«E’ la politica europea che viene sempre più sfiduciata»

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«E’ la politica europea che viene sempre più sfiduciata»

Dall’incontro italo-tedesco organizzato dal movimento europeo allarme e forti divergenze

di PAOLO SOLDINI

Ci sono coincidenze provvidenziali. L’incontro italo-tedesco organizzato dal Consiglio italiano del movimento europeo sul futuro dell’Unione che si è tenuto ieri al Quirinale era stato programmato per il novembre scorso.
Per varie ragioni è scivolato fino all’indomani delle elezioni italiane e si può dire che il ritardo ha finito per renderlo attualissimo, come ha sottolineato il presidente del Cime Pier Virgilio Dastoli.
L’esito del voto italiano è, infatti, la prova provata del fatto che l’Europa così com’è non funziona. Gli elettori hanno fatto suonare un campanello d’allarme che riguarda tutti i paesi dell’Unione, come ha detto Paolo Guerrieri, docente di economia appena eletto al Senato: è espressione della frustrazione nei confronti d’una politica europea che chiaramente non è in grado di risolvere i problemi economici
e anzi li aggrava. Emma Bonino incalza: «Per ora siamo alla ribellione, ma fra un anno, se non si cambia, nelle urne delle elezioni europee potremmo trovare un voto antieuropeo davvero distruttivo».
Jo Leinen, europarlamentare socialista e presidente del Movimento europeo internazionale, spiega perché: «Non c’è una crisi finanziaria, c’è una crisi politica. Quella che sta emergendo è una spaventosa crisi di fiducia nella politica europea».

LE DIFFERENZE

Se non si cambia. Certo, ma come? Qui finisce l’unanimità dei giudizi e cominciano le differenze. E si coglie l’esistenza di un confine che attraversa idealmente la bella sala dell’Archivio storico in cui si tiene la riunione a porte chiuse. Gli italiani, politici, esponenti federalisti, economisti, imprenditori, professori, sono praticamente tutti d’accordo: la politica dell’austerità di bilancio senza se e senza ma è un disastro. Ha diviso l’Europa tra paesi in recessione e paesi in stagnazione (i più fortunati).
Non si parla di crescita e neppure di prospettive di ripresa. Inoltre, la governance attuale dell’Unione è del tutto inadeguata, come sottolinea Giuliano Amato in una sottile disanima delle differenze tra la Commissione e il Consiglio europeo che è oggi, di fatto, il «governo» dell’Unione. Di qui l’esigenza, sostenuta da molti, di far eleggere il prossimo presidente della Commissione direttamente dai
cittadini europei, in modo che abbia una piena legittimità politica.
Ma il problema che sussume tutti gli altri è quello della legittimità democratica delle scelte di politica economica che vengono prese dalle istituzioni di Bruxelles e dai governi. Il Parlamento europeo non è abbastanza forte, nonostante abbia fatto molto e possa molto ancora fare, come sottolineano i deputati Roberto Gualtieri ed Elmar Brok, e i parlamenti nazionali sono spesso esautorati dai governi. La Grande Protesta che è uscita dalle urne italiane ha anche, certamente, il segno della rivolta contro «quelli che decidono lassù a Bruxelles».

IL FRONTE TEDESCO

Sul fronte tedesco questa interpretazione viene condivisa solo in parte e non da tutti. Eppure è stato proprio in Germania che la questione della legittimità democratica delle scelte in fatto di strategia anticrisi è stata posta con più forza, con una serie di sentenze della Corte costituzionale. Ma una parte dei parlamentari, in genere (ma non tutti) quelli provenienti dalle file del centrodestra rifiuta ogni critica all’austerità praticata, e imposta, dalla Germania. Non solo la condivisione del debito, ma anche un allentamento delle rigidità del Fiskalpakt sarebbero sbagliate e comunque «politicamente impraticabili», come dice Manfred Kolbe, parlamentare dell’ala meno europeista della Cdu con un chiaro riferimento alle elezioni tedesche ormai vicine. Non ci sono soldi.
Eppure il professor Majocchi dell’Università di Pavia snocciola le cifre che potrebbero essere impiegate
in investimenti e non sono briciole, a cominciare dai proventi della tassa sulle transazioni, ai depositi della Bei, a quote del bilancio comunitario.
Quanto basterebbe per creare un fondo sociale che Walter Cerfeda, vicepresidente della Fondazione Trentin, vede come uno strumento per contrastare tremende difficoltà economiche che rischiano di sfociare in tensioni ingovernabili.
(Da L’Unità, 3/3/2013).




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