Esperanto e identità ebraica Un convegno e più voci a confronto

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Esperanto e identità ebraica Un convegno e più voci a confronto.

“Lejser ebreo inquieto, strattonato fra il sogno illuminista di una assimilazione (che si farà, nel suo caso, tentativo di globalizzazione ante litteram) e al contempo quasi profeta di quel secolo breve che, di lì a poco, avrebbe infranto quella speranza di rinnovamento e di futuro per il popolo ebraico, in primis, e per l’intero mondo civile”. Questa la descrizione che Davide Astori, professore di linguistica all’Università di Parma, fa di Ludovico Zamenhof nell’introduzione del libro Via Zamenhof, edito da La Giuntina in uscita prossimamente nelle librerie. Astori è uno dei relatori del Convegno “Lazzaro Ludovico Zamenhof, ebreo e cittadino del mondo: interprete dell’emancipazione ebraica e della liberazione dei popoli” ospitato nella sede del Centro Bibliografico dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e organizzato oltre che dall’Ucei, dalla Terza Università di Roma e dalla Federazione Esperantista Italiana. Fra i relatori oltre ad Astori, David Meghnagi e il rav Roberto Della Rocca. L’apertura del convegno è affidata a Renato Corsetti presidente della Federazione esperantista italiana e a Victor Magiar assessore alla cultura Ucei.
“All’inizio mi sono appassionato allo studio dell’esperanto per un motivo linguistico, spiega Renato Corsetti, poi per una valenza socio-politica dell’esperanto. Perché nel mondo la lingua e la cultura del più forte schiacciano il più debole mentre l’esperanto consente un dialogo su un piano di parità”.
Ma chi era veramente Zamenhof l’ebreo, di cui quest’anno si celebrano i 150 anni dalla nascita? Ludwik Lejzer Zamenhof medico linguista polacco è universalmente noto per aver gettato le basi dell’esperanto: la lingua ausiliaria internazionale più parlata nel mondo. Nasce nel 1859 a Białystok, città polacca assoggettata all’impero zarista, (la cui comunità ebraica verrà completamente sterminata dalla furia nazista durante la Seconda Guerra Mondiale), e abitata da diversi gruppi etnici che si differenziano per le distinte posizioni politiche, sociali, linguistiche e religiose. Oltre allo studio tradizionale ebraico del Talmud e della Torà, il giovane Zamenhof viene presto a contatto con la Haskalà che avrà un fortissimo influsso sulla sua vicenda morale e umana. Alla scuola elementare e con sua madre Lejzer parla l’yiddish, con il padre, Markus, ateo, professore di tedesco, e consigliere dell’impero zarista per la censura, parla russo, conciliare i due modi opposti di vivere l’ebraicità dei suoi genitori sarà lo scopo recondito di tutta la vita di Ludwik Lejzer.
Che cos’è l’ebraismo? Perché gli ebrei soffrono da millenni? Sono queste le domande che si pongono gli intellettuali askenaziti dopo i pogrom in Ucraina del 1881.
A seguito dei terribili pogrom in Ucrainia, Zamenhof si reca a Varsavia e, proprio nel 1881 fonda il primo circolo sionista della città, Chibat Zion (Amanti di Sion). All’interno del circolo Chibat Zion, le risposte alle domande sull’identità ebraica sono molto diverse. “Akh ad-Haam, scrittore dell’epoca, vede l’essenza dell’ebraicità nella ‘morale nazionale’, che esiste anche fuori dalla religione; David Neumark risponde: ‘nel monoteismo’; Shimon Bernfeld sostiene: ‘nella morale nazionale’; Berdichevski e Shaj Ish Hurvich, negano l’esistenza di una qualsiasi essenza”. A questo quesito Zamenhof non risponde che molto tempo dopo, nel 1905, in una lettera all’amico Javal nella quale assume la stessa posizione di Neumark sostenendo che la base di tutto l’ebraismo si posa sul monoteismo e su colui che rappresenta l’essenza più vera del monoteismo, Hillel.
Fondamentale è, in Zamenhof e nei pensatori dell’epoca, la questione della lingua. Quale deve essere la lingua parlata dagli ebrei? Secondo gli intellettuali seguaci della Haskalà, di cui la figura centrale è Moses Mendelssohn amico di Immanuel Kant e di Gotthold Ephraim Lessing, con i quali condivide gli ideali di tolleranza illuministico-massonici, non ci sono dubbi, la lingua degli ebrei deve essere l’ebraico. Ma Zamenhof la pensa diversamente e nel 1887 pubblica a Varsavia il primo libro della lingua internazionale che prenderà il nome di esperanto da uno degli pseudonomi utilizzati da Zamenhof, Doktoro Esperanto.
