la soluzione potrebbe essere solo una lingua che si potrebbe denominare EuroEnglish o Pidgin English o Wrest English (Inglese sporco o distorto) e via dicendo. Ma il nome non e’ tanto importante.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’Europa puo’ piegarsi alla lingua inglese senza spezzarsi, o meglio, piegandola a sua volta. Questo e’ probabilmente il fronte sul quale puo’ agire con forza e determinazione la politica italiana e comunitaria.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Le lingue europee derivano dal mitico ceppo indoeuropeo ma l’Europa non e’ culturalmente succube di chissa’ quale esotica cultura; i greci attraverso la loro lingua hanno illuminato l’antichita’ mentre l’Europa e il mondo (almeno il nostro) non ne hanno poturo trarre che vantaggi; ed e’ inutile ricordare l’apporto determinante di tutte le altre culture mediterranee, dai Fenici ai Romani. Perche’ non vedere il lato positivo di tutto cio’? Ogni cultura ha esercitato ed esercita la propria influenza con i mezzi a sua disposizione, non necessariamente <I >manu militari, </I>ma ne viene a sua volta influenzata. Una nazione come gli USA non e’ succube dell’Inghilterra, anzi, sara’ vero il contrario, inoltre parla un proprio inglese, peraltro compatibile e interscambiabile. Poi scopriamo che oltre gli altri membri del Regno Unito, anche nazioni come l’India hanno prodotto un proprio inglese, anche se hanno adottato una lingua ufficiale diversa; resta il fatto che l’India cresce non certo grazie all’Hindi, ma all’inglese. Perche’ l’Europa non puo’ fare altrettanto, o molto meglio, promuovendo l’uso parallelo di una lingua simile ma, nel tempo, sempre piu’ diversa e, forse un giorno, tanto dissimile da costringere i piu’ puristi e imperturbabili sudditi di Sua Maesta’ (ci sara’ ancora la monarchia?) a tornare sui banchi di scuola, prima di poter parlare serenamente ad un pubblico europeo?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’idea di una lingua inglese scritta o trascritta secondo canoni fonetici internazionali piuttosto che storici non e’ nuova, anzi, alcuni studi in tal senso furono promossi proprio da studiosi inglesi. D’altro canto anche una certa parte degli intellettuali inglesi sente da tempo il disagio dell’affermarsi prorompente della propria lingua a danno di altre, e vorrebbe dare il suo contributo nell’affrontare e risolvere in qualche modo il problema. Per noi europei, d’altro canto, e’ un’obbligo morale oltre che politico e civile, correre ai ripari cercando di evitare di adottare soluzioni peggiore del male stesso, al fine di limitare i danni, se non alle nostre lingue, almeno alle nostre culture. Ma, per evitare accuse di parzialita’, lo studio e lo sviluppo di una nuova lingua dovrebbe partire da paesi terzi come, e perche’ no, la nostra Italia. L’Italia, o quella parte d’Italia patria della nostra lingua, che ha eccelso nel dare i natali a tante personalita’ geniali e nel “creare” una vera lingua.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Dobbiamo prendere atto che il mondo e’ cambiato, sterminate opere scritte accompagnano i prodotti della tecnologia, sono costituite dalla letteratura scientifica, dai contenuti piu’ o meno validi di Internet che si traducono comunque in comunicazione, da rapidissimi ed economicissimi scambi epistolari da un capo all’altro del mondo. Si puo’ partire da una lingua scritta e affermata per procedere, poi, alla sua diffusione orale tramite i grandi media (canali televisivi satellitari e di altra natura dedicati, che possano rendere viva la lingua e mettere in luce, per la successiva correzione e normalizzazione, gli aspetti articolatori anomali e sottovalutati). La diffusione della lingua attraverso tali mezzi potrebbe essere agevolmente monitorata attraverso gli ascolti, a differenza degli scambi epistolari. Il mondo (anglofono) corre, chi si ferma e’ perduto. Dal canto nostro potremmo provare a correre di piu’, ma ho i miei legittimi dubbi
