È il momento dell’Europa federale

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È il momento dell’Europa federale

Di Marta Dassù, Viceministro agli Affari esteri

Caro direttore, le dichiarazioni di François Hollande sul tema dell’Unione Politica – più di una, nell’ultima settimana – hanno avuto un’accoglienza «mista». Alcuni vi hanno visto un modo per sparigliare le carte a livello europeo. Altri le hanno derubricate come una «mossa del cavallo» ispirata da considerazioni di politica interna.
In fin dei conti, è irrilevante che abbiano ragione gli uni o gli altri. In politica, a differenza che nel diritto, le motivazioni più o meno recondite di un’iniziativa vanno tenute distinte dal merito. La domanda corretta da porsi non è «perché François Hollande avanza ora queste proposte?» ma piuttosto: «sono realistiche? è nel nostro interesse esplorarle?». La risposta ad entrambe le domande è sì, perché l’Unione politica è non solo possibile ma anche necessaria. Che sia possibile lo insegna la storia. E per essere più precisi la storia degli Stati Uniti d’America. Troppo spesso dimentichiamo, da questa parte dell’Atlantico, che gli Usa erano all’origine una mera «lega di amicizia» fra tredici Stati sovrani. Una unione confederale poco coesa che, proprio per questa ragione, stava rischiando di andare in pezzi. Gli «Articoli della Confederazione» – così si chiamava la prima Costituzione statunitense – si dimostrarono ben presto inadeguati di fronte alle minacce che incombevano sulla neonata repubblica: i conflitti territoriali irrisolti, con i connessi incidenti di confine; la competizione sulla percezione dei davi doganali, all’epoca fonte quasi esclusiva delle entrate dei governi; il problema dei debiti di guerra, che affliggeva soprattutto gli Stati del nord. La grande intuizione dei padri costituenti statunitensi fu di rispondere a questi focolai di crisi rilanciando. Essi convocarono infatti la Convenzione di Filadelfia con il compito di modificare gli «Articles». E successivamente la trasformarono in un’assemblea costituente, incaricata di riscrivere il «patto» che teneva assieme gli Stati dell’Unione. Se gli USA sono sopravvissuti, se sono evoluti fino a diventare la grande nazione che conosciamo, lo si deve in larga misura a quelle scelte coraggiose. Alla volontà tenace e per niente scontata di sostituire un assetto confederale disfunzionale con un autentico Governo federale. Costruire un’Unione politica è possibile, quindi: non manca di ricordarlo il Presidente Napolitano. Che sia anche necessario, nel caso dell’Europa, lo dimostrano le vicende degli ultimi anni. Gli studiosi spiegheranno con il dovuto distacco la storia dell’Eurocrisi. Tuttavia, è ormai chiaro che restando nella situazione in cui è oggi – a metà del guado – l’Europa è inefficiente: non riesce a produrre decisioni tempestive e utili. Un’Europa con i bilanci a posto e con i lavoratori a spasso cammina pericolosamente sull’orlo del baratro. Gli euroscettici propongono di tornare indietro: tenere in vita l’euro, senza costruirvi attorno le fondamenta di un’economia federale, avrebbe solo costi, piuttosto che vantaggi. In realtà, tornare indietro – come dimostrano tutta una serie di studi recenti – avrebbe costi ulteriori, sia per il centro che per la periferia del sistema. Resta la possibilità di andare avanti , come alternativa più razionale. Anche chi non sia stato federalista per convinzione ( è il mio caso) deve diventarlo per necessità. Sono almeno due gli ostacoli che avremo di fronte. Il primo è che tutte le grandi decisioni europee sono ancora oggi frutto di un laborioso negoziato intergovernativo. Come bene argomenta Nicola Verola (giovane diplomatico italiano) nel suo libro su «Il governo dell’euro», il metodo attuale, senza la mediazione di un livello federale, mette in diretta competizione gli interessi degli Stati membri e finisce per rafforzare le differenze, invece che gli interessi comuni. Quello che è vero per la politica economica lo è tanto di più per la politica estera (non) comune.
Il secondo ostacolo – e qui il precedente americano serve a poco, le democrazie contemporanee si sono troppo evolute rispetto ad allora – riguarda un problema di fondo: come riuscire a convincere cittadini fortemente delusi dalla performance europea che abbiamo in realtà bisogno di più Europa? L’epoca in cui le grandi decisioni europee potevano essere costruite «senza» o «al posto» della gente è finita per sempre. L’unione politica europea – quale che sia il numero di Stati che vi prenderanno parte – sarà democratica o non sarà. L’apertura di Hollande, quindi, è solo un buon inizio. Ricordare la nascita della Federazione americana aiuta ma non basta. L’Unione politica europea possibile e necessaria – è tutt’altro che semplice da costruire. Gli Stati Uniti sono passati da una guerra, prima di dotarsi di una Banca federale. La crisi dell’eurozona, nei quattro anni passati, assomiglia a una «guerra civile» europea. Oggi si tratta di definire la pace. Guardando avanti, invece che indietro. E coinvolgendo i cittadini europei in una Unione’ democratica. Come hanno detto Enrico Letta ed Emma Bonino, è arrivato il momento di pensare seriamente all’Europa Federale. Domani potrebbe essere tardi.

Da La Stampa, 29/05/13




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