Esperantisti e associazioni per la difesa delle lingue nazionali

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GLI ESPERANTISTI E LE ASSOCIAZIONI PER LA DIFESA DELLE LINGUE NAZIONALI: UNA SIMBIOSI NATURALE

Discorso del Prof.Charles Durand al Congresso mondiale di Goteborg, Svezia

Innanzi tutto voglio ringraziare Renato Corsetti, il presidente

dell’Associazione Mondiale per l’Esperanto, per il fatto che mi ha invitato

a partecipare a questo congresso e quindi ad avere la possibilità di portare

il mio modesto contributo al lavoro degli esperantisti.

Al giorno d’oggi è necessario rompere la barriera di silenzio imposta dai

mezzi di comunicazione di massa e dalla oligarchia, da cui hanno ricevuto

tale incarico. Gli esperantisti non solo promuovono l’esperanto. Essi

richiedono anche il diritto, che i popoli hanno per la loro dignità, di

pensare e lavorare nelle proprie lingue, di vivere secondo le proprie

culture, di essere se stessi completamente e senza intrusioni. Le

associazioni esperantiste hanno molte cose in comune con altri gruppi, che

sono sorti negli scorsi quindici anni in diverse parti del mondo e

particolarmente in Europa. Questi gruppi si occupano della difesa di molte

lingue nazionali, che la plutocrazia mondiale vorrebbe considerare

semplicemente dialetti, ed il cui ruolo diverrebbe così essenzialmente

folcloristico. Ecco perché l’alleanza tra gli esperantisti e le associazioni

appena citate è altamente auspicabile. Ritengo inoltre che esistano tutti i

fattori necessari per fare di questa alleanza una vera simbiosi, che ci

aiuterà molto più efficacemente a diffondere i nostri messaggi.

Al giorno d’oggi gli esperantisti sono i soli a proporci una lingua

veramente internazionale e acquisibile da tutti. Non voglio qui descrivere i

vantaggi dell’esperanto, poiché voi tutti li conoscete molto meglio di me

che ancora non parlo la vostra lingua. Tuttavia altri ci dicono, che la

lingua materna di un gruppo, rappresetnante non più del 6-7% della

popolazione mondiale, è la lingua universale, e questo ci crea un problema

molto serio. Infatti, se una lingua naturale è proclamata ‘universale’,

questo contemporaneamente sottintende che le altre non lo sono. Se una

lingua possiede delle ‘superiorità’ rispetto alle altre, ciò ovviamente

evidenzia la inferiorità delle altre. Questo viene definito ‘duplice

qualificazione’, ed è molto imbarazzante, poiché, se una lingua ‘supera’ le

altre, i suoi parlanti ugualmente saranno considerati che lo si voglia o no

‘superiori’ ai parlanti delle altre lingue.

Vorrei qui aprire una parentesi. Noi tutti sappiamo, che prima del 1960

esisteva negli USA una stretta divisione razziale basata sulla cosiddettà

inferiorità dei negri. In quel tempo inchieste approfondite avevano

dimostrato che la maggior parte degli stessi negri pensavano allo stesso

modo. Questo intreccio di opinioni è sempre esistito tra colonizzatori e

colonizzati, tra dominanti e dominati. Ora, noi constatiamo una simile

situazione tra le persone di madre lingua nella cosiddetta lingua universale

e gli altri. La quasi sistematica discriminazione che favorisce i

madrelingua inglesi è una conseguenza naturale della ‘superiorità’

consentita alla lingua inglese, così che in molte nazioni la lingua inglese

è formalmente riconosciuta come la sola lingua da usare ad esempio negli

scambi internazionali tecnico-scientifici. Anche le procedure di assunzione

discriminanti esistono soltanto per la convinzione – comune dei madrelingua

inglesi e di quelli che non lo sono – della cosiddetta ‘superiorità’ della

lingua inglese. Questo colpevole accordo, tra quello che non è altro che un

gruppo dominante ed un gruppo dominato, sta producendo all’interno di tutte

le organizzazioni internazionali – non obbligate a percentuali di

assunzioni – disuguaglianze evidenti, che le tendenze attuali possono

soltanto rafforzare.