Nel 1905 si svolge il primo congresso esperantista a Boulogne sur Mer in Francia dove prendono parte, fra gli altri, anche il Ministro della Pubblica istruzione francese il Sindaco di Parigi e alcuni scienziati dell’epoca. Gli anni seguenti vedono un ulteriore evoluzione del pensiero di Zamenhof che sente troppo strette le mura dell’ebraismo, e si allontana dal pensiero di Hillel valido solo per il popolo ebraico, per abbracciare l’Homaranismo termine in lingua esperanto che definisce una filosofia di vita valida per tutti i popoli e per tutte le religioni esattamente come, sempre secondo il pensiero di Zamenhof, l’esperanto era stato concepito come lingua per riunire tutti gli ebrei del mondo ed era poi stato donato all’umanità intera. Nonostante le alterne vicende del suo pensiero resta il fatto che Zamenhof si sentì sempre profondamente ebreo anche se alcune volte svincolato dal destino della sua gente.
“L’essere ebreo e l’aver inventato l’esperanto sono due cose collegate, osserva Renato Corsetti, Zamenhof ha iniziato a riflettere sul perché questo popolo fosse perseguitato da secoli e poi sulle persecuzioni in generale e da questo è partito tutto”.
“La figura di Zamenhof è considerata “patrimonio dell’umanità dall’Unesco che nel dicembre scorso ha inaugurato le celebrazioni per i 150 anni dalla nascita con una cerimonia ufficiale che si è svolta a Parigi” spiega Corsetti “parlare di esperanto in una società che non è pronta a concepire le utopie non è facile, ma gli esperantisti sono tanti in tutto il mondo. In Italia la cosa particolare che si fa è che il convegno è organizzato in collaborazione l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, perché Zamenhof era ebreo e il suo retroterra ebraico influì molto sulla sua ideologia e sul suo modo di vedere la vita”.
Quanto è percorribile l’ipotesi di una lingua universale? – Chiediamo al professor Davide Astori.
“La necessità di una lingua universale è sotto gli occhi di tutti quanti intendano guardare senza pregiudizio. Se e quanto sia percorribile la via dell’Esperanto piuttosto che quella dell’inglese (o di qualunque altra lingua che abbia potere in un tempo ed un luogo), è altra questione che sono contento Lei non mi abbia posto”.
Allora glielo chiedo
“Così ha affermato il grande Weinreich: A shprakh iz a dialekt mit an armey un a flot. Le scelte linguistiche, come tanti tratti di una società, prima che ideali sono politico-economici. Troppi interessi in gioco non aiutano a focalizzare il valore, appunto, di una lingua pianificata nel processo di sviluppo dell’umanità”.
Perché, secondo lei, Zamenhof ipotizza la creazione di una lingua universale come l’esperanto e non l’ebraico, la lingua della Bibbia?
“Zamenhof era alla ricerca di una seconda lingua per tutti che non fosse la prima lingua di nessuno. Interessarsi di ebraico, e prima ancora di yiddish (come fece, proponendo fra i primi una trascrizione normalizzata scientificamente dell’alfabeto), voleva dire contribuire alla “soluzione della questione ebraica” – per riprendere il sottotitolo di un suo famoso saggio, Hilelism, che dedicò appunto alla problematica storia del suo popolo; dare vita alla lingvo internacia fu donare “una voce per il mondo”, a riprendere il titolo del bellissimo volume d Lamberti sull’epopea del grande sogno del piccolo uomo della periferia dell’Europa”.
Professore, “Se non fossi ebreo….” Quale è il significato della frase che dà il titolo al suo intervento?
“E’ la frase di una celebre lettera in cui Zamenhof racconta dell’origine del suo interesse alla creazione di una lingua universale. E’ proprio dalla sua esperienza di ebreo che emerge la sensibilità per il dialogo e l’inter-comprensione fra i popoli. Così recita l’intero passo:
Se non fossi un ebreo del ghetto, l’idea di unire oppure no l’umanità non mi avrebbe sfiorato, o almeno non mi avrebbe così costantemente ossessionato durante tutta la mia vita. Nessuno può risentire quanto un ebreo del ghetto della maledizione delle divisione fra gli uomini. Nessuno può sentire la necessità di una lingua umanamente neutrale e non-nazionale quanto un ebreo, che è obbligato a pregare Dio in una lingua morta da molto tempo, che riceve la sua educazione e la sua istruzione da un popolo che lo rifiuta, e che ha compagni di sofferenza su tutta la terra, con i quali non si può capire […]“.

