E con il tesoro di «Cuore» sparì un po’ di patria

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Il conto legato all’ autore venne svuotato misteriosamente nel ‘ 68 Così come nelle elementari italiane non c’ è più traccia dell’ eredità del Risorgimento. La recensione «anonima» di Torelli Viollier

«Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola una piccola italiana nata a Torino». Chissà se il maestro di «Cuore» avrebbe mai immaginato che un altro maestro di una scuola elementare del capoluogo piemontese sarebbe arrivato un giorno a presentare ai suoi scolaretti, tutti ma proprio tutti stranieri, l’ arrivo di una bambina autoctona come fosse un piccolo avvenimento epocale. Ricordate? Nel libro di Edmondo De Amicis va così: «Il Direttore, dopo aver parlato nell’ orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: ‘ Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano (…) Vogliategli bene, in maniera che non s’ accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli.’ Detto questo s’ alzò e segnò sulla carta murale d’ Italia il punto dov’ è Reggio di Calabria». Ciò fatto il maestro invita Ernesto Derossi ad avvicinarsi: «Come primo della scuola – gli disse il maestro – dà l’ abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l’ abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria. – Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara -: Benvenuto!». Anche alla scuola primaria del plesso «Pestalozzi», quella dove è arrivata la bambina di cui dicevamo, danno ogni tanto il benvenuto a un nuovo compagno. In una dozzina di lingue diverse. Non succede solo a Torino. Spiegano Vinicio Ongini e Claudia Nosenghi nel libro «Una classe a colori», che «in Italia ci sono quasi 58.000 scuole. In 16.000 di esse non c’ è nessun alunno straniero. Nelle altre le percentuali delle presenze sono molto diversificate. In quasi 15.000 scuole si supera la percentuale del 10% (su una classe di 20 alunni, almeno due sono stranieri). In 500 scuole la percentuale supera il 50%. La punta massima è rappresentata da 24 scuole, dove si raggiunge o si supera l’ 80%». La concentrazione più alta di alunni stranieri c’ è soprattutto nelle elementari e nelle materne del Nord e in particolare nelle grandi città ma anche in province come Brescia, Modena, Treviso, Mantova, Bergamo. Non c’ è forse un altro luogo d’ Italia dove tu possa vedere come è cambiato il nostro Paese, però, quanto nelle «primarie» di Torino. Qui De Amicis ambientò il suo libro gonfio di buoni sentimenti e amore patrio. Qui alla vigilia del Centenario dell’ Unità d’ Italia si rovesciò un’ umanità di veneti e calabresi, romagnoli e siciliani richiamati dal boom della Fiat e da una città che aveva un reddito medio annuo di 329 mila lire contro le 140 mila del Polesine o del Mezzogiorno. Qui gli immigrati arrivavano ad accamparsi negli hangar che nelle torride estati torinesi diventavano un forno. Qui La Stampa pubblicava articoli come quello del 9 novembre 1957 che spiegava come «i bimbi giunti dal Sud e dal Veneto mettono in crisi la scuola elementare». Per non dire di altri allarmi, come quello del 24 gennaio 1969: «Ogni anno vengono immessi ragazzi immigrati del Sud: la loro preparazione è scadente e comporta uno squilibrio nelle classi obbligando il maestro a rallentare il ritmo dell’ insegnamento». La scuola «Moncenisio» in via Cittadella, che diventò la scuola «Baretti» del «Cuore», non c’ è più. Raccontò Ugo De Amicis, il figlio minore dello scrittore, in una vecchia intervista: «Ricordo che il papà aveva i baffi neri, la nostra casa era sempre affollata di maestri di maestrine. (..) Io andavo alle elementari di via Cittadella. Papà veniva a prendermi, talvolta, al posto della mamma. Era amico del direttore, un sacerdote che si chiamava don Drocchi. Ricordo che don Drocchi, il quale era anche ispettore, accompagnava papà in campagna per visitare certe scuole. Voleva scrivere il “romanzo di un maestro” e si documentava». «Stava per ore e ore rinchiuso in una stanzetta e scriveva in piedi, sopra un leggio», ricordava Ugo, «Certe volte diceva alla mamma: “credo davvero di star scrivendo qualcosa che avrà un grande successo”». Lo scrisse anche all’ editore Treves: «Mio caro io sono in una corrente d’ entusiasmo che mi porta via. Non ho altro pensiero, altro