E’ la parola che ci tiene in vita

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Forza ragazzi, cercate i libri E’ la parola che ci tiene in vita

di Sergio Zavoli

… Vien fatto di pensare che soltanto un’ottantina d’anni fa, trovando insufficiente la normale punteggiatura, il poeta Paul Valéry proponeva di sostituirla con avvertenze simili a quelle degli spartiti musicali, cioè tanti cenni che suggerissero ritmi, pause, contrazioni e risonanze capaci di conferire ai testi tonalità narrative più attraenti. Auspicava, insomma, un di più di scrittura prima che Roland Barthes ne decretasse il “grado zero”. Con l’arrivo della tv sono via via saltate non solo le virgole, ma anche le distinzioni fra alta o bassa cultura: era nata la cultura massificante, la cultura come “modo di vivere”; frutto di una concreta, strumentale rifondazione dei significati. Il sociologo Jean Baudrillard, studioso dei cosiddetti “comportamenti collettivi” annunciò: “Cultura, presto, diventerà un termine osceno”, quasi pensasse ai tanti ragazzi che ogni giorno abbandoniamo al rifiuto di qualunque interesse per un sapere che costi qualcosa… Chiedete ai giovani che cosa imparano, oggi, che serva in concreto ad affinare il senso dell’armonia, a capirne la qualità, a governare l’ordine dei pensieri e del racconto, ad accrescere il patrimonio lessicale e linguistico, insomma ad acuire la percezione della bellezza. Che cosa possono voler leggere per loro scelta, a parte qualche libricino, se il fraseggio anche più elementare non è stato coltivato, se l’esercizio a voler sapere – per connettere, allargare, distinguere le conoscenze, cioè a esercitare lo spirito critico – è pressoché inerte? Può davvero sorprendere che tanti ragazzi abbiano accettato di esprimersi con un linguaggio nel quale si rispecchiano soprattutto pigrizia, futilità e conformismo? Non è stata anche una dilagante sfiducia, e persino una rabbia, a generare contro gli abusi della parola, per reazione, un gergo che familiarizzato dall’uso è diventato una nuova normalità? Ed ecco la parola assumere quantomeno l’incertezza delle cose ricreate artificialmente, e crescere il gusto di sfigurarla trasformandola in segni e suoni cifrati, ideogrammi e linguaggi criptici, salvando solo quelle che servono a dire il reale e l’indispensabile, il concreto e l’intraducibile. C’è bisogno dei libri, dicono i più ribaldi, per chiamare le cose? Patroni Griffi scrisse: “Inviti a esprimere di fronte al mare ciò che suscita in loro, mentre un cinquantenne è assalito dalle immagini di Omero, di Conrad, di Salgari, di Melville, di Hemingway, sanno dire soltanto zozzo”.
In preda a un incubo immagino che un giorno, così andando le cose, si potrebbe vedere un fiore, un albero, un animale, ma anche il sole e la luna, il mare e l’erba, e non sapere come chiamarli, in balia soltanto di accenni convenzionali, vaghi e spaesati. E intanto – prosegue l’incubo – un’umanità attonita perché non c’è più bisogno di chiamare le cose con il loro nome!
Ma non andrà così, e allora forza ragazzi: è la parola che ci tiene in vita. Cercatela, ovunque, a cominciare dai libri. Ogni nuova parola vi spiegherà meglio il mondo…
(Da La Nazione, 12/7/2010).




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