Etichetta linguistica

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Comportamenti pubblici (e privati)

PIÙ ATTENTI ALL’ ETICHETTA

di Gillo Dorfles

Forse poche situazioni sono più pericolose – nei nostri rapporti col prossimo – di come «conservare il proprio ruolo»: ossia atteggiare spontaneamente, o anche intenzionalmente, come ci si aspetta che ci si comporti. In altre parole: se mi comporto col prossimo – inferiore o superiore di grado che sia – in maniera appropriata, rischio di attirarmi l’antipatia o addirittura il disprezzo dell’altro. La cosa dovrebbe essere ovvia e spontanea; anche se non sempre l’individuo si rende conto di quanto conti, da un lato, «mantenere le distanze», (quando non si desidera familiarizzare troppo con qualcuno) e, dall’altro, apparire del tutto disponibili se si vuole accattivarsi la simpatia dell’ altro. Basterebbe, del resto, tener conto di come – in italiano (ma nelle altre nazioni gli equivalenti non mancano) – si debba usare il «tu» o il «lei» secondo determinati canoni. Non solo, ma di come aver interpellato un «sottoposto» (garagista, portiere…) chiamandolo per nome anziché per cognome, avrà probabilmente suscitato maggior simpatia nell’interpellato; mentre per contro, chi avrà usato il cognome e non il nome di battesimo con un collega che si considera suo intimo amico lo avrà indubbiamente offeso o, almeno, avvilito…

È importante conservare il proprio «ruolo» in tutti gli scambi sociali, professionali, didattici. Per non parlare di quelli sentimentali, dove gli equivoci si sprecano; tanto più se si tratta di rapporti con un partner di Paesi diversi dal nostro dove la «data» inglese non equivarrà all’ appuntamento italiano; dove dare del «darling» non sarà proprio come dire «tesoro» (per non scendere in più intime e pericolose situazioni linguistiche; non a caso uno dei pochi modi per imparare veramente una lingua è quello di dominarne il linguaggio amoroso). Per fortuna non tutte le lingue europee presentano le stesse sottigliezze grammaticali del giapponese dove persino l’«Io parlante» si modifica a seconda di quale è la posizione familiare: «wata watakushi» con un estraneo, «basho» con un familiare. E, tuttavia, anche da noi sarà bene non rivolgersi al prossimo senza fare le dovute distinzioni: alle volte basta una trasgressione di questo tipo per rovinare un rapporto reciproco. La ragazzina che dice «papi» all’ uomo politico danneggia entrambi, anche senza nessuna malizia. E, per contro, chiunque si rivolga alla regina d’Inghilterra (come mi accadde di recente) ottemperando alle regole che gli vengono impartite (cioè usando «Her Majesty» all’ inizio del discorso, ma sostituendolo con un più familiare «Mum» nel corso dello stesso) si renderà conto di quanto essenziale sia rispettare il proprio ruolo, oltre a quello altrui, se si vuol mantenere una – almeno apparente – placidità nei rapporti intersoggettivi…

(Dal Corriere della Sera, 31/5/2009).

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