affetto che il mio ‘ Cuore’ : i capitoli succedono ai capitoli; metà del lavoro è fatta; fatta tra le lacrime e gli scatti di gioia. Ah, lo vedranno i fabbricanti di libri scolastici come si parla ai ragazzi e come si spreme il pianto dai cuori, sacro Dio!». E lo spremette davvero, il pianto. Fino a tirarsi addosso, insieme a un successo mondiale con traduzioni un pò in tutte le lingue e a una montagna di denaro, una montagna di critiche. Una per tutte, quella di Natalia Ginzburg: «Oggi un libro come ‘ Cuore’ non lo possiamo più leggere; e certo non lo potremmo più scrivere. Esso appartiene a un tempo in cui sull’ onestà, sul sacrificio, sull’ onore, sul coraggio, si scrivevano cose false. Questo voleva dire che c’ erano stati o c’ erano, a un passo di distanza, quegli stessi sentimenti, ma veri. Voleva dire che le parole per esprimerli, vere o false, esistevano… Oggi l’ onestà, l’ onore, il sacrificio ci sembrano così lontani da noi, così estranei al nostro mondo che non riusciamo a farne parola; e siamo completamente ammutoliti, avendo in questo nostro tempo orrore della menzogna. Così aspettiamo, in assoluto silenzio, di trovare per le cose che amiamo parole nuove e vere». Per non dire dell’ invettiva di Umberto Eco «Elogio di Franti», durissima contro quel «gran mare di languorosa melassa che pervade tutto il diario di Enrico» e «quell’ orgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di abbracci interclassisti, di galeotti redenti e gaudenti in maschera che regalano smeraldi a bambine smarrite tra la folla, tra madri che si sostengono a vicenda, maestrine dalla penna rossa, signori che abbracciano carbonai e muratori che biascicano lagrime di riconoscenza sulla spalla di ricchi possidenti, là dove tutti si amano, si comprendono, si perdonano, si accarezzano, baciano le mani a voscienza, leccano il cuore a tamburini sardi, cospargono di fiori vedette lombarde e coprono d’ oro patrioti padovani». È sparita nel nulla, l’ eredità di De Amicis. Quando il Comune di Torino, alla morte dell’ ultima erede, la nuora Vittoria, andò a ritirare i soldi deamicisianamente destinati ai fanciulli e depositati in una banca di Lugano (e dovevano essere davvero tanti, se il «Cuore» vendette 4 milioni di copie soltanto nel primo decennio e ne vendeva ancora 150.000 all’ anno nel 1984: 98 anni dopo essere stato scritto!) si scoprì che in un giorno imprecisato di tanti anni prima, probabilmente intorno al 1968, il conto era stato prosciugato da una misteriosa manina. Non sono spariti, però, solo i soldi. Un secolo e un quarto dopo il trionfo di quel libro, sono spariti dalla scuola italiana anche tutti quei contenuti che, spurgati dalla retorica patriottarda (basti ricordare i funerali di Vittorio Emanuele II: «ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: – Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l’ Italia!») avrebbero permesso ai ragazzi di crescere avendo comunque un’ idea di patria. Ma certo, Dio ci scampi dall’ indottrinamento degli scolaretti. Non è un caso che tutti i regimi dittatoriali, dal fascismo al maoismo, dallo stalinismo al peronismo, abbiano sempre avuto i figli della lupa o i pionieri socialisti. Né che Adolf Hitler, mentre sterminava i piccoli ebrei ad Auschwitz, tuonasse che «lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione». Alla larga da testi scolastici come il «Libro della prima classe» mussoliniano che addestrava all’ uso delle vocali incitando a dire «ioaeu eia! ei a!» e spiegava la pronuncia di «gli» usando «gagliardetto, battaglia, mitraglia». E alla larga da certe poesie: «Tu levi la piccola mano, / con viso di luce irradiato. / Tu sei quel bambino italiano, / che il Duce a cavallo, ha incontrato. / Il Duce ti guarda, o innocenza. / Sull’ erba, che sfiori, gli appare / la dolce e radiosa semenza, / che il mondo vedrà germogliare…». Ma possibile che non ci sia una via di mezzo? Che si sia passati da un eccesso alluvionale di patriottismo melenso o guerresco e muscolare alla pressoché totale assenza di ogni idea di patria se non addirittura alla sua irrisione? La svolta, come è noto, è del settembre 2003. Quando Letizia Moratti decide di abolire alcune decine di ore l’ anno di storia ma soprattutto di abolire il metodo usato fino ad allora. Si studiava il nostro passato dalla preistoria