Economia. L’Italia in svendita al miglior offerente mentre i fratellastri europei si leccano i baffi.

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Italia Vendesi

Nota di Giorgio Pagano, Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto

Con buona pace della retorica europeista che continua a parlare di necessaria integrazione politica, rimandandola sempre alle calende greche in attesa del raggiungimento di qualche fantasiosa precondizione economica, ciò a cui assistiamo nel nostro paese ricorda purtroppo ben altro capitolo della nostra storia, quello dell’asservimento alle potenze straniere, della incapacita’ degli imprenditori italiani di crescere in Italia e all’estero, della depredazione della ricchezza e dell’originalità italiane.
I fatti parlano chiaro. La Coldiretti denuncia che con la vendita di Pernigotti sale ad oltre 10 miliardi il valore dei marchi storici dell’agroalimentare italiano passati in mani straniere dall’inizio della crisi che ha favorito una escalation nelle operazioni di acquisizione del Made in Italy agroalimentare. Coincidenza quasi tragica è che proprio nei giorni scorsi si sia parlato dell’Expo di Milano del 2015, anche dalla sede governativa, come volàno dell’industria agroalimentare italiana. Con queste premesse viene da chiedersi come sarà possibile. D’altra parte, nel suo ultimo intervento domenicale su Il Sole 24 Ore, Roberto Napolitano evidenziava come il settore sia ormai problematicamente col fiato corto anche nelle regioni in cui tradizionalmente prosperava, riuscendo a vincere anche la crisi seguita al 2008. Purtroppo oggi non è più così e fra industrie del settore che languono e altre che vendono è facile rendersi conto dello smantellamento del sistema delle eccellenze italiane in atto.
Che pasticceria Cova e Loro Piana (insieme a Bulgari, Fendi, Pucci, Gucci, Brioni e Pomellato) siano in mano francese e Pernigotti sia appena stato ceduto ai Toksoz di Istanbul dimostra almeno una cosa: il nostro paese, fiaccato da decenni di partitocrazia e da mancanza di riformismo, non ha la minima idea di come attuare un vero programma di internazionalizzazione. Come l’ERA denuncia da sempre, e come questi ultimi fatti certificano, la tradizione italiana e il valore dei suoi marchi portano vantaggi incalcolabili, altrimenti non ci sarebbe una guerra continua per conquistarseli. Ma questa enorme potenzialità, che è strettamente connessa alla lingua e alla cultura italiane, è sempre più negata dai burocrati e dai collaborazionisti nostrani, che continuano a chiedere la licenza di uccidere quella lingua e quella cultura per scambiarla con la scadente cultura americana e con la (almeno per noi) ancora più inservibile lingua inglese. A questi signori però, indegni di questo nome, sfugge che nel frattempo Francia, Germania, Turchia e Cina (solo per citarne alcune) non hanno i nostri assurdi complessi e si buttano a capofitto sul “made in Italy”, che varrebbe tanto di più se avessimo quel poco di orgoglio e di buon senso da chiamare “Fatto in Italia”. Per loro, evidentemente, modelli americani di business e uso della lingua inglese sono solo fattori da poter impiegare qualora pensino di intravederne un vantaggio, ma quando vogliono la qualità la cercano in Italia.
Essere colonizzati dai nostri fratelli europei e svendere il nostro sapere al miglior offerente non è davvero un buon modo di costruire il federalismo europeo.




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