E l’Italiano rimane sempre più fuori della porta

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La polemica

All’incontro di Lisbona solo cinque lingue tra cui lo sloveno

La Ue non traduce in italiano e Mastella diserta il vertice

di Andrea Bonanni

Inglese, francese, tedesco, portoghese e sloveno. I ministri dell’Interno e della Giustizia che si sono ritrovati ieri a Lisbona per un consiglio informale sotto presidenza portoghese, nel corso della colazione di lavoro avevano la scelta fra queste cinque lingue per ascoltare gli interventi o per esprimere la propria opinione.

Il ministro della Giustizia Clemente Mastella aveva fatto conoscere in via ufficiosa alle riunioni preparatorie del Consiglio il proprio disappunto. Poi, all’ultimo minuto ha deciso di non andare a Lisbona. Ufficialmente perché “trattenuto a Roma per un dibattito in Senato”. In realtà, spiega a “Repubblica”, “benché mastichi un po’ di francese ho voluto rispettare la direttiva della presidenza del Consiglio dell’ottobre scorso, che impegna tutti i membri del governo a tutelare la parità linguistica dell’italiano. Il ministro Amato che parla correntemente sia l’inglese che il francese, è invece arrivato all’incontro senza contrattempi e senza considerarsi vincolato dalla direttiva della presidenza del Consiglio.

Anche se ha voluto evitare un incidente diplomatico, il disappunto di Mastella appare giustificato. In occasione delle riunioni informali dei ministri, infatti, è proprio durante il pranzo che, solitamente, si affrontano in modo esplicito gli argomenti più delicati e controversi.

D’altra parte, la scelta delle lingue da parte della presidenza portoghese appare difficilmente contestabile. Con 23 idiomi ufficiali, una colazione informale perderebbe il necessario carattere di spontaneità e immediatezza se venisse tradotta dall’esercito di interpreti che assedia le sessioni di lavoro ordinarie. I portoghesi hanno inserito, oltre al francese e all’inglese che sono le lingue ufficiali della Ue, anche quelle di Germania, Portogallo e Slovenia: la troika delle presidenze passata, attuale e futura dell’Unione. Italiano, spagnolo e polacco sono rimasti fuori dalla porta. Se Mastella ha ragione e se i portoghesi non hanno torto, resta il fatto che l’Italia, non essendo riuscita ad imporre la propria lingua tra quelle veicolari dell’Unione, ha di fatto mancato nella persona del suo ministro della Giustizia un appuntamento che si presume fosse importante.

Il problema, evidentemente, non è solo italiano. I tedeschi l’ hanno risolto riuscendo ad imporre l’uso della loro lingua, che è peraltro la più parlata in Europa, in tutte le occasioni (anche se in questa particolare circostanza c’era una giustificazione formale a loro favore). Altri Paesi hanno accettato la situazione senza troppi drammi, visto che comunque i loro ministri sono generalmente in grado di esprimersi speditamente almeno in inglese.

L’Italia sembra aver scelto la strada peggiore. Da una parte continua infatti ad ostinarsi in una battaglia, che non riesce e non riuscirà a vincere, per imporre la pari dignità dell’italiano.

Dall’altra si trova spesso in una condizione di inferiorità perché il suo personale politico (e in molti casi anche quello burocratico a livello di alti funzionari) ha una precaria conoscenza delle lingue straniere. Il risultato di questo approccio malaccorto ci penalizza doppiamente.

Resta da dire che, anche qualora riuscissimo ad imporre la presenza di una cabina di traduzione italiana a tutte le traduzioni di qualsiasi livello, la buona padronanza personale di una lingua veicolare, e in particolare dell’inglese, resta fondamentale in quelle riunioni in cui ministri e altri funzionari, si parlano a quattr’occhi, senza la presenza di orecchie indiscrete. E queste sono spesso, che ci piaccia o no, le occasioni in cui maturano le decisioni più importanti.

(Da La Repubblica, 2/10/2007).

