L’ERA E LA LOTTA INDIGENA

L’ERA PER SOSTENERE LA LOTTA INDIGENA PER IL RICONOSCIMENTO

 

L’ERA Onlus sta cercando di proporsi come associazione di appoggio per i popoli indigeni operando su due fronti: sul fronte dell’informazione e su quello del sostegno diretto a coloro che necessitano di un rapporto di co-operazione che permetta di vedere garantita una certa operatività in difesa dei loro diritti fondamentali.
I due fronti in realtà si legano e fondano quello che per noi è un intento unitario: dare una visibilità che si basi su un lavoro collaborativo.
L’associazione è tutt’oggi impegnata in un lavoro di ricerca che possa essere utile nella divulgazione di questioni specifiche e complesse che coinvolgono i popoli indigeni e la loro “proprietà” intellettuale, culturale e soprattutto linguistica.
L’intento principale è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul tema dei beni immateriali e sul loro ruolo fondamentale nella costruzione delle personalità e delle identità di popoli indigeni che soffrono l’emarginazione sociale traducendola in una discriminazione culturale. Questo processo meccanico è insito nell’andamento generale della globalizzazione che stiamo vivendo sia nei suoi aspetti positivi che in quelli negativi. La globalizzazione, in congiunzione con l’idea di “sviluppo sostenibile”, dovrebbe assicurare un certo rilievo alle identità dei soggetti di diritto, di persone e popoli che sono dipendenti dal processo di armonizzazione di economie e politiche si socializzazione e solidarizzazione tra stati. Nel perseguire un obiettivo così ampio (nei termini e negli spazi) e soprattutto improntato su un modello di sviluppo che appartiene essenzialmente ad una percentuale minima dei paesi presenti sul pianeta,  in rischio è quello di dimenticare il particolarismo culturale, essenziale per la salvaguardia dell’eterogeneità dei pensieri e delle culture, nonché delle lingue.
Ci siamo resi conto di quanto vengano trattate marginalmente le questioni che si riferiscono ai diritti e all’identità dell’individuo, a quel bagaglio di conoscenze e idee, di concetti e metodologie fondamentali per garantire uno sviluppo sostenibile all’uomo.

Con i mezzi che l’ERA ha a disposizione siamo riusciti ad operare in questo senso e a rendere pubbliche queste problematiche.

 

Congresso Mondiale sulla Comunicazione per lo Sviluppo (FAO, 25-27 ottobre 2006)

Dal 25 al 27 ottobre 2006 la nostra associazione ha partecipato al WCCD (World Congress for Communication Development) che si è tenuto a Roma, nella sede della FAO. Alcuni di noi hanno preso parte a incontri e dibattiti e più di una volta siamo intervenuti sollevando questioni  inerenti al diritto dell’uso della propria lingua nella comunicazione globale e al dovere degli stati di garantire la preservazione di una comunicazione eterogenea e che esalti la diversità linguistica. La garanzia della diversità è fondamentale per una comunicazione democratica.
Il 26 ottobre si è tenuta la sessione speciale dedicata ai popoli indigeni, un incontro fortemente voluto da Mario Acunzo, funzionario FAO per la Comunicazione e lo Sviluppo.

26 Ottobre 2006

Presso la sede FAO di Roma

Congresso “COMMUNICATION FOR DEVELOPMENT” (WCCD)

Evento Speciale:

POPOLI INDIGENI

Green Room, 16:30-18:00

POPOLI INDIGENI E COMUNICAZIONE: ALLA RICERCA DI UNA SOLUZIONE

La FAO, in collaborazione e con la partecipazione di altre agenzie e movimenti internazionali e regionali (CIDOB, ONPIA, UNPFII, IFAD, COICA), ha organizzato durante il WCCD un incontro speciale sui popoli indigeni e il loro rapporto con la comunicazione. Coloro che sono intervenuti hanno parlato di questo incontro come di un workshop, di un inizio pragmatico per un serio dibattito sull’accessibilità dei popoli indigeni ai mezzi di comunicazione. Una accessibilità che deve essere garantita, paritaria, indipendente e libera. Non esiste spazio condiviso e misure adeguate nella diffusione di notizie senza che i diretti interessati partecipino effettivamente; nessun mezzo di comunicazione può essere utile nel dialogo tra il mondo indigeno e non-indigeno se quello rimane unicamente a uso (e consumo) del secondo.

 

L’affluenza all’incontro non è stata massiccia ma certamente coloro che hanno partecipato lo hanno fatto perché realmente coinvolti e pronti a trovare una soluzione che coinvolgesse soprattutto i diretti interessati.

