Dove si studia il provenzale

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I “fièt” di Sancto Lucio, gli ultimi paladini della lingua dei trovatori

di Viviana Ponchia

Se domandi a Vincén cos’è l’estate non ti parla di vacanza. Prende un quaderno e scrive: “Istà, li siéi chabéi biount/devénen paio e fén/ per l’uvérn encaro luégn”.

Non bisogna stupirsi se Fabrizio De André è venuto quassù e si è innamorato. Di questa lingua dal metro istintivo, gonfia di palatali dolci, musicale come una ballata. Dei capelli biondi dell’estate che diventano paglia e fieno per l’inverno ancora lontano. E degli occhi di un “fiet” di 8 anni che sa usare il computer ma ha imparato da piccolissimo a giocare con le parole e a forza di giocare con le parole ha costruito per le cose del mondo un’armatura di poesia. Lui come gli altri, ormai pochissimi, che adesso aspettano l’incendio dell’autunno a Sancto Lucio di Coumboscuro. Allievi dell’ultima scuola pluriclasse dell’arco alpino dove si parla e si insegna il provenzale, riconosciuto dall’Unesco idioma in via di estinzione.

Sono i giorni della prima nebbia, che qui a 1200 metri scende dalle montagne come i lupi del pittore Marcus Parigini arroccato in una cascina sopra il paese. Paese, poi. Un pugno di case in una conca di prati e foreste nell’imbuto della Val Grana, a ovest di Cuneo. Un campanile romanico e una chiesa dove lo scultore Bernard Damiano ha appeso un Cristo che lascia senza fiato perché finalmente è carne viva macerata nel rosso, non la solita stilizzazione della sofferenza. Vincén, Agnés, Manuel e Tatàn vanno a scuola in una stanza ricavata al pianterreno della canonica. Hanno dai 6 ai 10 anni e sono una sfida, una spada, una seccatura. Una sfida per la maestra Francesca, che viene dalla pianura con i dubbi dei suoi 24 anni e deve fare rispettare il programma del ministero. Un spada per nonni e genitori che hanno fatto di quelle quattro case il polmone d’acciaio di una cultura che non vuole morire.

Una “Seccatura” per il preside dell’Istituto di Caraglio da cui dipende quella scheggia di didattica statale, che però fa solo finta di “sopportarli”. Franco Russo in realtà li adora, adora l’idea anacronistica in cui abitano. Ed è solo grazie al suo sforzo di resistenza se ogni anno si trovano i soldi per continuare l’avventura della pluriclasse che ai primi del ‘900 aveva più di 130 alunni e adesso deve accontentarsi di quattro. E’ il destino paradossale delle scuole di montagna in una nazione per metà ricoperta di montagne e comuni lillipuziani: praticamente spacciate nell’ottica della razionalizzazione dei costi. Di recente il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni si è posto il problema e nella vallata di Coumboscuro hanno ritrovato il sorriso: “Se le chiudiamo – ha detto il ministro – chiudiamo questi paesi. Tre insegnanti per cinque allievi in montagna diventano una scelta di democrazia”. Vincén e gli altri, finge di ammettere il loro preside, sono una grana: “Chiedono, vogliono pretendono. Mai con arroganza, sempre con la sicurezza di chi sa di averne diritto. Faticoso stargli dietro, impossibile stargli davanti”. Strana scuola, strano posto, strana gente. Dentro la stanzetta con il pavimento di assi antichi c’è odore di legna e pane e ci sono libri in valdostano, catalano, rumeno. “Studio della lingua vuol dire confronto” spiega Davi Arneodo, che nella vita fa musica e fa battaglia. Musica anche con De André se capita, come è capitato a metà degli anni ’90. Lotta permanente per il provenzale che oggi nella fascia delle montagne cisalpine è parlato da meno di tremila persone. Perché sopravviva e perché nessuno faccia confusione con l’occitano, che nemmeno esiste. Come tutti da queste parti Davi ha parenti a Grasse, Avignone, Aix en Provence. Ha il dna degli uomini di confine, “contrabbandieri e rompiballe”. Dice: “L’occitano è marketing creato a tavolino, l’Occitania un’idea astratta e notarile come la Padania. Non si dà una lingua senza letteratura”. I provenzali ce l’ hanno. Hanno grammatiche e dizionari e persino un premio Nobel, Fréderich Mistral, che oggi regala il suo nome alle vie e agli inizi del secolo scorso ha reso esportabile questo parente indisciplinato del francese e del piemontese dove i femminili finiscono tutti in O e dove brusche virate etimologiche trasformano la donna (la femme) in “fremo”. La globalizzazione con accento anglosassone si ferma qualche curva più in basso, a Valgrana, e qui i bambini di Sancto Lucio studiano inglese una volta alla settimana. Poi tornano a casa e fanno il resto. I pastori, gli agricoltori, persino i bambini. Giocano al teatro, al coro, all’alchimista. Pubblicano libri con i segreti delle erbe. Dal vecchio Gas imparano come si tiene in mano uno scalpello e quando piove intagliano il sole nel legno di castagno. Sandro Gastinelli, regista cuneese, li ha voluti come protagonisti del suo ultimo film che uscirà a novembre. Si intitola “Darreire l’ourisount – dietro l’orizzonte” e racconta mezzo secolo di quella classe bizzarra nello spazio di un anno scolastico con le voci fuori campo di Toni Servillo e Stefano Belmondo. Anna Arneodo affianca la maestra Francesca Ghio. Insegna provenzale, cultura alpina e qualcos’altro. Insegna persino a considerare la storia come un grande racconto che dai Liguri arriva fino ai giorni nostri, anche se qualcuno la inchioda dalle parti dell’impero romano. I bambini di Coumboscuro imparano subito anche l’orgoglio e quando gli domandi che lingua parlano rispondono “a nosto modo”. Sono l’antidoto alla morte e allo sradicamento, l’aria nuova di queste montagne dove i telefonini non prendono e i faggi rubano l’orizzonte alle borgate deserte. (Da La Nazione, 10/10/2006).

Questo messaggio è stato modificato da: Daniela_Giglioli, 12 Ott 2006 – 18:46 [addsig]




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