EQUATORE: L’IRRIDUCIBILE SHUAR

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EQUATORE: L’IRRIDUCIBILE SHUAR

Di Marcos Almeida

Gli Shuars (ex-Jivaros) dell’Amazzonia equatoriale difendono ed insegnano la loro lingua, principale vettore della loro identità culturale. Così preservano anche la loro autonomia.

Chi non ha sentito parlare degli Shuars, che si chiamavano un tempo gli Jivaros? Nei loro racconti, gli esploratori ed i primi missionari evocavano già il loro carattere indomabile ed il loro feroce individualismo. I mitici “riduttori di testa” non si sono mai lasciati conquistare. Questo popolo che viveva di caccia e di raccolta si è convertito all’allevamento ed alla cultura degli agrumi. Praticano anche le culture orticole tradizionali in zone molto interne della foresta Amazzonica. Tutti hanno scelto d’entrare nella modernità senza però rinunciare alla loro lingua e alla loro cultura.
I padri salesiani, venuti per evangelizzarli alla fine del XIX° secolo, sono stati testimoni delle ingiustizie quotidiane subite dagli Shuar. I discendenti dei coloni hanno sequestrato le loro terre e moltiplicato i crudeli trattamenti nei loro confronti. Ma i religiosi sono stati sensibili alla volontà degli Shuar di rinforzare la loro propria coesione allo scopo di affrontare meglio le sfide contemporanee. Nel 1964, hanno sostenuto la creazione d’una federazione delle comunità Shuar, affinché queste riprendano in mano il loro destino. Prima organizzazione autonoma di questo tipo in America Latina, ha lanciato il movimento indigeno equatoriale che ha fatto irruzione nel paesaggio politico nazionale nel corso degli anni ’90. Nell’ Equatore, la Federazione funziona come uno Stato nello Stato e prende in carica la ripartizione delle terre, la gestione dell’educazione e dei servizi sanitari.

Bilinguismo ufficiale


La costituzione del sistema educativo radiofonico biculturale Shuar (SERBISH) ha ampiamente favorito questa autonomia. La Federazione copre in effetti una zona di difficile d’accesso dove le foreste impenetrabili si alternano alle cime inaccessibili. Il programma educativo radiofonico in Shuar e in Spagnolo è stato lanciato nel 1968 e si è esteso nel 1972. E’ divenuto il sostegno essenziale delle nuove scuole bilingui.
Il sistema educativo biculturale degli Shuar ha due grandi obiettivi: insegnare lo Spagnolo per meglio rivendicare una eguaglianza tra tutti i cittadini equatoriali e fare dello Shuar una lingua moderna per meglio preservare l’identità dei suoi parlatori. Fin dall’inizio, le famiglie Shuar si sono mostrate entusiaste: i loro figli avrebbero potuto sfuggire agli internati austeri dei padri salesiani e a una rottura brutale con la loro cultura ed il loro ambiente d’origine. Non avrebbero avuto più vergogna della loro madrelingua, essendo il bilinguismo ufficialmente in vigore nel nuovo sistema.
Il SERBISH contava 33 gruppi scolastici il primo anno e 120 due anni dopo. Oggi, copre quattro province dell’Ovest dell’Equatore con 297 stabilimenti, delle scuole elementari fino al liceo, e quasi 7 500 alunni (gli Shuar sono circa 70 000).

Lottare per la differenza


Il ministero dell’Educazione equatoriale ha firmato più accordi che legalizzano il lavoro degli “ausiliari a distanza”. Sono degli insegnanti Shuar pagati dallo Stato o dei volontari che ricevono un’indennità. Questi ultimi inquadrano i figli durante la diffusione dei programmi didattici, mentre l’insegnante si occupa di altri alunni. Il sistema si fonda su due livelli d’insegnamento. Il programma nazionale in Spagna prepara agli esami ufficiali. Si aggiungono dei corsi di lingua e di civilizzazione Shuar.
In principio, i contenuti pedagogici erano quelli dei programmi nazionali con in più l’impronta religiosa dei padri salesiani. Oggi, si accorda più spazio ad alcuni aspetti della cosmogonia tradizionale Shuar. Si studiano i miti, la botanica e la zoologia locali e le tecniche artigianali ancestrali. Parallelamente, il SERBISH prepara ai baccalaureat d’educazione interculturale bilingue (EIB) e di biochimica. Dal 1999, propone anche un bac agricolo e veterinario, che sensibilizza gli alunni alla gestione ragionata delle risorse naturali.
Gli Shuar sono fieri d’essere dei pionieri, al livello nazionale e internazionale, e non si disarmano di fronte alle enormi difficoltà dell’Equatore. Il Paese crolla sotto il peso del suo debito esterno, attraversa una terribile crisi finanziaria e rischia una dollarizzazione dell’economia che aggraverebbe la sorte degli strati più poveri della popolazione.
Gli equipaggiamenti radiofonici della federazione Shuar non sono stati cambiati dagli anni ’60 e la loro qualità di ricezione non è molto buona in zone isolate. Nel 1999, sono scaduti alcuni accordi con delle istituzioni straniere, come la GTZ di Germania, che permettevano di supplire alle magre sovvenzioni ministeriali.
Molti professori, che non guadagnano più di 40 dollari al mese, non possono più recarsi in alcuni villaggi, accessibili unicamente con l’aereo. Fatto che però non impedisce agli Shuar, confidando nella forza della loro organizzazione, di pensare al lancio un canale televisivo educativo. Molti di loro sono mobilitati da questo progetto, ricercando attivamente un aiuto tecnico e finanziario straniero. Non sono ancora riusciti, attraverso le loro proprie iniziative, a riportare il tasso di analfabetismo al 2% e quello dell’analfabetismo di ritorno al 7% tra di loro? “Credetemi, sapremo batterci per i nostri diritti all’educazione”, assicura con superbia Guillermo Sensu, direttore della filiare EIB della provincia di Morona-Santiago.
Nell’Equatore, dove il 30% della popolazione parla una o più lingue dialettali, si è dovuto aspettare la nuova Costituzione del 1998 perché sia ufficialmente riconosciuto “l’uso del Quetchua, dello Shuar e degli altri idiomi ancestrali per i popoli indigeni”. La politica linguistica degli Shuar è totalmente atipica poiché si è costruita indipendentemente dallo Stato, sottolinea il socio-linguista Francese Louis-Jean Calvet. Ai suoi occhi, “questa politica elaborata e instaurata da una minoranza, riveste un carattere esemplare poiché dimostra che gli imperialismi linguistici che s’impongono lentamente attraverso il mondo non sono una fatalità”. Prova, conclude, che “è ancora possibile lottare per la differenza in un universo che tende ad uniformarsi”.

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