visti i risultati europei in campo economico, ma, al contempo, potremmo provare a rallentare gli altri. Se ci facciamo caso, anche la Cina, dopo l’acquisizione dell’anglofona Taiwan e alcune altre riforme, ha fatto il grande salto in termini di crescita. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">L’inglese e’ gia’ stato scelto dal villaggio globale, che comprende anche i cittadini europei, e i politici europei non possono che prenderne atto. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della UE per accorgersi che forse il 10% dei contenuti e’ tradotto in tutte le lingue, mentre il 90% e’ in lingua inglese. Allora, meglio il 100% in due sole lingue. E non solo, il villaggio globale sta gia’ sviluppando autonomamente una sua lingua, essenzialmente scritta (ma questo potrebbe essere un punto di forza in termini di diffusione), che qualche istituzione dovrebbe tenere in considerazione promuovendone anche l’uso parlato, dotandola di norme comuni e accettate universalmente, e di una propria grafia e fonetica, e cercando di renderla il piu’ possibile distante dall’inglese originale. Perche’ l’Europa e’ cosi’ miope o cieca da non cogliere una simile opportunita’, inserendovisi con tutte le sue forze nel processo di formazione della lingua e possibilmente guidandolo sui giusti binari? Una simile opportunita’ deve essere solo studiata, analizzata, incentivata, “supportata”, coordinata.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">A chi ci invia una mail in inglese (ormai chiunque da’ per scontato che conosciamo la lingua inglese, almeno quella scritta e di base), si potrebbe rispondere con cortesia utilizzando una lingua derivata (ma normata e ufficiale) e invitando l’interlocutore ad apprenderla e utilizzarla appena possibile, anche perche’ inizialmente questa nuova lingua sara’ molto simile alla sua: gli bastera’ evitare di usare alcuni termini e utilizzare alcuni semplici accorgimenti nella grafia delle parole. Altrimenti, dovremmo far finta di non conoscere l’inglese o, piuttosto, dire chiaramente di non conoscerlo bene e di non avere alcuna intenzione di conoscerlo meglio?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Da questo punto di vista, la scelta delle sole tre lingue, poiche’ include l’inglese, se vista come soluzione temporanea al problema, puo’ ritenersi valida, se accompagnata dalla contemporanea promozione di studi sugli sviluppi e possibili scenari futuri. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Sinceramente, escludo che le culture europee possano in qualsiasi modo farsi sottomettere da qualunque lingua particolare, tantomeno da una nuova lingua derivata dall’inglese, ma che non sia l’inglese.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Potremmo, sin d’ora, immaginare il percorso formativo di un bambino europeo nel futuro immediato e quello prossimo. Dopo l’apprendimento di base dell’inglese originale, che potrebbe divenire temporaneamente la sua seconda lingua, potra’ successivamente continuare con lo studio della nuova “lingua derivata” oppure (senza che un’ipotesi escluda l’altra) con l’approfondimento di quella originale. Si potra’, cosi’, verificare l’ipotesi che la sua seconda lingua sara’ quella “derivata” mentre l’inglese originale sara’ la terza oppure il contrario. Saranno poi gli ambiti di utilizzo a determinare la priorita’ dell’una o dell’altra. L’ambito dell’inglese scritto e’ di gran lunga piu’ grande di quello parlato, questo e’ il terreno ideale per la crescita di una lingua derivata. Questa lingua scritta potra’ avere un ruolo nel contesto europeo, se le verra’ data dignita’. Avra’ bisogno solo di una semplice grammatica, un lessico base (arricchito, col tempo, delle parole piu’ diffuse presso la maggior parte degli europei, indipendentmente dalla nazionalita’, sia in forma scritta che parlata) e norme fonetiche condivise, riconosciute e rese ufficiali. Naturalmente dovrebbe essere coordinata da un’entita’ ufficiale che ne normalizzi gli aspetti e che ne sia custode (perche’ non delegarne come depositaria la nostra Accademia della Crusca, o coinvolgere i cugini francesi, anche se poco credibili paladini di tutte le lingue romanze?).</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Se non la lingua in se stessa, i principi dell’Esperanto potranno trovare adeguato riscontro.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse arrivera’ un giorno in cui potremo scrivere senza timore parole come “biology” o “champagne” secondo la grafia “biologi” e “shampagn” (o qualcosa del genere) perche’ esistenti in un apposito lessico ufficiale. Lo stesso lessico, a supporto della grammatica e a conferma delle norme fonetiche generali, ci dira’ attraverso l’apposita trascrizione fonetica che accompagna i termini stranieri nei dizionari, come dovranno essere pronunciate queste parole. