E L’EURO CAMBIO’ L’EUROPA

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E L'EURO CAMBIO' L'EUROPA

Il mio impegno per la moneta unica nasceva da alcune ferme convinzioni: che le due guerre mondiali ci aves-sero lasciato in eredita il compito di ricondurre la sovranita degli Stati nazionali europei entro un ordinamento comune legalmente costituito; che il raggiungimento di questo ordine richiedesse istituzioni capaci di individuare e risolvere i problemi comuni; che un mercato unico dovesse essere accompagnato da un' unione monetaria. entrambi sorretti da solide fondamenta istituzionali. Per circostanze abbastanza eccezionali, queste idee, frutto di una secolare tradizione di pensiero economico e politico, produssero un risultato del tutto nuovo: il trasferimento del potere di emettere moneta dallo Stato nazionale a un'entita – l'Unione europea che, pur essendo uno «Stato in formazione» , era certamente priva di alcune prerogative fondamentali degli Stati moderni.Nell'ottobre 1993 il Trattato di Maastricht superava finalmente l'ostacolo della ratifica, proprio mentre il Sistema monetario europeo (Sme) e l'accordo europeo di cambio, dopo quattordici anni di vita, sembravano concludere la loro avventura: l'allargamento dei margini di fluttuazione dal 2,25 al 15 per cento pareva davvero segnare la fine di ogni disciplina del cambio tra le monete europee. Molti furono sorpresi che l'ambizioso programma di una moneta unica venisse ratificato proprio quando finiva lo Sme.In realta, e questo e forse il principale argomento svolto lungo i capitoli del volume, era pura utopia considerare come indefinitamente sostenibile un regime di cambio (fisso ma aggiustabile) come lo Sme; l'unica soluzione praticabile era proprio l'introduzione di una moneta unica.La situazione di fine 1993 (fine dello Sme e ratifica del Trattato di Maastri-cht) non era dunque per nulla in contraddizione con la linea di pensiero che aveva ispirato tutti i miei scritti di un decennio. Eppure, nel gennaio 1994 ero io stesso pessimista sulla prospettiva di attuazione del Trattato, e dunque sull'effettiva istituzione della moneta unica.Da un punto di vista analitico, il libro si basava su una logica di fondo che la dottrina e la storia economica ben conoscono e sulla quale pochi dissentono: essa si esprime con laproposizione che libertà commerciale, piena mobilita dei capitali, cambi fissi e autonomia delle politiche monetarie non possono a lungo coesistere, costituiscono un «quartetto inconciliabile». Dalla contraddizione si esce trasformando il quarto elemento in unione monetaria oppure erodendo, in varia misura, i primi tre termini.Negli anni Ottanta e Novanta il teorema del quartetto inconciliabile aveva ricevuto scarsa attenzione da parte del mondo accademico e del dibattito politico. Perché gli animi cambiassero bisognava attendere che le crisi finanziarie della fine degli anni Novanta, innescate dall'interazione tra un'ampia mobilita di capitali e i cambi fissi ma aggiustabili (currency pegs) illustrassero drammaticamente questa in-conciliabilita. E da notare, en passant, che neppure oggi il microcosmo europeo sembra catturare l'attenzione degli economisti, tanto concentrati sul macrocosmo delle relazioni mondiali. Ma la tesi oggi in voga che, in un ambiente di mobilita dei capitali, solo i regimi di cambio estremi funzionano(only corner solutionswork), e che percio i paesi debbono scegliere tra fluttuazione del cambio e abbandono completo della sovranita monetaria, e una diretta applicazione del teorema del quartetto inconciliabile.Alla fine del 1993 l'Europa sembrava dunque affetta da schizofrenia. Ratificando il Trattato e indebolendo l'accordo di cambio, essa sembrava aver compiuto scelte divergenti. Anche per questo, la mia analisi, condotta per quello che e l'attuale capitolo XII (»Dopo la tempesta», ndr), era abbastanza pessimistica circa la prospettiva di un'effettiva attuazione del Trattato. Come nell' agosto 1971 il sistema mondiale dei cambi fissi basato sul dollaro era crollato sotto la pressione della mobilita dei capitali, ed era fallito ogni tentativo di ripristinarlo, cosi nel 1993 il sistema di cambi basato sul marco tedesco sem-brava irrimediabilmente superato. L'Europa sembrava ormai veleggiare verso il regime estremo ««fluttuante»», piuttosto che in direzione di quello «rigidamente fisso» deciso a Maastricht.La mia conclusione nel 1993 era che l'unione monetaria sarebbe diventata realta solo a patto che i due fondamentali fattori che avevano condotto a stipulare il Trattato di Maastricht continuassero a operare, ovvero quello economico, che spingeva a risolvere la contraddizione tra gli elementi del quartetto inconciliabile; e quello politico, che spingeva a creare una ride of law al di sopra degli Stati per assicurare la pace tra essi e per governare i problemi che li trascendono singolarmente. Il secondo di questi due fattori sarà decisivo. Se negli anni Ottanta una contraddizione economica e stata motore dell'integrazione europea, negli anni Novanta il motore sarà probabilmente una contraddi-zione politicoistituzionale.Invece i13 maggio 1998 i capi di Stato e di governo degli Stati membri dell' Unione europea presero le ultime decisioni politiche necessarie a compiere il passo decisivo in direzione della moneta unica: la creazione della Banca centrale europea; la nomina del suo presi-dente e del Comitato esecutivo; la scel-ta dei Paesi che sarebbero entrati subi-to nell'area dell'euro; l'annuncio dei tassi di conversione definitivi tra le monete che venivano sostituite dall'euro. Il 1° giugno 1998 fu istituita la Bancazentrale europea e il giorno successivo fu convocata la prima riunione del suo Comitato esecutivo. In meno di quattro anni e mezzo l'Europa mosse dall'estremo «fluttuante» a quello «fisso». Tra il 1992 e il 1993,

CORRIERE DELLA SERA P.1

13.04.2004
di Tommaso Padoa Schioppa

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