La metà delle 4000 lingue che, secondo i dati UNESCO, rischiano di sparire entro la fine del secolo sono indigene.

La cultura che posseggono coloro che riconoscono (e che vogliono essere riconosciuti e tutelati) come popoli nativi sfiora l’unicità; per cultura si deve intendere tutto ciò che vive nella trasmissione orale, nella propria lingua tradizionale, di ciò che essi sono, cioè natura, simbolo, ritualità, eredità intangibile. Tutto ciò nutre la loro essenza che difficilmente si può armonizzare con il tecnicismo che definisce oggi la comunicazione e le sue modalità di diffusione.

Qualunque lingua di qualsiasi popolo è veicolo di cultura e chiunque, per questo motivo deve poterne preservare l’uso.

Quando si parla di auto-identificazione si tocca un diritto importante che le collettività indigene stanno cercando di preservare: quello di poter essere tutt’uno con con la propria terra, con quel luogo ancestrale che ha raccolto nei secoli la tradizione, la storia di “quel” popolo che, senza tutto ciò, verrebbe svilito nel proprio essere, nel proprio esistere.

Quando si parla di autodeterminazione si definisce la richiesta di essere riconosciuti come entità collettive ben definite, aventi diritti imprescindibili dalla persona umana, tra i quali figura il diritto a potersi esprimere liberamente con tutti gli strumenti che si possono avere a disposizione e che lo stato possa offrire senza tendere ad una compattazione identitaria, puntando invece sulla ricchezza dell’eterogenità linguistica e culturale.

La domanda è quanto le società occidentali si possano rendere conto dell’essenzialità per i popoli indigeni di poter utlizzare le proprie tradizioni senza subire interferenze sostanziali. Molti rintracciano nelle rivendicazioni indigene un che di puramente folcloristico: la cerimonia che ricongiunge il vivo ai morti, espressa attraverso simboliche danze ed estremo ritualismo, viene interpretata come “folclore” invece di cogliere in essa l’essenza che caratterizza visceralmente un popolo indigeno.

Esiste chi, al contrario, è in grado di comprendere il valore del bagaglio culturale che vive in ogni gesto e in ogni rivendicazione da parte di chi si rende sempre più conto dell’inadeguatezza degli strumenti usati per garantire una certa preservazione dell’ambiente indigeno vivendo la questione indigena come un problema piuttosto che come un arricchimento.

L’utilizzo indipendente delle proprie capacità e dei propri mezzi di comunicazione è diventato problematico. La comunicazione è in mano a sistemi dominanti: i colossi dell’informatica e le multinazionali hanno in mano televisioni e radio dettando regole con un atteggiamento paternalistico.

Durante le tre giornate del WCCD ci si è trovati di fronte ad un binomio comunicativo nel quale però risaltava maggiormente quello proposto da fonti occidentali piuttosto che quello sostenuto dalle realtà locali che, con mezzi semplici ma comprensibili, incoraggiano una comunicazione accessibile.

Durante l’incontro speciale sui popoli indigeni si è cercata una armonizzazione di vedute che potesse contemplare anche soluzioni intermedie, quasi alternative più sostenibili.

All’incontro hanno partecipato molti tecnici e alcuni rappresentanti dei popoli indigeni e dei movimenti di sostegno alle lotte per il riconoscimento.

Mario Acunzo, funzionario FAO che si occupa della Comunicazione per lo Sviluppo, ha presieduto e moderato l’incontro avendo sostenuto in prima persona l’introduzione di questa sessione speciale nell’ambito del WCCD.

 Ignacio Prafil, del popolo mapuche dell’Argentina, membro dell’ONPIA (Organización de Naciones y Pueblos Indígenas en Argentina, www.onpia.org) e leader di un progetto per l’educazione (TIC, Tecnologias de la Información y la Comunicación, ha aperto l’incontro suonando uno strumento tradizionale del suo popolo e intervenendo nei primi minuti del suo discorso in lingua mapdungun, la lingua tradizionale del suo popolo. Ha così espresso la sua origine identitaria. Ha sfidato interpreti e partecipanti decidendo di dimostrare quanto potesse essere normale per lui e per chi aveva di fronte scavalcare le catene della standardizzazione linguistica. Proponendo la sua lingua in un luogo eterogeneo per lingue e culture ha rivendicato il suo essere Ignacio Prafil o meglio Coike Pvrafilu; una rivendicazione da condividere con un pubblico pronto ad accogliere e sostenere positivamente il suo gesto.