In Europa alcuni tentano di convincersi che la conoscenza dell’inglese è

divenuta indispensabile per le regole commerciali e per i bisogni di

comunicazione a livello planetario. Mentre, come noi sappiamo, se gli scopi

di questo studio fossero soltanto pragmatici, gli apostoli della

intercomprensione universale dovrebbero rivolgersi all’esperanto e non

all’inglese! Non si può non constatare che l’inglese ha al giorno d’oggi

nell’Europa continentale un ruolo analogo a quello svolto dal russo prima

del 1990 nei paesi satelliti dell’Unione Sovietica e nelle repubbliche ad

essa annesse. Il sociolinguista Luois-Jean Calvet ha sottolineato in quel

processo delle tappe molto simili a quello che si constata attualmente

nell’Europa occidentale per quanto riguarda la lingua inglese. L’inesistenza

di una politica linguistica nelle repubbliche di madre lingua diversa dal

russo ebbe come conseguenza l’acquisizione di un gran numero di vocaboli dal

russo, soprattutto nelle sfere scientifica e tecnica. In tal modo, molto

rapidamente le lingue locali si sono autoisolate in molti campi, mentre il

russo si è affinato nelle funzioni informative, ufficiali e scientifiche.

Nel 1975 durante una conferenza avvenuta a Tashkent fu proposto

l’insegnamento della lingua russa ovunque a partire dall’asilo, e

successivamente nel 1979, durante un’altra conferenza a Tashkent avente come

tema “La lingua russa: lingua di amicizia e di collaborazione dei popoli

sovietici”, fu suggerito di obbligare gli studenti a redigere i propri

compiti in russo. Seguirono manifestazioni a Tibilisi (Georgia), Tallin

(Estonia), piccole ribellioni negli altri paesi baltici, petizioni di

intellettuali giorgiani, ecc. .. Alcuni linguisti presero coscienza che la

propria lingua si sarebbe dissolta nel russo. Accadde quindi un fenomeno di

assorbimento voluto delle lingue sovietiche da parte della lingua russa,

assolutamente non voluto dai popoli, ma al contrario dipendente

completamente dalla potenza e dalla politica linguistica della Russia di

fronte ai propri paesi satelliti. E’ evidente, che nei paesi europei si sta

svolgendo un processo analogo, e questo fa pensare, che la costruzione di

un’Unione europea faciliti il rapido processo di satellizzazione del vecchio

continente nei confronti degli Stati Uniti d’America. In Unione Sovietica i

prestiti dal russo diminuivano le differenze tra le lingue in favore del

russo. Applicato allora in Unione Sovietica ed attualmente nell’Europa

continentale, questa specie di imperialismo linguistico prende naturalmente

diverse strade, influendo contemporaneamente la politica scolastica ed

universitaria, la pianificazione linguistica e i mezzi di comunicazione di

massa. L’imperialismo linguistico non sarebbe troppo pericoloso, se non

fosse la dimostrazione di un imperialismo crudo e semplice, e basta

osservarlo per valutarne le implicazioni.

In molti paesi qui rappresentati i mezzi di comunicazione di massa immettono

nelle lingue nazionali, in modo del tutto artificiale, centinaia di parole

nuove anglo-americane, che sostituiscono, in tal modo il vocabolario locale.

Avviene così per l’italiano, il tedesco, il francese, lo spagnolo, lo

svedese. Nelle pubblicità il senso di modernità, di cosiddetta ‘alta’

tecnologia, di mobilità, di scienza, di libertà, di efficacia, di successo

professionale, di ricchezza e perfino di sport, è espresso quasi sempre con

termini anglo-americani, che sostituiscono del tutto artificialmente i

vocaboli delle lingue materne, che quindi vengono ferite. Questa

inarrestabile intrusione crea nella popolazione un riflesso di Pavlov, che

favorisce non soltanto lo studio della lingua inglese ma anche

l’accettazione della grande superiorità anglosassone dal punto di vista

culturale, economico e politico da parte delle società nazionali, che

soffrono di questa situazione.

