E ora le tre E

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PROVOCAZIONI Una rivista propone un’alternativa alle «tre I» della Moratti

La sinistra scolastica adesso lancia le «tre E»

DA BOCCIARE. Oltre all’Inglese, ci sono Internet e l’Impresa

di Paolo Di Stefano

Indietro tutta. Dalle tre I della Moratti si passa alle tre E del governo di sinistra. Almeno questo è l’auspicio del mensile «Giudizio Universale», la rivista che recensisce tutto, diretta da Remo Bassetti e che conta tra i suoi collaboratori ricorrenti critici e scrittori come Michele Serra, Massimo Fini, Giulio Ferroni, Roberto Alajmo, Marco Travaglio, Giampaolo Rugarli. La copertina del numero ventisei, che sarà in edicola questa settimana, lancia la sfida del ritorno ai valori antichi in opposizione agli slogan modernizzanti rivendicati a suo tempo dal centro-destra. Il dossier d’apertura si divide infatti in due sezioni: una pars destruens che fa un bilancio impietoso della triplice I berlusconiana e dei suoi risultati; una pars construens che propone tre parole-chiave alternative che sulle prime hanno un sapore quasi deamicisiano: Etica, Educazione, Emozione. La prima stroncatura è affidata allo stesso Bassetti: che cosa ne è stato del buon progetto morattiano di promuovere Internet? Nulla, o quasi. Non bisogna farsi ingannare dai numeri. I computer ci sono, è vero, nelle scuole italiane, ma per lo più vengono utilizzati per usi amministrativi e non didattici. La tecnologia che funziona davvero, funziona «contro la scuola»: cellulari, playstation e altri videogiochi, videocamere che immortalano episodi di bullismo magari destinati a YouTube. La I di Impresa (ne parla Dario De Marco) è stata in parte realizzata (l’autonomia scolastica, l’offerta formativa, eccetera), ma purtroppo l’impresa-scuola continua a pagare da miserabili i suoi dipendenti, e cioè gli insegnanti. La I di Inglese si è ritorta, secondo Arrigo Roveda, contro la scuola pubblica, spingendo molte famiglie a iscrivere i figli in istituti basati su un modello culturale anglosassone che relega in secondo piano la lingua italiana e predilige la specializzazione alla cultura generale. Il repertorio delle scuole internazionali non parificate la dice lunga in tal senso. E passiamo alle tre E. Etica significa aiutare i più deboli. Giulia Stok si sofferma sulla funzione degli insegnanti di sostegno per studenti disabili, il cui ruolo venne sancito ufficialmente trent’anni fa ma che ancora oggi, tra intoppi burocratici e problemi di coordinamento, è affidato più alla buona volontà individuale che a una vera e propria strategia educativa. Educazione è intesa come sinonimo di disciplina. Buona educazione. Se ne occupa Giampaolo Fissore, il quale rievoca i precetti di don Milani sul rapporto tra insegnanti e genitori. Se quarant’anni fa il prete di Barbiana doveva invitare i familiari a non essere troppo remissivi di fronte all’istituzione, oggi padri e madri tendono a difendere a priori le prepotenze dei figli, ignorando che la convivenza sociale si fonda sul rispetto delle regole e rendendo sterile ogni misura contro la maleducazione o peggio. L’ultima E coincide con

l’Emozione. E a questo proposito Stefania Stecca rivendica la capacità di «ascoltare i sentimenti» degli studenti appellandosi a Goleman e ai metodi della «psicologia umanistica» americana centrata sulla pratica del cosiddetto «circle-time». Basterà l’utopia un po’ provocatoria e un po’ ingenua delle tre E, contro le misure pragmatiche delle tre I, a migliorare davvero la scuola italiana? Leggendo l’intervento di Antonio Scurati, che alla scuola ha dedicato il suo romanzo più famoso, Il sopravvissuto, il «cosmo tragico» in cui si trovano (loro malgrado) a convivere insegnanti e allievi non sembra tanto facilmente redimibile. «Universo imploso», «sistema in via di disfacimento», la scuola propone quotidianamente un corpo a corpo tra vecchie e nuove generazioni che «sembrano crescere lungo linee evolutive differenti». Da una parte ci sono individui, gli insegnanti, in preda a un «umore apocalittico», a sentimenti di fallimento e di angoscia, «eredi al trono defenestrati da un’usurpazione alla vigilia del giorno tanto atteso». Defenestrati da chi? Da adolescenti che appaiono loro come alieni minacciosi, ma che in realtà si propongono come modelli da imitare per sentirsi à la page, essendo eletti a «categoria sociologica di primaria importanza nella società dei consumi e dello spettacolo». Ecco dunque la «crepa tragica»: «abbiamo rinunciato alla pedagogia (…). Dopo millenni, abbiamo smesso di credere all’idea che l’adulto possa e debba educare il giovane».

(Dal Corriere della Sera, 2/9/2007).

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