Maria Rosario Saravia, segretaria del CIDOB (Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia, www.cidob-bo.org), pur riconoscendo l’attivismo di molti movimenti di appoggio alla causa indigena, ha dimostrato ampiamente la sua disapprovazione nei confronti di quel sistema che permette una comunicazione unilaterale. Non esiste vera comunicazione e diffusione se non c’è consenso o approvazione da parte di chi viene tirato in causa in quanto “caso del giorno o dell’anno” e poi viene trattato come “non parlante”. Non è giusto che le parole vengano messe in bocca quando i popoli indigeni sarebbero totalmente in grado, a modo loro e da rispettare, di esprimersi autonomamente.

Lasciare autonomia nell’utilizzo di mezzi di comunicazione utilizzabili con difficoltà e spesso in lingue non comprensibili non è il giusto passo per aiutare lo sviluppo. Rischia di annichilirlo, stravolgendolo. Imponendo un modo di comunicare si favorisce un approccio paternalistico; in questo modo però si rischia di perdere di vista l’intento primo dei paradigmi della comunicazione sostenibile: la collaborazione e la reciprocità.

Victoria Tauli-Corpuz, dell’UNPFII ( United Nations Permanent Forum on Indigenous Issues, www.un.org/esa/socdev/unpfii/ ) e rappresentante dei popoli indigeni delle Filippine, ha parlato di “invisibility”; l’invisibilità sia per lo sviluppo sia per i mezzi di comunicazione. L’imposizione di paradigmi comunicativi viola i diritti e le libertà fondamentali dei popoli indigeni, tra i più poveri del nostro pianeta.

Tutti i presenti hanno preso atto degli sforzi compiuti in questi anni da parte delle Nazioni Unite alla ricerca di soluzioni garantiste (dalla conferma del secondo Decennio per i Popoli Indigeni, avvenuta quest’anno, alla stesura della bozza di Dichiarazione Universale sui Popoli Indigeni approvata dal Consiglio per i Diritti Umani nel giugno 2006; dalla convenzione no.169 del 1989 dell’ILO alla dichiarazione di Vienna sullo Sviluppo del 1993).

José Luis Aguirre, specialista nella comunicazione per il SECRAD (Servicio de Capacitacióen Radio y Autovisuales para el Desarollo, Università Cattolica Boliviana) ha sottolineato quanto sia importante sostenere strenuamente la ricerca di una comunicazione paritaria nel riconosciemnto della “diversità culturale”. E’ proprio la diversità ad essere una opportunità per dimostrare le proprie specificità.

Il problema fondamentale è capire che rapporto c’è tra chi gestisce e chi viene gestito nella comunicazione. Un binomio che non dovrebbe esistere in nome di una relazione paritaria tra popoli.

I paradigmi sui quali, oggi, i popoli indigeni fondano i loro principi e le loro caratteristiche identitarie devono essere considerati così come si presentano senza tentare una distorsione. E’ importante nell’attuazione di uno sviluppo sostenibile pensare di non sottovalutare il bagaglio informativo e culturale che i popoli indigeni portano con sé.

Conferenza: “Scomparsa dei popoli: un altro modo di condurre le guerre” (27 novembre 2006)

Il 27 novembre 2006, presso la Sala delle Colonne, Camera dei Deputati, la nostra associazione ha tenuto una conferenza nell’ambito delle Giornate per la Cooperazione Italiana, patrocinate dall’Ufficio per la Cooperazione Italiana e dal Ministero degli Esteri. 
Il titolo della conferenza, “Scomparsa dei Popoli: un altro modo di condurre le guerre”, può far rendere conto di quella che è la posizione dell’ERA riguardo al pericolo irreversibile ma non imponderabile per ciò che concerne le lingue e le culture che le lingue esprimono. 
All’incontro hanno partecipato come relatori, oltre al segretario dell’ERA Giorgio Pagano, il Prof. Maurizio Gnerre, etnolinguista presso l’Università “L’Orientale” di Napoli; la Prof.ssa Flavia Cuturi, antropologa presso l’Università “L’Orientale” di Napoli; la Prof.ssa Stefania Giannini, la Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia e Filippo Soldi, regista.
Il tema centrale è stato quello del pericolo per le 6000 lingue presenti nel nostro ecosistema linguistico di scomparire per il 90% entro la fine di questo secolo. Un allarmismo appoggiato dall’UNESCO e che aumenta in percentuale il numero di lingue che entro breve, scomparendo,  non identificheranno più popoli. 
Constatando la necessità di garantire spazi espressivi a tutti, i relatori e il pubblico hanno riflettuto insieme sulla enorme disparità che l’umanità soffre nelle possibilità data di esprimersi liberamente. Per libertà infatti non si intende unicamente l’accesso alle risorse ma anche l’uso della propria lingua che, una volta negato, non consente l’espressione soprattutto in luoghi nei quali il bilinguismo è ancora un’idea. Laddove il bilinguismo esiste, la lingua scelta e differente dalla propria, è una lingua che deve essere appresa e compresa, concettualizzare delle idee in una lingua diversa dalla propria impedisce anche una comunicazione libera e totalmente espressiva.
Le collettività indigene sono quelle che ne risentiranno maggiormente.
Alla conferenza hanno partecipato molte persone interessate e sensibili all’argomento. E’ stata una iniziativa che ha permesso di poter rendere pubblica in maniera informale, uscendo dal tecnicismo accademico, la situazione nella quale si trovano oggi gran parte dei beni immateriali.