Lucilla Efrati

A seguire, per gentile concessione dell’autore, uno stralcio della relazione del professor David Meghnagi.

Freud, l’ebraico e il sogno dell’esperanto

“Un canto vuol dire riempire una brocca, anzi, meglio, rompere la brocca. Romperla in pezzi. Nel linguaggio della Qabbalah potremmo forse chiamarlo: Vasi infranti”.
H. Leivick

1897. E’ un anno particolarmente denso di significati per la recente storia dell’ebraismo. A Basilea, Theodor Herzl riunisce il primo congresso del movimento sionista. A est, si riunisce il primo congresso del Bund, la prima organizzazione socialista nell’impero zarista. Nello stesso anno Sigmund Freud elabora la teoria dell’Edipo. Sullo sfondo del lutto per la perdita del padre, e in risposta all’antisemitismo, Freud aderisce al movimento internazionale dei B’nai B’rith.
Bundisti e sionisti si combatteranno sino all’ultimo, anche per la scelta linguistica (lo yiddish contro l’ebraico) sino a quando le loro differenze non furono rese “risibili” da un mondo folle oltre ogni immaginazione.
Se lo yiddish era il gergo materno di undici milioni d’ebrei, da cui aveva preso origine una letteratura e poesia moderne, l’ebraico non era solo ed esclusivamente la lingua dei morti e delle preghiere. Se lo yiddish poteva contare sul fatto di essere la lingua viva degli ebrei, l’ebraico era la loro radice più antica, il nucleo attorno a cui era stata conservata e sviluppata l’esistenza religiosa attorno alla sinagoga nel corso dei secoli.
L’ebraico univa tutti gli ebrei e non solo una parte di essi, e tale era stata la sua
funzione nella giurisprudenza rabbinica e nelle composizioni poetiche religiose che da un continente all’altro avevano tenuto uniti nel corso dei secoli le diverse famiglie dell’ebraismo. La rinascita dell’ebraico, lo sviluppo dello yiddish, erano fenomeni altrettanto moderni, figli di una stessa vicenda storica, parte di un processo che toccava ogni aspetto dell’esistenza. […]In un contesto meno drammatico, la rinascita dell’ebraico si sarebbe potuta tranquillamente conciliare con la conservazione dello yiddish e forse anche col recupero del ladino, la lingua che gli ebrei sefarditi avevano portato con sé nel loro doloroso esilio per le coste del Mediterraneo e in America. […] Se ciò non è accaduto, non è per le divisioni che lacerarono il movimento di emancipazione ebraica. Fu per l’immane tragedia che ha cancellato la quasi totalità dell’ebraismo in Polonia e in Lituania e in molti altri luoghi d’Europa. […]

Vi è […] un ulteriore aspetto da prendere in considerazione e approfondire, attraverso cui accedere ad uno strato della moderna vita ebraica in tutta la sua valenza simbolica e culturale. Mi sono trovato a pensarci percorrendo la parte vecchia della città di Tel Aviv ad uno degli incroci che conducono per la centrale via Ben Yehuda, il padre della rinascita dell’ebraico moderno. Leggendo i nomi delle vie si resta colpiti dall’esistenza di una via legata al nome di Zamenhof, il padre dell’esperanto. I progetti di Eliezer Ben Yehuda (il vero nome era Perlman) e di Ludwik Lazar Zamenhof erano agli antipodi, ma entrambi figli della stessa condizione e del bisogno di trovare una soluzione ai dilemmi della condizione ebraica. Eliezer ben Yehuda vedeva nella rinascita dell’ebraico, la condizione stessa per riscattare gli ebrei dalla loro condizione d’oppressione. Al contrario il progetto di Zamenhof – che non era certo un assimilazionista e condivideva le preoccupazioni che assillavano i padri del Risorgimento ebraico – affondava le sue radici nella speranza di vedere superata ogni barriera, anche linguistica, tra i popoli. […] “Nessuno – annota Zamenhof – può sentire la necessità di una lingua umanamente neutra e sovranazionale quanto un ebreo, che è obbligato a pregare Dio in una lingua morta da molto tempo, è educato e istruito nella lingua di un popolo che lo emargina, e ha compagni di sventura su tutta la terra, con i quali non può capirsi!”. Nessuno meglio di un ebreo, si potrebbe aggiungere parafrasando le parole di Freud nella sua lettera a Pfister, poteva trasformare questo bisogno in un programma praticabile, qualcosa che andasse oltre una bizzarra fantasia, di un’utopia senza prospettive reali. […]