ad oggi (se si faceva in tempo) alle elementari, poi si tornava a studiarlo approfondendo i temi dalla preistoria ad oggi (se si faceva in tempo) alle medie e poi ancora dalla preistoria ad oggi (se si faceva in tempo) con un ulteriore approfondimento alle superiori. Il tutto in omaggio all’ antico adagio: repetita iuvant. Giusto, decise l’ allora ministro dell’ Istruzione: ma basta ripetere due volte invece che tre. Tutta la storia dall’ inizio alla fine alle elementari (fino alla caduta dell’ impero romano) e alle medie, di nuovo tutta alle superiori. Risultato: «Gli scolari dedicano ore e ore alla preistoria fino a non poterne più», dice Lorenza Petrarca, la dirigente della scuola «Tommaseo» di Torino, che per i 150 anni dell’ Unità ha preparato con i maestri e i bambini un delizioso libriccino. E se i maestri non intervengono di loro iniziativa, approfittando delle fessure lasciate aperte dai programmi (meglio, dalle «Indicazioni per il curricolo»: anche il linguaggio si è imbolsito) ribaditi nel 2007 dall’ ulivista Giuseppe Fioroni, arrivano a 13 anni sapendo tutto di iPod, Facebook, Twitter e iTunes e magari pure di sesso, alcool e spinelli ma niente di niente di Garibaldi. O magari pensano si tratti del gruppo messicano tutto sexy e lustrini che canta su YouTube un’ irresistibile «La ventanita»: «Desde que me dejaste / la ventanita del amor se me cerró…» Tema: è giusto che uno studente arrivi all’ età dei primi amori del tutto ignaro della storia della sua patria e magari esposto a chi gliene racconta una inventata su misura? Ivo Mattozzi, docente di didattica della storia e storia moderna a Bologna e presidente di «Clio ‘ 92», l’ Associazione di insegnanti e ricercatori in didattica della storia, risponde di no. E cita a conforto quanto sostiene la studiosa inglese Keith Crawford, secondo la quale «il segno di un maturo Paese democratico, sicuro di sé e del posto che occupa nel mondo, è dato dalla misura in cui riesce a far sì che i suoi giovani possano sentire di appartenere a un’ esperienza storica le cui radici vanno ben più a fondo di problematiche puramente nazionali». Ma ci si può radicare nell’ appartenenza a una patria più grande ignorando quella di partenza? Scrive Vittorio Feltri che «se per rifondare si ricomincia da De Amicis, cioè dalla retorica più vieta, edificheremo la scuola nuova esattamente uguale a quella che abbiamo: decadente e putrida, un ammortizzatore sociale che soccorre tutti tranne i ragazzi. I quali potranno stare anni in classe, ma sarà ancora e sempre la classe degli asini. I modelli del passato lasciamoli al passato». Messa così, ha totalmente ragione. Ma se il modello civile deamicisiano è irrimediabilmente invecchiato (e lo è) da cosa è stato sostituito? Mette tenerezza e insieme spavento, rileggere i testi per i bambini di fine Ottocento raccolti con amore da Pompeo Vagliani nel Museo della Scuola e del Libro per l’ infanzia di Torino, museo che rischia (ahi ahi, i soldi…) la chiusura. Prendiamo ad esempio da «Fanciulli celebri d’ Italia», scritto nel 1867 dal professor F. Berlan, il racconto del «piccolo spazzacamino di Milano». Vi si narra che Radetzky, in odio ai milanesi che avevano deciso lo sciopero del fumo, «volle che si fumasse e, spartiti fra i soldati migliaia e migliaia di zigari (…), li sguinzagliò per le vie, ordinando che tenessero pronti la mano la spada e lo zigaro in bocca. V’ erano boemi e croati che, per ischernire la popolazione, tenevano in bocca persino 2 zigari». Finché la sera del 3 gennaio 1848 «un soldato, incontratosi in un giovinetto spazzacamino, male coperto di cenci, anzi seminudo, lo afferrò, nell’ ubbriaca sua rabbia, lo atterrò ginocchione e con minacce gli intimò di fumare. Il garzonetto guardollo e non tremò, rispose che non obbedirebbe. Insiste allora il barbaro, e, tornate inutili le ripetute minacce, gli fisse e rifisse in petto la spada». E non si trattò affatto, rincarava l’ autore, di un caso isolato: «Nelle 5 giornate di Milano furono tra i trucidati anche molti bambini. Quali furono spiccicati, quali infilzati e portati sulle baionette, quali sepolti vivi e quali bagnati d’ acqua ragia e poi infiammati». Sarebbe insensato, mettere in mano ai bambini di oggi testi così. Così come sarebbe destinata probabilmente al disastro, in concorrenza con le