Espressioni e termini in via di estinzione

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Fare il nesci, nacchero e rianda
Lingua globalizzata, che fine avete fatto?

di Pier Francesco Listri

Propongo oggi, ai miei amici lettori un articolo-test: tentativo di una modesta riprova di quanto resti vivo dell’antico linguaggio fiorentino, giacché il linguaggio è il segno di una solida identità. Una prova pratica del gran discorrere se Firenze ha ancora una sua realtà condivisa. Me ne dà lo spunto l’appena uscito, ma non nuovo, ‘Icché tu dici?’ buon libro (peccato però che manchino alcune etimologie), di un vecchio fiorentino scomparso non da molto, Renzo Raddi.
Fo grazia di espressioni come ‘avere le traveggole’, ‘di riffa o di raffa’, ‘ammennicoli’, parole di certo ancora vive in città. Proviamo invece con intere espressioni. Sapevate che ‘Garbino morì fanciullo’? frase che si pronuncia ricevendo una risposta sgarbata. Un po’ meno criptico è forse ‘male malanno e uscio addosso’ quando ne capitano di tutte. Da gran tempo non sento dire ‘meglio, Palaia’ esclamazione di fronte ad un imprevisto misteriosamente riferito alla località fiorentina di Palaia.
Se certo non sfugge ai miei amici lettori il termine ‘tanghero’, vorrei accertare se altrettanto usati sono ‘piercolo’ o ‘tarpano’. Si usa ancora qua e là ma credo se ne ignori l’origine, il dolce e volgare appellativo di ‘nacchero’, il bambino piccolo batte tanto il cucchiaio sul piatto dando un rumore di nacchero.I più certo conoscono ‘fare lo gnorri’, ma non tutti (eppure lo registra anche il grande Devoto) ‘fare il nesci’ cioè fingere di ignorare. Mio nonno diceva ‘palle o santi’ cioè testa o croce, derivato dalla doppia faccia dell’antica moneta cittadina che aveva San Giovanni da un lato e lo stemma mediceo dall’altro. Ma datemi un po’ anche voi una mano: si dice ancora ‘non è la via dell’orto’ per indicare un posto lontano, e usate dire ‘non mi sfagiola’ per dir cosa che non piace? Più legate alla persona sono ‘andare in piazza’ come accade ai fiorentini calvi. E chi ricorda che ‘fare i gattini’ vuol dire recere o più volgarmente ‘dar di stomaco’?
Guardiamo un po’ il tempo che fa: i fiorentini dicono ancora ‘acquerugiola’ (pioggerella) o, per un forte vento di tramontana che ‘zizzola’? Sicuro che corre ancora sulle nostre bocche ‘acqua da occhi’ e ‘agire da pellaio’, non so invece se dell’espressione ‘andato alle ballodole’ si sa che significando finire di morire, deriva da un vecchio cimitero fiorentino. Infine due espressioni che forse solo i nonni, di buona memoria, usano ancora: ‘chi si diverte al seme’ era il grido del semaio che per strada ti vendeva un cartoccino di semi. Più raro ancora ‘comprare col sasso’, cioè abiti e cose di poco prezzo; deriva da quei negozi all’aperto che tengono esposti molto in alto sulle grucce giacche e pantaloni, il cliente per indicarli, tirava un sasso in alto sull’indumento desiderato.
Ambiguo è il destino di espressioni come ‘a buco’, cioè preso all’ultimo momento, ‘anda e rianda’, cioè vai e vieni, ‘una serqua’, nobile parola dal latino che indica una dozzina oppure una grande quantità. Spero che i miei lettori non ‘baccaglino’ su questa nota odierna e non ‘bacchettino’ l’articolo. Forse oggi non ho fornito in apparenza grandi notizie, ma una vi era sottesa: quanti siamo ancora veri fiorentini?
P.S. Speriamo non siate di quelli cui ‘il babbo fa carnevale’ (detto di scialoni) perché in quel caso ‘i figli fanno quaresima’.
(Da la Nazione, 22/1/2012).




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