E Blair rilancia sul presidente europeo

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Berlino riunisce i grandi vecchi dell’Unione. Il socialista iberico: «Per Rajoy oggi una missione impossibile»

E Blair rilancia sul presidente europeo
Da Papandreou, a Schróder, a Gonzffiez: più coraggio nell’unione politica.

Berlino – L’Europa rischia la rottura se si dividerà sempre più, politicamente ed economicamente, tra il gruppo dei Paesi che hanno la moneta unica e tutti gli altri. Non è assolutamente un augurio, ma un «forte avvertimento», quello che ha lanciato Tony Blair parlando ieri a Berlino al «Nicolas Berggruen Institute for Governance». «L’euro – ha detto tra l’altro – non è stata una cattiva idea».
L’ex premier britannico ritiene che un futuro a «due o tre velocità» possa rappresentare paradossalmente un «sollievo» tanto per i fautori del federalismo quanto per gli euroscettici. La strada da percorrere, a suo giudizio, è un’altra: arrivare ad un accordo politico di ampio respiro, condiviso da tutti, che regoli diversi livelli di integrazione. Il ragionamento di Blair, in sintesi, è legato alla necessità di non favorire l’isolamento della Gran Bretagna, oggi purtroppo lontana da un progetto che va invece rilanciato nell’interesse di tutti. E Londra, da parte sua, non deve compiere «l’enorme errore» di mettersi completamente ai margini. Per guidare questa nuova Europa da costruire, l’ex leader del New Labour vedrebbe bene un «presidente» scelto direttamente dai cittadini con l’elezione, che <da gente capirebbe», di una sola persona per un grande incarico.

Sono stati in molti a pensare che potrebbe essere proprio lui la persona giusta al vertice di quella unione politica il cui rafforzamento si inizierà a discutere al summit di dicembre. Del resto, quella di Blair fu a lungo la candidatura più forte per l’incarico, molto meno visibile, andato poi all’attuale presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Ma sono passati tre anni e non è il momento delle nostalgie. Anche se alla tavola rotonda con i principali giornali europei organizzata dal think-tank fondato dal milionario tedesco-americano Nícolas Berggruen sedevano altri quattro importanti ex come Gerhard Schròder, Felipe GonzAlez, George Papandreou e Peter Sutherland, e a tutti è stato chiesto di dire cosa farebbero oggi al posto dei loro successori. «Se fossi Mariano Rajoy mi suiciderei», è stato il commento sarcastico del leader socialista che ha governato la Spagna dal 1982 al 1996.

In gran forma, garofano rosso di carta all’occhiello, Blair si è chiesto quali siano i modi migliori per uscire dalla crisi senza fare come quell’irlandese che risponde «non sarei partito da qui» allo straniero che chiede un consiglio per arrivare a destinazione. Ha lodato i leader europei, il «coraggio» di Angela Merkel, l’azione della Bce, ma ha sostenuto che la politica di «un passo alla volta» va sostituita con la ricerca di un’intesa globale che sia in grado di riportare fiducia nei mercati e nell’opinione pubblica: trasferimenti fiscali, unione bancaria, un largo grado di coordinamento delle politiche di bilancio, riforme strutturali, misure per promuovere la crescita e non solo per rispettare l’austerità. Quasi la stessa lingua parlata da Schrfider, che ha detto sorridendo: «Il mio inglese è buono quanto il tedesco di Tony». Guardando al passato, l’ex cancelliere socialdemocratico attribuisce però alla Gran Bretagna una grande responsabilità, quella di aver voluto realizzare il mercato unico ma non l’unione politica. «E la crisi dimostra quanto l’attuale tipo di integrazione non sia sufficiente», ha aggiunto. Un’analisi condivisa da Gonzàlez, secondo cui «con la globalizzazione del sistema finanziario i governi hanno perso il potere reale e conservano solo quello formale». Un’altra ragione, forse, per consigliare a Rajoy il suicidio.

Paolo Lepri

Corriere della Sera, 30-10-2012




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