Errori da non fare

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Curriculum, gli errori da non fare

di Enzo Riboni

Una buona parte di colpa è dell’informalità dei social media, dagli sms alle email a Facebook. I giovani (ma dilaga anche nei più maturi) abituati a comunicare con i «xché invece dei «perché» o i «cmq» al posto dei «comunque», dimenticano le regole dell’ortografia e della grammatica. O quantomeno non distinguono più gli ambiti in cui l’informalità e l’approssimazione sono lecite da quelli dove risultano inopportune. Così rischiano di veder cestinata la propria candidatura quando sono alla caccia di un posto di lavoro. Lo conferma un’indagine della multinazionale della «caccia di teste» Robert Half, che ha preso un campione di 2.400 manager europei delle risorse umane ed ha posto una secca domanda: «Come vi comportate se trovate errori di ortografia nei curricula?». Il risultato è che all’11% dei selezionatori basta un solo errore per cestinare la domanda e che la maggioranza relativa, il 32%, è più indulgente ma non tollera più di due o tre minime imperfezioni. «Anche i piccoli errori di battitura – avverte Carlo Caporale, associated director di Robert Half – danno l’idea di una scarsa attenzione del candidato e di una sottovalutazione dell’importanza del curriculum testuale, sia esso cartaceo che inviato via email. Tanto più che il tempo disponibile per valutarlo è molto limitato». Più precisamente, secondo l’indagine, meno di 5 minuti per il 19% del campione, tra 5 e 10 per il 48%, più di 10 per il restante 33%. Per Alessandro Pivi, presidente di Cesop communication, società di consulenza per le risorse umane, è proprio l’abitudine a frequentare i social network che può far distorcere la percezione dei candidati: «In quei contesti si abbattono le barriere di età e i livelli di professionalità, così un giovane tende a trattare tutti nello stesso modo. Invece in un curriculum viene valutata anche la capacità di capire quale sarà il ruolo che si dovrebbe assumere». Nel panorama europeo, però, i selezionatori italiani si rivelano come i più indulgenti. A fronte di una media continentale del 28% che ritiene non contino nulla gli errori di ortografia – valore che scende al 21% per i francesi e al 16% in Germania – i manager italiani che minimizzano toccano quota 39%. «Da noi i curricula sono mediamente più lunghi e discorsivi rispetto alla sintesi di quelli anglosassoni – commenta Caporale – quindi qualcuno lascia correre un po’ di più. Ragione ulteriore per non avere la minima sbavatura ortografica quando si invia un curriculum in lingua a un’azienda straniera». Un’alternativa (già abbastanza diffusa negli Stati Uniti) al documento testuale è il cosiddetto video curriculum. «In Italia però è ancora molto poco frequente – spiega il presidente dell’associazione di direttori del personale Gidp Paolo Citterio -. È un peccato, perché sarebbe apprezzabile, soprattutto per le figure commerciali. Attenzione, però, va realizzato molto bene, perché se non si è capaci di stare davanti a una videocamera in modo disinvolto ed efficace, diventa un autogol».
(Dal Corriere della Sera, 28/1/2011).




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