Giornate per la Cooperazione, Forum per la Solidarietà 2006

L’ERA ha partecipato, nell’ambito delle Giornate per la Cooperazione 2006, a tre dei quattro incontri che si sono tenuti presso il Ministero degli Esteri; in ogni incontro è stata trattata una tematica specifica: Obiettivi del Millennio e Lotta alla Povertà (14 novembre 2006); Beni Comuni (28 novembre 2006) e Alta Formazione (6 dicembre 2006). In un tempo successivo sono stati organizzati tre gruppi di lavoro in riferimento a ciascuno degli incontri. La nostra associazione ha partecipato attivamente presentando tre documenti. La finalità dell’istituzione di questi gruppi di lavoro è quella di portare avanti una azione collaborativa tra i partecipanti, coadiuvati da un mandatario scelto a presiedere ad ogni gruppo.
L’auspicio della Vice Ministra Sentinelli è quello di permettere la prosecuzione di un lavoro che vada oltre i quattro incontri avvenuti tra dicembre 2006 e marzo 2007.
Il contributo dell’ERA per il gruppo di lavoro su “gli Obiettivi del Millennio e la Lotta alla Povertà” è stato un documento di osservazioni e proposte riguardante i popoli indigeni e la necessità di non sottovalutare il patrimonio culturale e linguistico di una realtà tribale così complessa e certamente essenziale per il perseguimento di molti obiettivi di sviluppo nonché destinataria di politiche e linee programmatiche essenziali e definite.

 

GRUPPO DI LAVORO

OBIETTIVI DEL MILLENNIO (2000-2015)”

As a source of exchange, innovation and creativity, cultural diversity is as necessary for humankind as biodiversity is for nature”.

(UNESCO, Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, art. 1)

 

PREMESSA

L’ERA Onlus (Associazione per la Democrazia Linguistica), nata nel 1987 con lo scopo di sviluppare politiche, programmi e progetti che garantiscano un trattamento paritario, in termini di diritto, di tutte le lingue che compongono l’ecosistema culturale del nostro Pianeta e tra le sue più vive preoccupazioni c’è quella di dare visibilità alle problematiche relative a quelle realtà disagiate che popolano il nostro ecosistema ambientale.

Per “democrazia linguistica” si intende quell’atteggiamento che deve sottostare al principio di uguaglianza tra popoli e sulla quale si riflette l’importanza che ha l’esaltazione della “diversità culturale” da intendersi con ovvia accezione positiva ossia di “varietà culturale”.

L’ERA Onlus nutre una particolare attenzione nei confronti della “realtà indigena”, uno degli ambienti più pericolosamente interessati sia dai problemi legati allo sviluppo sostenibile sia quelli legati agli 8 Obiettivi del Millennio.

Nell’approccio metodologico della nostra Associazione risalta la chiara distinzione tra le identità collettive e quelle individuali. La distruzione degli ambienti collettivi, di popoli in quanto tali, conduce ad un fenomeno visibile ed inevitabile di “imbarbarimento” ulteriore delle genti. Tale fenomeno porta gli individui a non sentirsi più appartenenti ad un gruppo etnico specifico e, nella ricerca di una sopravvivenza quotidiana, a rinvigorire le compagini di ciò che è definibile come “popolazione mondiale”; definizione che, se pur usata molto spesso per indicare l’insieme degli abitanti del nostro Pianeta, non permette una facile individuazione delle caratteristiche di chi la compone e che andrà così a costituire una “massa informe e snaturata”, corpi senza menti e identità.

Siamo convinti che esista un legame inscindibile tra l’ambiente culturale e l’ambiente naturale. L’importanza focale che assume nelle politiche di sviluppo la valorizzazione dell’eredità intangibile e dunque della lingua, della cultura e delle tradizioni, si manifesta con la trasmissione della conoscenza che avviene tra una generazione e l’altra attraverso l’uso delle lingue locali. Tale utilizzo esalta le culture native e consente una diffusione temporalmente più lunga, che lascia integra la consapevolezza e la cognizione della condizione di “appartenenza”. L’uso degli idiomi locali e dunque la percezione di un modus operandi partecipativo e multidirezionale, può certamente garantire una maggiore effettività delle politiche di tutela e di programmi di sviluppo. I popoli trovano nel proprio ambiente e nella propria lingua la ragione d’essere, fortemente “identitativa” fondamentale nel motivare la e alla alfabetizzazione. 