Questo messaggio è stato modificato da: Daniela_Giglioli, 10 Ott 2007 – 18:51 [addsig]




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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All’incontro di Lisbona solo cinque lingue tra cui lo sloveno<br /><br />
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Inglese, francese, tedesco, portoghese e sloveno. I ministri dell’Interno e della Giustizia che si sono ritrovati ieri a Lisbona per un consiglio informale sotto presidenza portoghese, nel corso della colazione di lavoro avevano la scelta fra queste cinque lingue per ascoltare gli interventi o per esprimere la propria opinione.<br /><br />
Il ministro della Giustizia Clemente Mastella aveva fatto conoscere in via ufficiosa alle riunioni preparatorie del Consiglio il proprio disappunto. Poi, all’ultimo minuto ha deciso di non andare a Lisbona. Ufficialmente perché “trattenuto a Roma per un dibattito in Senato”. In realtà, spiega a “Repubblica”, “benché mastichi un po’ di francese ho voluto rispettare la direttiva della presidenza del Consiglio dell’ottobre scorso, che impegna tutti i membri del governo a tutelare la parità linguistica dell’italiano. Il ministro Amato che parla correntemente sia l’inglese che il francese, è invece arrivato all’incontro senza contrattempi e senza considerarsi vincolato dalla direttiva della presidenza del Consiglio.<br /><br />
Anche se ha voluto evitare un incidente diplomatico, il disappunto di Mastella appare giustificato. In occasione delle riunioni informali dei ministri, infatti, è proprio durante il pranzo che, solitamente, si affrontano in modo esplicito gli argomenti più delicati e controversi.<br /><br />
D’altra parte, la scelta delle lingue da parte della presidenza portoghese appare difficilmente contestabile. Con 23 idiomi ufficiali, una colazione informale perderebbe il necessario carattere di spontaneità e immediatezza se venisse tradotta dall’esercito di interpreti che assedia le sessioni di lavoro ordinarie. I portoghesi hanno inserito, oltre al francese e all’inglese che sono le lingue ufficiali della Ue, anche quelle di Germania, Portogallo e Slovenia: la troika delle presidenze passata, attuale e futura dell’Unione. Italiano, spagnolo e polacco sono rimasti fuori dalla porta. Se Mastella ha ragione e se i portoghesi non hanno torto, resta il fatto che l’Italia, non essendo riuscita ad imporre la propria lingua tra quelle veicolari dell’Unione, ha di fatto mancato nella persona del suo ministro della Giustizia un appuntamento che si presume fosse importante.<br /><br />
Il problema, evidentemente, non è solo italiano. I tedeschi l’ hanno risolto riuscendo ad imporre l’uso della loro lingua, che è peraltro la più parlata in Europa, in tutte le occasioni (anche se in questa particolare circostanza c’era una giustificazione formale a loro favore). Altri Paesi hanno accettato la situazione senza troppi drammi, visto che comunque i loro ministri sono generalmente in grado di esprimersi speditamente almeno in inglese. <br /><br />
L’Italia sembra aver scelto la strada peggiore. Da una parte continua infatti ad ostinarsi in una battaglia, che non riesce e non riuscirà a vincere, per imporre la pari dignità dell’italiano.<br /><br />
Dall’altra si trova spesso in una condizione di inferiorità perché il suo personale politico (e in molti casi anche quello burocratico a livello di alti funzionari) ha una precaria conoscenza delle lingue straniere. Il risultato di questo approccio malaccorto ci penalizza doppiamente.<br /><br />
Resta da dire che, anche qualora riuscissimo ad imporre la presenza di una cabina di traduzione italiana a tutte le traduzioni di qualsiasi livello, la buona padronanza personale di una lingua veicolare, e in particolare dell’inglese, resta fondamentale in quelle riunioni in cui ministri e altri funzionari, si parlano a quattr’occhi, senza la presenza di orecchie indiscrete. E queste sono spesso, che ci piaccia o no, le occasioni in cui maturano le decisioni più importanti.<br /><br />
(Da La Repubblica, 2/10/2007).<br /><br />
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