Rémi Kauffer, professore in una prestigiosa scuola di politologia (“Sciences

Po”) di Parigi, scrive nel suo libro intitolato “L’arma della

disinformazione. La guerra delle compagnie internazionali contro l’Europa”:

“Imponendo i propri concetti, i propri vocabolari, le proprie visioni del

mondo, gli Stati Uniti tentano di incatenare i propri rivali ad un modo di

pensare creato per loro, in modo da imprigionarli ed impedire loro di

uscirne. Imporre il proprio bagaglio etimologico significa vincere la prima

battaglia. Da ‘brainstorming’ a ‘wargame’, da ‘teenagers’ a ‘fastfood’, da

‘management’ a ‘benchmarking’ gli americani sono avanti a tutti… Grazie a

questa costante intrusione l’influenza angloamericana si può diffondere. A

partire dalla élite di governo, dagli ambienti economici, fino agli eserciti

‘avanzanti’ delle media borghesia, penetrando nelle classi popolari. Una

battaglia di parole, una battaglia di immagini. Per il fatto che

l’americanizzazione dei termini e delle idee coesistono con

l’americanizzazione dei consumi, questo fenomeno diventa uno dei mezzi di

sostegno più efficace per l’intrusione delle ditte americane nei mercati in

evoluzione. Quindi, anche se commerciale, qualsiasi guerra è prima di tutto

una guerra degli spiriti. Non è nemmeno comparabile con la “blitzkrieg”

(guerra lampo) psicologica pensata e diretta ad uno scopo specifico. La

disinformazione al contrario causa un’azione continua attentamente

orchestrata con grandi mezzi tecnici, finanziari, umani”. Questa

spiegazione è quindi geografico-politica e conferma pienamente le parole di

Zbigniew Brzezinski, quando afferma che “l’Europa è diventata un

protettorato americano”.

Le nostre cosiddette ‘élites’ non sono assolutamente coscienti, che chi

possiede i vocaboli e la lingua possiede anche il pensiero, e che possedendo

il pensiero altrui si possiede tutto il resto. Questa ignoranza è

generalizzata. Così l’uso generalizzato dell’inglese, come definizione e

mezzo di presentazione della scienza, dà ovviamente una più ampia visibilità

ai lavori scientifici dei popoli anglofoni, mentre mette al margine gli

altri, tanto più in quanto i lavori vengono redatti in lingua inglese, e

quindi essi devono immettervi i postulati anglofoni per quanto riguarda la

forma ed il contenuto. Da questo ha origine la mimetizzazione o imitazione,

che ha conseguenze catastrofiche, perché guida secondo lo spirito della

concorrenza a programmi, che non possono rispondere ad una logica veramente

nuova. Per il fatto che sono effettivamente i paesi anglosassoni a definire

le norme della ‘buona scienza’, è ovvio che la scienza dei paesi

anglosassoni si presenti come ‘superiore’ rispetto a quella degli altri

paesi. Fino a quando i ricercatori scientifici stranieri, coscientemente o

incoscientemente, si sentiranno inferiori, usando l’inglese per scrivere i

propri elaborati, essi si mostreranno dei semplici mezzi di diffusione della

ricerca scientifica anglo-americana e non potranno valorizzare pienamente il

proprio lavoro.

Quindi, la conoscenza di una lingua che pretende di essere ‘universale’

permette un più alto livello di prosperità? Sembra che il governo di Taiwan

lo creda, considerando che hanno appena assunto mille insegnanti madrelingua

inglesi per elevare il livello di conoscenza dell’inglese dei propri

giovani. Tuttavia, quello che ho notato in occasione della conferenza del

novembre 2002 in quel paese, se guardiamo agli stati vicini, vediamo che le

Filippine, dove il livello di conoscenza della lingua inglese è senz’altro

il più alto della regione, sono la nazione più misera dell’Asia

sudoccidentale dal punto economico!

Un’unica lingua riduce il numero di modi di dire e di punti di riferimento,

e ignora le scuole di pensiero attive nelle altre lingue. Non è possibile

affidare ad altri il governo delle definizioni e delle rappresentazioni del

sapere umano. Ecco perché la lingua di comunicazione internazione deve

essere assolutamente anazionale, e l’esperanto è attualmente la sola lingua

che possiede tal requisito.

La mia battaglia è una battaglia per la libertà dello spirito, poiché questa

libertà è la condizione essenziale per tutte le altre libertà. Io sono oggi

con voi poiché gli esperantisti fondamentalmente la pensano allo stesso

modo. (Da Nova Sento in rete n.333).

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