I popoli indigeni sono almeno un terzo dei 900 milioni di persone che vivono nelle aree rurali, il 75% di quelli che vengono definiti “individui estremamente poveri”. Le comunità presenti ad oggi nel mondo sono circa 5000 e gli Stati coinvolti e membri delle Nazioni Unite sono 70. Tra le definizioni ufficiali che le Nazioni Unite hanno adottato risalta quella dell’ambasciatore ecuadoriano Josè Martinez-Cobo che nel 1987 definì i popoli indigeni come “coloro che compongono i settori non dominanti della società, determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle future generazioni i loro territori ancestrali e la loro identità etnica come base della continuazione della loro esistenza come popoli secondo i loro sistemi culturali, le loro istituzioni sociali e i loro sistemi giuridici”.1

I popoli indigeni rappresentano dunque delle “minoranze numeriche” all’interno dei paesi interessati dalla loro presenza. A differenza di altre collettività però, la condizione di “minorità” dei popoli indigeni è caratterizzata dal particolarismo culturale, linguistico ed identitario.

In un rapporto del 2005 del Gruppo di Supporto all’Agenzia ONU per le Questioni Indigene è stato evidenziato che i popoli indigeni sono molto indietro rispetto ad altri segmenti della popolazione mondiale più disagiata nel raggiungimento della soglia minima degli Obiettivi del Millennio e si consiglia di contemplare, in maniera più chiara, la situazione indigena nelle loro linee programmatiche.

Tali premesse sostengono le indicazioni che seguiranno e che sono generate da uno specifico modello di pensiero tendente a valutare gli Obiettivi del Millennio cercando di cambiare la prospettiva dell’operatività. Un cambiamento prospettico che dia un valore diverso al significato di “sviluppo sostenibile” e di “interazione partecipata”; una sostenibilità meno dannosa e che punti molto di più su un attento sistema decentrato che riconosca efficacemente i bisogni reali di chi abita quei luoghi.

Degli otto obiettivi, tre sono quelli sui quali l’attenzione dell’ERA Onlus si è maggiormente soffermata e sui quali verteranno le nostre proposte:

Realizzare una educazione primaria universale (obiettivo 2);

Assicurare la sostenibilità ambientale (obiettivo 7);

Sviluppare una partenership globale per lo sviluppo (obiettivo 8).

Nella formulazione delle proposte, sono stati considerati alcuni documenti e specifiche dichiarazioni e convenzioni ONU:

Carta delle Nazioni Unite, ( Preambolo, articolo 1 par. 2); Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, (Preambolo, articolo 2); Bozza di Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni, completata dal Gruppo di Lavoro sui Popoli Indigeni nel 1993 e adottata il 29 giugno 2006 dal Consiglio per i Diritti Umani (articoli 14, 15, 17); UNESCO, Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, Parigi, 2 novembre 2001 (Preambolo, Quattro Sezioni, 12 articoli, Linee Principali di un Piano di Azione); UNESCO, Dichiarazione Universale sui Diritti Linguistici, Barcellona, 9 giugno 1996 (Preliminari, Preambolo, Sei Sezioni, 52 articoli, Disposizioni Aggiuntive, Disposizioni Finali); Dichiarazione e Struttura Integrata di Azione riguardo l’Educazione per la Pace, i Diritti Umani e la Democrazia (Conferenza Internazionale sull’Educazione), dichiarazione sottoscritta dall’UNESCO nel novembre 1995 (articoli 19, 29); Dichiarazione di Vienna, Programma di Azione adottato alla Conferenza Mondiale sui Diritti Umani il 25 giugno 1993 (articoli 19,25, 26 Parte Prima); Dichiarazione sui Diritti delle Persone Appartenenti a Minoranze Nazionali o Etniche, Religiose o Linguistiche, adottata dalla Commissione sui diritti Umani delle Nazioni Unite con risoluzione 1992/16, il 21 febbraio 1992 e dall’Assemblea Generale con risoluzione 47/135 il 18 dicembre 1992 (Articoli 1, 2, 4); UNCEDDichiarazione sullo Sviluppo el’Ambiente, 3-14 giugno 1992 (Preambolo e Principio 22); Dichiarazione di Kari-Oca, sostenuta dall’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e dal Comitato Intertribale Memoria e Scienza Indigena, maggio 1992; ILO, Convenzione n. 169, relativa ai Popoli Indigeni in Paesi Indipendenti e adottata a Ginevra il 27 giugno 1989 (Articoli 28, 30); WCIP(Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni), Dichiarazione Solenne dei Popoli Indigeni, Port Alberni, ottobre 1975; Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione 2200A (XXI) il 16 dicembre 1966 (Articoli 1, 2, 14, 24, 26, 27), UNESCO, Convenzione contro la Discriminazione nell’Educazione, Parigi, 14 dicembre 1960. (Articoli 1, 2, 5).