Anche Perlman, che in seguito prese il nome di Eliezer Ben Yehuda, era nato in Lituania, in un villaggio sperduto. Ma la soluzione da lui cercata avrebbe proceduto nella direzione opposta a quella di Zamenhof: non la ricerca di un substrato europeo su cui edificare una lingua comune, ma il ritorno all’ebraico, la lingua ancestrale dei padri. La scelta di Perlman avrebbe conquistato i militanti ebrei che erano stati costretti ad un duro risveglio, dopo l’ondata di pogrom del 1882. […] L’atto di nascita del progetto di Ben Yehuda, è un articolo del 1878 in cui si faceva appello agli ebrei di parlare solo in ebraico. L’atto di nascita dell’esperanto, è del 1887. Non è un caso che la denominazione sia la stessa dell’inno nazionale ebraico, l’Hatikvah (speranza). Sono più che coincidenze. Dieci anni dopo nascevano il movimento sionista ed il movimento bundista, fratelli gemelli e speculari nella loro reciproca opposizione anche linguistica. Il primo avrebbe propugnato l’ebraico, il secondo lo yiddish come lingua nazionale ebraica. In quello stesso anno, Freud formulava il nucleo fantasmatico della sua teoria edipica. Ben Yehuda era nato nel 1858, Zamenhof nel 1859. Rispettivamente due e tre anni dopo Freud. Come Freud, anche Zamenhof era medico.

Se racconto questo fatto non è solo per ricordare uno dei tanti paradossi della vita
ebraica e della società israeliana, che i nomi delle strade possono rievocare e riflettere meglio di ogni altro commento. È perché in questi paradossi è racchiusa una possibile chiave di lettura per comprendere il legame che la nascita delle scoperte freudiane ha con la vicenda ebraica, che spiega il profondo radicamento ed il successo del pensiero di Freud nella generazione ebraica ell’emancipazione. Se come ha spiegato Lacan, l’inconscio è strutturato come un linguaggio, cos’altro di più ebraico c’era nell’avventura scientifica di Freud, del bisogno di scoprire i codici cifrati di una prima lingua, capace
di gettare un ponte fra lingue che non comunicavano più fra loro? È un fatto a cui si è prestato poca attenzione, e che solo di recente ha incontrato l’attenzione dovuta all’interno del movimento psicoanalitico. La maggioranza delle prime analisi didattiche erano svolte in una situazione in cui uno dei due componenti della coppia analitica parlava in una lingua diversa dalla propria. Il fatto non è stato oggetto dell’attenzione dovuta, non solo perché per la maggioranza di questa generazione di analisti il multilinguismo (che va distinto dal poliglottismo, come l’interculturalità va distinta dalla multiculturalità) era una condizione esistenziale; ma perché intorno a questo problema ruotava la questione stessa della loro identità di ebrei e la validità della loro scommessa perché pionieri di un nuovo sapere.
L’attraversamento della lingua e dei codici, la necessità di ridare un significato alla multiappartenenza, in un’epoca in cui i nazionalismi emergenti consideravano tutto ciò un pericolo e la stessa psicologia accademica vi vedeva il sintomo di un disturbo o peggio di una malattia, è all’origine del progetto freudiano, ne è un’importante condizione storica. Il fatto che il pensiero psicoanalitico si sia ad un certo momento dovuto misurare con gli apporti della linguistica non è solo il risultato di un inevitabile e fecondo incontro su terreni di confine di discipline fra loro diverse.
Per chi ha capacità di ascolto, questa discussione scientifica conserva l’eco di eventi storici drammatici da cui ha preso avvio la ricerca freudiana di una lingua franca, capace di far parlare oltre il sintomo. Si comprende dunque come lo studio della componente ebraica di Freud, intenda non solo a riscattare un aspetto importante della vita e dell’opera del fondatore della psicoanalisi, ma sia anche un prisma entro cui riflettere problemi di portata più ampia che coinvolgono la società nel suo insieme. È nello sguardo straniero che una società poteva imparare a comprendersi meglio, e capire perché determinate scoperte, alla cui radice vi era un ethos particolare, si fossero poi affermate e diffuse come parte del vivere quotidiano in Occidente.

David Meghnagi

25 maggio 2009

Da Moked, il portale dell’ebraismo italiano.
http://moked.it/blog/2009/05/25/esperanto-e-identita-ebraica-un-convegno-e-piu-voci-a-confronto/




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