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, pronunciando senza timore di fronte ai nostri nterlocutori europei la parola “biologi” (cosi’ come la leggerebbe un italiano, e secondo la fonia italiana), un qualunque europeo potra’ ricevere il plauso generale perche’ avra rispettato la radice greca del termine, mentre, viceversa, un anglofono che pronuncera’ lo stesso termine secondo la fonia anglosassone potrebbe essere deriso per la storpiatura operata dalla sua lingua sulla radice originale. Immaginiamo poi l’orrore, anzi lo sdegno, di un francese di fronte ad un anglofono che parli di “ciampeign” (da leggere come la leggerebbe un italiano) anziche’ di champagne, per non parlare di termini con significati molto piu’ “alti”. E, in proposito -<SPAN > </SPAN>chiedendo scusa agli esperantofoni per la malignita’ della domanda - come si pronuncerebbero queste due parole in Esperanto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Il discorso si puo’ estendere agevolmente ai sinonimi: es. ital. “frontiera”= ingl. “border”, “frontier”. Non ci sono dubbi, almeno per quanto riguarda noi italiani, su quale sara’ l’unico termine ammissibile in una nuova “lingua derivata”. Naturalmente una nuova lingua, col tempo, si potra’ arricchire di sinonimi, ma si potrebbe escludere a priori e da “regolamento” il sinonimo originario inglese “border”, lasciando spazio a derivati da qualunque altra lingua, anche non europea, compreso l’esperanto. Viceversa, ad un termine inglese che puo’ assumere piu’ significati, ne potrebbe essere attribuito solo uno, mentre per i restanti si potra’ fare ricorso a sinonimi o termini prestati da altre lingue.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda la grammatica, si potrebbe escludere categoricamente, a puro titolo d’esempio, l’uso del genitivo sassone, delle forme irregolari dei verbi e via dicendo, che possono essere agevolmente sostituite da forme piu’ semplici e universalmente intuitive, almeno da parte di chi possiede conoscenze elementari della lingua inglese (e non ha nessuna intenzione di spendere tempo nell’approfondimento, soprattutto dal punto di vista della fonetica e dell’esercizio sul campo). Naturalmente, tutti i neologismi, soprattutto quelli nati nell’ambito della lingua inglese potranno essere inseriti di diritto nel nuovo lessico, ma la pronuncia corretta e universalmente accettata potra’ essere solo quella normata da un dizionario della “lingua derivata”. </FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Utilizzando questo metodo, si privera’ inoltre la lingua originaria di gran parte della sua storia, preservando soltanto le radici diverse da quelle sassoni (indoeuropee, greche, latine, slave, ecc.). Cosi’ facendo, questa nuova lingua non sara’ piu’ l’inglese, ma avra’ un nome diverso, e non avra’ importanza se il nome stesso sara’ stato scelto anch’esso dalla comunita’ dei parlanti piuttosto che in seno ad una qualunque sottocommissione di qualche ente auropeo.</FONT></P
><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Per quanto riguarda i tempi di evoluzione di una simile lingua, non sarei pessimista come i nostri autorevolissimi studiosi delle lingue e della loro storia. Le lingue attuali hanno richiesto secoli di evoluzione; una nuova lingua, opportunamente normata, politicamente fortemente avallata e poi lanciata nell’attuale turbine della comunicazione, potrebbe superare in rapidita’ tutte le piu’ rosee aspettative. Risulterebbe, probabilmente tanto rapida da ammettere soltanto l’uso di dizionari in rete dalle varie lingue, aggiornati di giorno in giorno, di settimana in settimana, arricchiti dopo un rapido vaglio di termini e neologismi utilizzati o coniati liberamente da non-anglofoni nelle sedi istituzionali UE, dai giornali, ecc.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Forse un giorno, probabilmente non lontano, gli anglofoni piu’ conservatori e puristi saranno costretti a studiare questa nuova seconda lingua e, soprattutto, a fare molto esercizio sulla corretta fonia, pena l’emarginazione o l’esclusione da qualsiasi dibattito nelle sedi internazionali. A questo proposito, non dimentichiamo che le attuali scelte dell’Europa si rifletteranno anche sulle altre grandi istituzioni internazionali.