 

RIFLESSIONI

Tutti gli obiettivi devono essere valutati e affrontati in maniera sequenziale; il lavoro dell’ERA Onlus, incentrato su i tre obiettivi sopra menzionati, si è svolto cercando di tenere presente queste forti correlazioni, visibili e invisibili, che hanno influenzato queste riflessioni e le proposte finali.

E’ utile ribadire lo stretto legame che intercorre tra ambiente naturale e ambiente culturale, sentito in particolare dai popoli indigeni che vedono nella terra un riferimento fondamentale e alla quale si sentono legati dal “sentimento di appartenenza”.

Il territorio non è solo un dispensatore di risorse valutabili con una misurazione espressamente quantitativa e rivolta al concetto di utilità (l’ambiente è utile per perseguire l’ideale della sostenibilità) ma è anche il contenitore di una varietà ecologica qualitativamente inimitabile, simbolicamente e conoscitivamente insostituibile.

La varietà intesa come ricchezza e la profondità delle radici della tradizione (epistemologica, cosmologica, “filosofica”) sono due elementi che accomunano l’ambiente naturale a quello culturale e linguistico.

La messa in pratica di una efficace educazione primaria universale e di una reale sostenibilità ambientale attraverso un rapporto neutrale ed ugualitario tra referenti, sono obiettivi intrinsecamente connessi.

Grazie alle pratiche tradizionali, il più delle volte esprimibili solamente attraverso gli idiomi locali, si riesce a mantenere una preservazione efficace dei luoghi di vita, della natura edell’ecosistema.

Pericolose sono le interferenze e la creolizzazione delle lingue indigene.

Difatti tale pratica, sempre più frequente, non consente di preservare a lungo modalità e conoscenze specifiche e indispensabili. La lingua dominante prevale su quella locale.

L’ assicurazione un’educazione primaria per tutti, fino almeno ai primi tre livelli della scuola primaria, è un obiettivo necessario anche nei contesti indigeni.

Con quale impostazione sono stati ideati e attuati i programmi di coinvolgimento dei bambini? I parametri individuati si avvicinano eccessivamente al modello “angloglobale”.

Le collettività indigene vedono nell’educazione un modo per uscire dalla povertà: è difficile che si domandino se quel modello educativo salvaguardi le loro culture e tradizioni. L’educazione è una via di uscita. Ma l’educazione universale rischia di portare all’alienazione delle realtà indigene e alla svalutazione dei valori locali piuttosto che al consolidamento dell’identità.

Quando sottolineiamo l’importanza di rispettare l’integrità culturale di tutti i partecipanti al programma di sviluppo ci riferiamo ad un tipo di insegnamento che contempli il bilinguismo (la seconda lingua è quella indigena) in realtà locali omogenee o composite; spesso però tale contemplazione rimane una delle tante informazioni che sostengono un modello educativo preimpostato, esaltante i valori del gruppo più numeroso a discapito di chi è “in minoranza”.

 

Nei documenti relativi agli Obiettivi del Millennio non viene chiarito se tra i fruitori di specifici programmi di sviluppo (classificati per macroinsiemi) vi siano i popoli indigeni.

 

In ambito educativo il principio dell’universalità si deve tradurre in principio di totale integrità dell’individuo che ha il diritto di riconoscersi come appartenente ad un gruppo specifico e non necessariamente come appartenente ad uno Stato. Nei primi anni di vita si acquisisce infatti quella che è definibile come “consapevolezza di ciò che siamo” e la scuola è uno dei luoghi di incontro e di apprendimento degli strumenti utili a questa finalità.

Il pericolo della discriminazione deve essere allontanato sin dall’infanzia. Sentirsi inferiori agli altri bambini induce ad un rifiuto delle proprie tradizioni familiari che, per quanto esaltate nel contesto privato, si scontrano negativamente con il sentimento di “diversità”. Le differenzedevono essere armonizzate e deve anche essere esaltato il valore e il potenziale che le tradizioni linguistiche locali hanno anche per coloro che non sono direttamente coinvolti come “comunità”.

