Eufemismi etici

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LA MANIA DI EDULCORARE I CONCETTI PER FARLI PASSARE

di FRANCESCO D`AGOSTINO

Siamo a caccia di sempre nuovi eufemismi. Li adoriamo. Infiorettiamo con essi il linguaggio quotidiano. Li utilizziamo per ricostruire linguisticamente in modo accettabile una realtà che il più delle volte ci appare troppo cruda per guardarla direttamente negli occhi. Non mi riferisco a quegli eufemismi (come ad esempio “gay”), entrati finalmente nell’uso per sostituire termini inaccettabilmente volgari, o che sono (come nel caso di “operatore ecologico” o di collaboratore domestico”) chiaramente finalizzati a sottolineare la dignità anche dei lavori comunemente e ingiustamente ritenuti umili. E anche possibile accettare di buon grado la sostituzione della dizione “ministero della Guerra”, con il ben più eufemistico “ministero della Difesa”. Questi sono eufemismi tutto sommato innocui. Non è così però per quegli eufemismi che definirei “etici”, che non solo vogliono nascondere, a volte attraverso giri di parole addirittura eccessivi, la cruda realtà delle cose, ma sono intenzionalmente utilizzati per deformarne la percezione. Il primo esempio eclatante lo si è avuto orami parecchi anni fa, quando al posto del correttissimo termine “divorzio” nel nostro sistema giuridico è entrata l’espressione “scioglimento del matrimonio”. Quando poi si è voluto legalizzare l’aborto, si è fatto ricorso a “interruzione volontaria della gravidanza”: l’acronimo IVG è diventato di uso comune e ha di fatto garantito che la sostanza del processo di riferimento (cioè appunto l’aborto) fosse percepita come del tutto burocratica e sanitaria. Ben più di recente, un’espressione assolutamente corretta come “fecondazione artificiale” è stata messa da parte e genialmente sostituita da PMA, “procreazione medicalmente assistita”: come se l’intervento del medico nel processo fosse di mero supporto all’atto procreativo e non (almeno il più delle volte) artificialmente sostitutivo nei suoi confronti! Su questa scia, nella scorsa legislatura sono stati presentati disegni di legge per dare riconoscimento giuridico all’IVS, cioè alla “Interruzione volontaria della sopravvivenza”: quel processo che alcuni bioeticisti erano ormai soliti chiamare “suicidio assistito”, ma che indubbiamente è apparso più gentile definire attraverso un nuovo acronimo, oltretutto ulteriormente legittimato dalla sua contiguità, non solo fonetica, con l’IVG. Ci si poteva fermare qui? Naturalmente no, dato che la fantasia lessicale è inesauribile e la passione per gli eufemismi sembra incontenibile. Ecco quindi l’avvento nei Paesi di lingua anglosassone dell’espressione MAD, cioè “Medically Assisted Death”, morte medicalmente assistita. Un eufemismo meno ridicolo di quelli che abbiamo citato, ma ben più tragico e proprio perciò rivelativo più dei precedenti. Nella MMA (per riformulare l’acronimo secondo gli usi linguistici italiani) emerge infatti con chiarezza che ciò che si pretende di ottenere, cioè né più né meno che la morte, deve realizzarsi essenzialmente grazie all’intervento “assistenziale” di un medico. Situazioni tragiche e estreme, malattie terminali, sofferenze, pietà, desiderio di auto determinarsi, insomma tutto l’insieme dei concetti che supportano l’esperienza dell’eutanasia nell’immaginario collettivo non compaiono in quest’espressione, perché non devono comparirvi: resta sola, a giganteggiare, la figura del medico, come quella di chi interpreta riassuntivamente la propria funzione come quella di chi è chiamato ad assistere, cioè a “produrre” la morte…

(Da Avvenire, 24/3/2009).

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