figurine dei «Cucciolotti», una raccolta come quella «Eroi del Risorgimento» che spopolò fra i bambini nel 1950, «Vita di Garibaldi» del 1955 o infine quella dedicata al Centenario del 1961. Ve li vedete, i ragazzi di oggi, scambiarsi le doppie? «Ti do un Santorre di Santarosa, un Mazzini in esilio e un Duca di Modena per Antonia di Toscana». «No, per Antonia voglio Ciceruacchio e la fucilazione di Gioachino Murat». Ma va là… Eppure, potete scommettere che se mai qualcuno si lanciasse nell’ avventura, come potrebbero spiegare i maestri e le maestre della «primaria» torinese Aristide Gabelli di via Santhià, a metà strada tra Porta Palazzo e la Barriera di Milano additata come una delle più interetniche d’ Italia, i clienti più appassionati sarebbero probabilmente i «nuovi» italiani. Quei «bambini a colori» che si sentono a volte più piemontesi dei piemontesi. «Guardate i numeri delle iscrizioni del prossimo anno», spiega Nunzia Del Vento, la dirigente, «Su 148 cartellini del plesso Gabelli gli stranieri sono 91 ma quelli nati all’ estero sono solo 19, in Italia 72. E nel plesso Pestalozzi la differenza è ancora più marcata: su 118 stranieri (contro 65 italiani), quelli nati qui sono 105. Se il ministro mi dice che devo mettere un tetto come mi regolo? I biondi di qua, i mori di là?». Anche perché, precisa, «la fascia alta dei bambini immigrati ha già fatto il sorpasso, come rendimento, sulla fascia alta degli italiani. Allora, come mi regolo?» A Boston, un secolo fa, non si posero il problema. E alla giornalista e sociologa italo-americana Amy Bernardy che chiedeva quanti fossero i bambini italiani le autorità risposero: «Nessuno: per noi, qui, sono tutti americani». Certo, come non provare un brivido davanti ai numeri di una scuola così diversa dal passato? Lo stesso scrittore e maestro Marco Lodoli, nel libro «Il rosso e il blu», ha scritto: «Anche a me ogni tanto prende la paura per il mondo che sarà, per come faremo a stare insieme, tutti quanti nel fazzoletto del mondo, in questa città, in questo quartiere, in questa classe. Guardo l’ elenco dei nomi sul registro della prima: due romeni, due cinesi, una moldava, una marocchina, una kosovara, una del Ciad e dodici italiani. Chissà che succederà, chissà come farò a contenere le differenze, a spegnere le tensioni. Temo il peggio, quasi già me lo immagino. E poi invece tutto va come deve andare». Giuliana Ceccotti, della «Gabelli», si ricorda ancora di quando andò un paio di anni fa coi suoi scolari da Piero Angela: «Uno voleva fare il macchinista, l’ altro il calciatore, l’ altra la velina. Alexandra disse: “Io vorrei fare la professoressa di italiano”. È romena». Vi immaginate una raccolta come «Eroi del Risorgimento» che spopolò nel 1950 o come quella dedicata al Centenario del 1961? Ve li vedete, i ragazzi di oggi, scambiarsi le doppie? «Ti do un Santorre di Santarosa, un Mazzini in esilio per Antonia di Toscana» Non c’ è luogo dove si possa vedere com’ è cambiato il Paese quanto alle «primarie» di Torino dove De Amicis ambientò le sue storie I «bambini a colori» sono più piemontesi dei piemontesi. Alexandra, romena, è l’ unica della classe che dice: farò la professoressa di italiano Tre secoli in classe La recensione «anonima» di Torelli Viollier Le mamme degli Anni 60 lo dicevano spesso. Quando i ragazzi si lamentavano perché Cuore, lettura all’ epoca semi obbligatoria, era noioso, dicevano: «Leggi solo la Piccola Vedetta Lombarda o il Tamburino Sardo o Dagli Appennini alle Ande». Anche l’ anonimo recensore che sulla prima pagina del Corriere del 18-19 ottobre 1886 scrive per primo del romanzo la pensava così: «Queste pagine del vero De Amicis (i racconti, appunto) piaceranno di più anche ai ragazzi, che in fondo amano le cose forti e straordinarie più che i casi comuni della loro vita solita: e credo che molti salteranno molte pagine di Enrico per leggere i bei racconti mensili». L’ anonimo recensore, tra l’ altro, forse tanto anonimo non è: secondo gli esperti della Fondazione Corriere della Sera, potrebbe essere stato Eugenio Torelli Viollier, il fondatore del Corriere, all’ epoca 44enne, il cui busto tuttora si affaccia da un’ edicola dorata sull’ atrio di via Solferino. Il direttore amava scrivere di letteratura e di solito i pezzi non firmati erano suoi. Gli era piaciuto Cuore? In buona sostanza sì, anche se in tutta evidenza lo considerava un libro per ragazzi. Ne scrive bene, certamente. Ma ciò che di De Amicis suona antiquato a noi moderni lasciava un pò perplesso anche Torelli Viollier (se era lui): «Nuoce un poco, credo, più che non giovi la sovrabbondanza dell’ affetto e della commozione (…) Il troppo è sempre morboso e pericoloso (…) Ma come essere ingrati verso uno scrittore che ci ha fatto piangere tante volte così volentieri?» Paolo Rastelli