La reazione più diffusa di fronte alla discriminazione è quella di sentirsi costretti, per vivere meglio, ad allinearsi con il nuovo modello di apprendimento che privilegia la lingua ufficiale di quel paese e affievolisce la percezione dell’utilità delle proprie tradizioni.

Nel momento in cui l’alfabetizzazione primaria crea delle solide fondamenta, allineate al concetto non tanto di globalizzazione quanto di vera e propria anglobalizzazione, attraverso l’apprendimento delle lingue dominanti, e soprattutto di quella dominante oggi in assoluto, nelle previsioni future sarà difficile pensare che una persona indigena, terminata l’università, abbia interesse a tornare nelle proprie terre ancestrali nelle quali non c’è futuro.

Spesso la risposta da parte dei governi nazionali alle frequenti richieste dei popoli indigeni di poter usufruire di una educazione interculturale bilingue è quella dell’impossibilità a causa di una mancanza di fondi2 ,giustificazione che non può essere assolutamente accolta.

 

PROPOSTE

Le proposte con le quali l’ERA Onlus intende contribuire sono sia metodologiche che propositive.

La Cooperazione italiana, beneficiando del ruolo che il nostro Paese avrà nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal gennaio 2007 ma anche dell’importante influenza che ha nel contesto europeo, potrebbe farsi portavoce di una operatività che esalti le attività decentrate, senza perdersi nel concetto di universalità delle politiche di sviluppo, che, nel caso di programmi concreti, rischiano di essere poste con un criterio che, coinvolgendo macroambienti (continenti o parti di essi), perda di vista l’essenzialità del localismo e della attività ramificata. Questa operosità è oggi lasciata soprattutto alle ONG e alle ONLUS; ciò potrebbe però condurre ad una valorizzazione, da parte delle istituzioni, dell’insieme delle politiche di sostegno a discapito delle conoscenze operative specifiche che invece devono essere direttamente supportate, in maniera cooperativa, dalle azioni governative.

Non esistono poveri di serie A e poveri di serie B. Esistono però popoli in condizione di indigenza che hanno bisogno di una maggiore tutela soprattutto in ambito culturale e che vada dunque oltre il soddisfacimento materiale. Non tutti coloro che soffrono discriminazioni e mancanze vivono il rapporto con la lingua e le tradizioni allo stesso modo.

La natura e i popoli indigeni compongono l’ambiente perchè la natura è dipendente da chi sa trattarla e preservarla. E’ chiaro dunque che, senza stilare classifiche e graduatorie relative all’importanza degli interventi, un maggiore rilievo dato alle collettività indigene e alla preservazione della loro funzionalità, dovrebbe essere considerato come focale nelle linee programamtiche generate dagli obiettivi. E questa considerazione dovrebbe essere anteposta nella logica degli interventi e nell’ influenza che i nostri rappresentanti hanno nei consessi internazionali.

L’esaltazione dell’aspetto culturale nell’ambito della formazione primaria deve essere riconosciuta come fondamentale dalla Cooperazione Italiana per ristabilire il rapporto tra ambiente e collettività indigene: spesso declassato e sottovalutato e fondamentale per rinforzare il rapporto partenariale che veda una collaborazione bidirezionale reale.

A tale scopo è utile ricordare che nella conferenza mondiale delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo, svoltasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992 e nella quale si parlò per la prima volta di “sviluppo sostenibile”, si fece riferimento ai popoli indigeni come ai “guardiani della Terra”3 : anche perciò il patrimonio culturale dei popoli indigeni si dimostra indispensabile!

Metodologicamentea) Il metodo tradizionale di alfabetizzazione è quello che si poggia sull’idea di “apprendimento” di concetti partendo dalla certezza che chi apprende non sappia. Noi invece crediamo che il modo in cui l’incontro scolastico debba avvenire è quello che si fonda su un metodo preciso, interpretabile da quello conosciuto come “metodo di alfabetizzazione di Paulo Freire”4.

Il presupposto è che nessuno educa nessuno e che l’educazione sia un atto collettivo e di scambievole solidarietà. Il ruolo cristallizzato dell’educatore onniscente logora l’aspetto della condivisione. Il nucleo dell’alfabetizzazione non è neutro: chi crea il tema attraverso la parola dirige il pensiero delle persone rischiando di guidarne la coscienza. Il ruolo dell’educatore è quello di ricercare sul campo le notizie più utili, sia fonetiche che tematiche, relative al luogo nel quale svolgerà il suo compito. Questa deve essere una fase essenziale e primaria della scelta della modalità. L’educatore, “portatore di un metodo” trova nella realtà sociale locale il senso che dovrà poi essere dato alla parola scritta che avrà il compito di tradurre un modo di agire senza permetterne la svalorizzazione. La ricerca dei vocaboli è una ricerca creativa di luoghi e tradizioni e deve essere posta in essere “con” e non “per” il popolo locale. Il dialogo di confronto è una scoperta collettiva della diversità insita nella vita condivisa. Il metodo è composto da varie fasi tutte rivolte alla democraticità del sistema educativo arrivando a pensarlo come “coscentizzato” da entrambe le parti.

