Equivoci linguistici

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La scarsa conoscenza degli italiani della lingua inglese porta a fare figuracce. Ma la colpa è di un sistema scolastico concepito male

Se invece di un pollo chiedo una cucina arrosto

di Luca Goldoni

“Sono una milanese trapiantata da dieci anni a New York – mi scrive per e-mail Evelina Malinverni – e con una stretta al cuore devo constatare il provincialismo di tanti politici italiani. Pochi di loro masticano un po’ di inglese e pochissimi lo parlano “fluently”, a differenza di altri stranieri”.

Rispondo che, pur non stravedendo per la nostra classe politica, stavolta ne azzardo una difesa d’ufficio. La colpa di questo inglese ruspante è in gran parte della scuola. Ignoro se in questi ultimissimi anni la musica è cambiata ma per decenni abbiamo studiato grammatica, sintassi, la ‘guerra delle due rose’, rinunciando alla prova regina: conversazione, magari con strafalcioni. E’ parlando e ascoltando che si imparano vocaboli e pronuncia (e non si confonde più ‘chicken’ con ‘kitchen’, ordinando al cameriere una cucina arrosto). Sarebbe come se nelle autoscuole si illustrassero alla lavagna frizione e freni e poi non si insegnasse a premere i relativi pedali per vedere l’effetto che fa.

Apro Internet dove c’è un dibattito: “I media sono inutilmente pieni di parole inglesi, ‘social card’, ‘exit strategy’, ‘bad news’, ecc., ma quando dallo scritto si passa all’orale è una rovina”. “La colpa è dei film, che non possiamo vedere in originale con i sottotitoli, mentre i giovani assimilano un po’ d’inglese dalle canzoni che non si possono doppiare”. “Fabio Capello con tutti i miliardi che piglia come allenatore della nazionale inglese non riesce a parlare con i giocatori”. “Gli italiani non parlano inglese? Ma se non sanno esprimersi neppure in italiano!”.

Personalmente ho frequentato il liceo classico dove mi hanno imbottito il cervello con le lingue morte e con una spolveratine di francese. Così ho studiato inglese dopo, ma non potendomi iscrivere a lezioni regolari perché il mio mestiere era troppo irregolare, mi arresi al corso in dischi, completato da libri e dizionario. Vissi momenti di sconforto scoprendo per esempio che ‘pound’ – oltre che libbra, sterlina, botta, martello – indicava pure prigione e recinto per bestiame smarrito, mentre ‘to pound’ – oltre a controllare peso di monete, polverizzare e strimpellare il pianoforte – significava pure saltare una siepe che altri cavalieri non riescono a superare. Ma poi mi convinsi che tutto ciò, anziché spingermi al suicidio, dimostrava che imparando bene il significato di dieci vocaboli avrei potuto tenere un discorso alla Camera dei Lord…

(Da La Nazione, 4/10/2009).

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