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Ho dovuto, qui, sintetizzare molto il mio pensiero, ma questa idea mi tormenta da anni, tormento che cresce col tempo poiche’ trova conferme sempre piu’ ampie, sia lungo il mio ancora breve percorso di studi linguistici, sia nella letteratura, sia nella realta’ quotidiana, e soprattutto perche’ sono convinto che possa essere ampiamente condivisibile, soprattutto presso gli italiani. Quest’idea e’ nata, in particolare, da quando avendo vissuto per un lungo periodo in Grecia ed avendo appreso molto bene questa lingua non facile, ho potuto constatare la facilita’ con cui i greci apprendevano le lingue straniere, aiutati moltissimo dal fatto di trovare gia’ traslitterati in caratteri greci i termini di altre lingue scritte con caratteri latini. In tal modo si e’ riprodotta con una buona approssimazione la fonia fondamentale del termine. Immaginiamo ad esempio, un italiano abituato a leggere termini come “tennis” o “poker”; se vedesse scritto “tenis” e “poka” (fonia semplificata dall’inglese) o “pokr” (fonia semplificata dall’americano), sarebbe facilitato moltissimo all’atto del parlare, soprattutto se costretto a utilizzare termini scritti e mai ascoltati. Naturalmente cio’ produrrebbe delle storture di carattere fonetico, oltre che grafico. Ma non e’ forse questo lo scopo che potremmo voler perseguire? Bisognerebbe solo rendere lingua ufficiale cio’ che ora potrebbe essere considerato solo un insieme di errori ortografici, grammaticali e fonetici, ma che non lo e’ in altre lingue che utilizzano altri alfabeti come quello greco, cirillico, ecc..</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">In conclusione, una nuova lingua potrebbe nascere da un inglese di base o semplificato, subito fruibile dai piu’, e contestualmente e rapidamente modificato ad arte, anche con l’introduzione di forzature se indispensabile, in maniera tale da privarlo della sua storia e, soprattutto, della eventuale carica ideologica, favorendo la reintroduzione e l’uso di termini storici di altre lingue europee, passando dall’Esperanto, uniformandone la fonia, che potrebbe essere avvicinata per quanto possibile alla fonia delle piu’ importanti lingue romanze (soprattutto la nostra, naturalmente), e via discorrendo. Una lingua del genere sarebbe piu’ un “non-english” che un english. In questo caso, chi avra’ vinto?</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Mi piacerebbe conoscere chi condivide questa provocazione e ritengo di avere anche molte risposte accettabili per la maggior parte delle inevitabili critiche e obiezioni. Sono consapevole anche del fatto che un esperimento di questa natura non puo’ che essere irto di difficolta’ linguistiche, oltre che attuative. Chi ritiene valida quest’idea, me lo faccia sapere, scriva sul forum, mi mandi messaggi personali. Pregherei, poi, gli stimatissimi intellettuali che seguono e scrivono sul forum di non essere troppo severi nelle critiche, magari attaccando il mio modo di scrivere non particolarmente curato e allenato, invitandoli ad esprimere un giudizio sereno, e soprattutto in maniera democratica sulla questione. Chiederei loro, in particolare, di fornire dati e informazioni su esperimenti, studi e ricerche, svolti in passato e abbandonati, per la loro eventuale rivalutazione alla luce delle nuove opporunita’ offerte dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione.</FONT></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">Si potrebbe costituire, con l’aiuto dei gentilissimi moderatori del sito, un forum apposito (dove si potranno discutere i problemi di natura tecnica e politica) e poi un gruppo di lavoro costituito da gente assolutamente comune ed esperantisti (propensi all’eresia, ma pur sempre esperantisti nello spirito e negli ideali), per creare una bozza di grammatica e di dizionario (dotato di tanto di trascrizione fonetica), per operare qualche esperimento di traduzione di brani e articoli, e per discutere di idee e strategie proponibili e attuabili.</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P><P class=MsoNormal ><FONT face="Times New Roman">adolfom@tiscali.it</FONT></P><P class=MsoNormal ><o:p><FONT face="Times New Roman"> </FONT></o:p></P></DIV>[addsig]

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