Questi sono validi presupposti per la promozione di una tipologia di scuola nella quale si privilegi un confronto della diversità (interna o esterna alla classe) e nella quale si dia spazio in ugual modo alle due lingue scelte in quel contesto specifico. Il rapporto tra l’educatore e l’educato è neutrale. Imporre una metodologia non significa imporre linee generali comuni che non sono assolutamente applicabili tout court ma necessitano tematiche “generatrici di preservazione”. Ogni luogo ha i suoi temi e le sue parole riccorrenti nelle lingue locali che comunque differiscono anche nei suoni e nelle modalità di estrinsecazione; b) lezioni frontali che facciano emergere la natura comparativa dell’incontro tra culture, lingue e tradizioni locali e nazionali consentendo di risaltare una alfabetizzazione primaria che possa offrire gli strumenti per una successiva attività conoscitiva, senza rimanere un utile ma incompleto e temporalmente limitato progresso nelle politiche di sviluppo.

 

La scelta degli insegnanti deve essere selettiva ed attenta, ricadendo o su insegnanti madrelingua che, pur vissuti in un contesto nazionale, vantino e riconoscano la loro appartenenza al gruppo indigeno di riferimento in quei luoghi o su “educatori” sensibili alla questione della preservazione intellettuale, linguistica e culturale e attenti a perseguire una metodologia non coercitiva ma compenetrativa.

Operativamente: a) istituire una Commissione Italiana sui Popoli Indigeni, dal carattere chiaramente consultivo e che faccia direttamente riferimento al Ministero degli Esteri e in particolare agli uffici della Cooperazione allo Sviluppo è necessario affinché il governo si doti di un referente visibile in grado di sostenere e coordinare politiche adeguate alle collettività indigene.

Una Commissione composta da due o tre membri, specialisti in questioni indigene di differenti aree geografiche e a conoscenza, per attività di lavoro e ricerca, delle pratiche e delle attività di organismi internazionali (noi pensavamo a tre esperti-studiosi: Prof. Maurizio Gnerre, Prof. Dario Novellino, Prof. Sandro Triulzi).

Un approccio specialistico permetterà al nostro governo di agire in modo consapevole. La Commissione potrà infatti interagire in maniera completa e informata sia con i diretti interessati sia con le organizzazioni internazionali che si occupano specificatamente delle questioni indigene (il WGIP, Working Group on Indigenous Populations; l’UNPFII, United Nations Permanent Forum on Indigenous Issues; La SottoCommissione sulle Minoranze, l’UNPO, Unrepresented Nations and Peoples Organization) e tutte quelle organizzazioni non governative che, per conto dell’Italia, operano direttamente nelle zone interessate dalle problematiche trattate.

Un dialogo che possa vedere il governo italiano indipendente nella trattazione di tali questionirispetto alle grandi organizzazioni sovranazionali delle quali fa parte. Un organo dunque di consulenza diretta e di connessione, non dispersivo e soprattutto composto da persone selezionate e conosciute nell’ambito accademico sia per il loro lavoro attivo di indagine sul campo sia per la pubblicazione di importanti lavori teorici.

1Rapporto COBO (1987) Documento delle Nazioni Unite E/CN.4/SUB.2/1987

2Victoria Tauli-Corpuz, Membro del Forum Permanente delle Nazione Unite per i Popoli Indigeni.

3Principio 22Dichiarazione di Rio de Janeiro sull’Ambiente e lo Sviluppo (1992), “Le popolazioni indigene, le loro comunità e altre comunità locali hanno un ruolo vitale nella gestione dell’ambiente e nello sviluppo per le loro conoscenze e pratiche tradizionali. Gli Stati dovrebbero riconoscere ed offrire un sostegno alla loro identità, cultura ed interessi e rendere possibile la loro effettiva partecipazione nel raggiungimento dello sviluppo sostenibile”.

4Paulo Freire (1921-1997), pedagogo di fama internazionale, si pose il problema della discriminazione nell’educazione intravedendo in essa una pratica di dominazione intollerabile. Egli diceva infatti che “l’educazione deve essere la pratica della libertà”.

 




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