Rizzo Sergio, Stella Gian Antonio

(20 febbraio 2010) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/20/con_tesoro_Cuore_spari_patria_co_9_100220005.shtml




1 Commenti

Redazione Forum
Redazione Forum

<p>Non ci resta che De Amicis</p><br />
<p>L'articolo che Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno scritto per il "Corriere della Sera" di oggi fa riflettere e apre una serie di domande. È un lungo reportage sull'identità italiana, su come tutti i valori del Risorgimento si sono come dissolti negli ultimi 40 anni. Come certi punti fermi, storici e letterari, prima che politici, siano stati falciati dal 68, a cominciare dalla cosiddetta retorica deamicisiana.<br /><br />
Ora tutto questo è piuttosto vero. Ed è vero, come fanno notare nel loro reportage Stella e Rizzo, che solo la bimba rumena Alexandra dice che vuole fare la professoressa di italiano. Si è persa una lingua condivisa? Si sono persi i valori del Risorgimento? Siamo di fronte a una scuola che non è in grado di far crescere nelle nuove generazioni un sentimento comune di condivisione e di accettazione della storia patria? Forse. Ma il mito del Risorgimento, la costruzione di quella memoria comune è stata demolita prima ancora che potesse diventare qualcosa. È stato fatto dai fascisti. È stato fatto dai comunisti nel dopoguerra e anche dai democristiani.<br /><br />
I fascisti dovevano cancellare ogni traccia di quello che era lo Stato liberale, ovviamente. Il Pci, nel secondo dopoguerra aveva bisogno di sostituire la storia con una mitologia, in parte falsa e falsata, della Resistenza, che fosse fondamento del paese. Ovvero una Resistenza che diventasse il "vero" Risorgimento italiano, con un ruolo del Pci fondante, più ancora che determinante. L'operazione riuscì pienamente, e riuscì attraverso una doppia rilettura: il ridimensionamento storico del Risorgimento, letto in chiave antimonarchica (e filomeridionalista) come annessione vera e propria - e conquista -dei Savoia del territorio italiano. Un ridimensionamento per inciso necessario, visto che a cominciare da Togliatti c'era l'idea che in fondo il fascismo fosse un risultato, degenere, ma pur sempre un risultato, del Risorgimento. E poi l'edificazione della resistenza come vero Risorgimento. E non solo attraverso una lettura storica molto mirata in chiave retorica. Ma soprattutto attraverso gli strumenti letterari e linguistici.<br /><br />
Non dimentichiamo che di questa operazione sono protagonisti almeno tre scrittori cruciali del dopoguerra, e la casa editrice più culturale (allora) d'Italia. Ovvero Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, e il giovane Italo Calvino del suo primo romanzo, tutto nell'influenza intellettuale e culturale dell'Einaudi di Torino. Anche la Dc, e più generalmente gli ambienti cattolici, hanno tenuto a distanza quel Risorgimento, culla della storia unitaria italiana proprio per il suo lato spietatamente anticlericale. Il risultato è semplice. Crollato il castello della guerra di resistenza, come costruito nella mitologia della fine degli anni Quaranta, mentre si andava via via sempre più consolidando il concetto di guerra civile, sono rimaste soltanto macerie.<br /><br />
Ricostruire non si può. Se un sentire comune non si è consolidato, è impossibile crearlo. Ma riguardo alla bimba che vuole fare la professoressa di italiano, Stella e Rizzo dovrebbero ricordarsi una cosa. E riflettere su questo. Il padre della lingua italiana, quel signore che di nome faceva Alessandro Manzoni, non parlava mai in italiano. In pubblico la sua lingua era il francese, e in privato invece era il milanese. È proprio vero, non ci resta che De Amicis.</p><br />
<p>20 febbraio 2010<br /><br />
http://www.unita.it/rubriche/cotroneo/95330<br />
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